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Un campo profughi in Uganda / Ebs

Un campo profughi in Uganda / Ebs

"Aiutiamoli a casa loro": le mani dell'Europa sulle terre dell'Africa

182 società europee sono state responsabili di 323 acquisizioni massicce di terreni in 52 paesi dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina con un forte impatto sulle condizioni di vita della popolazione locale

“Aiutiamoli a casa loro”, con l'intensificarsi del fenomeno migratorio in Italia sentiamo sempre più spesso fare questa affermazione per giustificare la richiesta di respingere tutti coloro che cercano di entrare nel nostro Paese in cerca di una vita migliore. “Casa loro” è però, come ad esempio quando parliamo di Siria, il teatro di una guerra ferocissima in cui, al momento, non c'è modo di “aiutare” la popolazione a tornare a vivere. Ma anche la casa di chi non scappa dalla guerra è un luogo inospitale o in cui è difficile vivere, e molto spesso a causa dell'intervento proprio degli Stati o delle aziende occidentali, comprese le europee. Più che aiutarli a casa loro insomma dovremmo smettere di sfruttarli a casa loro.

Il land grabbing

Il Land grabbing è un fenomeno che ha dato vita a una serie di forti investimenti, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, finalizzato all’acquisizione di grandi quantità di terreni agricoli nelle regioni del sud del mondo con l'obiettivo di installarci monoculture, un fenomeno definito da molti il nuovo colonialismo. L’organizzazione non governativa Grain ha pubblicato una lista dei paesi africani che tra il 2006 e il 2012 hanno maggiormente subito questo fenomeno e tra questi ci sono Liberia, Guinea, Ghana, Congo, Sierra Leone, Nigeria e Senegal con porzioni di terreno ceduti che vanno da 500mila fino a circa 1,7 milioni di ettari (Liberia). In un discorso discorso del giugno 2011 tenuto alla Fao, l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, affermò che è “davvero inquietante il fatto che un rapporto abbia riscontrato che, solo nel 2009, un’area di terreno agricolo grande come la Francia sia stato comprato in Africa da fondi di investimento e altri speculatori”. “Non è né giusto né sostenibile che i terreni agricoli vengano tolti alle comunità in questo modo per produrre cibo da esportare quando c'è fame a portata di mano. Le persone del luogo non sopportano questo abuso - e neanche dovremmo noi", sentenziò Annan.

Il ruolo dell'Europa

Quando si parla di Land grabbing si è soliti puntare il dito contro Paesi come Cina, Corea del Sud, India e gli Stati del Golfo, ma sono tantissime le aziende europee che stanno sostenendo in maniera massiccia questo fenomeno. Secondo uno studio del Parlamento europeo diverse società registrate in Francia e nel Regno Unito sono state coinvolte, rispettivamente, in acquisizioni di 40 e 124 appezzamenti di terreno, acquisendo il controllo di 629.953 e 1.972.010 ettari di terreno in vari paesi al di fuori dell'Ue. Le imprese registrate in Belgio, Paesi Bassi e Italia non sono da meno, con 20 operazioni ciascuna, per un totale che va dai 251.808 ai 615.674 ettari di terreno. Nel complesso, i dati dell'associazione Land Matrix riportano che 182 società basate nell'Ue sono coinvolte in 323 operazioni al di fuori dell'Europa, e queste operazioni sono avvenute in 52 paesi dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina e hanno contratto un totale complessivo di 5.837.504 di ettari di terreno per una vasta gamma di scopi che vanno dall'agricoltura, all'allevamento alla produzione di biocarburanti.

Lo studio del Parlamento denuncia che per quanto riguarda il diritto umano all'alimentazione “molte operazioni distruggono direttamente o in parte la possibilità di produrre o raccogliere il proprio cibo e garantire un'adeguata nutrizione alle popolazioni locali”, e ciò vale anche per le risorse idriche “utilizzate come zone di pesca e per le aree forestali che forniscono frutta e vengono utilizzate per la caccia”. Inoltre diverse acquisizioni “mettono a rischio il diritto all'abitazione” e sono la causa in generale di violazioni dei diritti umani.

Il caso ugandese

Questo perché le acquisizione di questi terreni avvengono molto spesso in maniera violenta. Nell'agosto del 2001 gli abitanti di quattro villaggi dell'Uganda, Kitemba, Luwunga, Kijunga e Kiryamakobe, furono sgomberati con la forza dai loro 2.524 ettari di terreno, su cui vivevano da anni. L'espulsione, messa in atto dall'esercito, avvenne dopo che la compagnia tedesca Neumann Kaffee Gruppe (Nkg), aveva negoziato con il governo ugandese la creazione in quelle terre di una piantagione di caffè. L'accordo prevedeva che il terreno dovesse essere disabitato e il governo non si era fatto alcuno scrupolo a renderlo tale con la forza. La creazione della piantagione venne supportata anche dall'Agenzia tedesca per lo sviluppo e dalla Banca africana per lo sviluppo, nel cui consiglio di amministrazione siedono esponenti di sette Stati membri dell'Ue. Gli abitanti dei villaggi nel 2009 diedero vita a un'azione legale contro l'esproprio delle loro terre e il processo nei tribunali del Paese nel 2011 stabilì che la Nkg aveva agito in buona fede. Ma due anni dopo l'Alta corte chiese all'azienda tedesca di pagare delle compensazioni agli abitanti criticandola per aver ignorato i diritti umani dei cittadini della zona, una decisione contro cui l'azienda ha fatto ricorso e su cui fino ad ora non si è ancora arrivati a una conclusione definitiva.

Il Mozambico e il fondo pensione olandese

La lussemburghese Socfin (Société Financière des Caoutchoucs), specializzata in olio di palma, gestiva nel 2014 18mila ettari di piantagioni nell'Africa Sub-Sahariana e nel sud est asiatico. Pur essendo membro della piattaforma per l'olio di palma sostenibile RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil) è stata accusata da diverse Ong, tra cui Greenpeace, di fare investimenti che hanno avuto un forte impatto dal punto di vista ambientale, sociale e del rispetto dei diritti umani. Così come la olandese Abp, uno dei più grandi fondi pensione del mondo è stato coinvolto in una operazione di Land Grabbing nel nord del Mozambico, attraverso la società locale Chikweti, che nel 2005 ha acquistato circa 45mila ettari di terreno per piantagioni di pini e di eucalipto. Gli abitanti del luogo hanno denunciato la perdita dei loro terreni agricoli, perché le piantagioni di alberi sono state istituite su terreni precedentemente utilizzati per la produzione di alimenti. Le loro foreste, fonte di reddito e cibo, sono state ridotte per far posto alle piantagioni. La Chikweti aveva annunciato che avrebbe assicurato 3mila posti di lavoro ma solo 900 persone sono state assunte e spesso con contratti stagionali che costringevano gli agricoltori a trascurare i loro campi durante un periodo dell'anno. Come se non bastasse una relazione della Banca Mondiale sul Land Grabbing afferma che il salario minimo mozambicano è "insufficiente a compensare la perdita di mezzi di sussistenza".

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