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Lunedì, 6 Febbraio 2023

Più che Riina, potè Putin: ora l'Ue vuole mettere le mani sui beni dei criminali

È passata sottotraccia questa settimana, ma per chi si occupa di lotta alla criminalità sa che si tratta di un passo avanti fondamentale per contrastare il potere delle mafie a livello transnazionale: la Commissione europea ha infatti proposto una nuova direttiva sul congelamento e la confisca dei beni frutto di attività illecite. La proposta arriva sulla scorta della guerra in Ucraina e ha l'obiettivo dichiarato di consentire agli Stati membri di togliere non solo ai boss della criminalità organizzata, ma anche agli oligarchi russi sanzionati i loro patrimoni e asset sparsi per l'Europa. E riutilizzarli per rimpinguare le casse pubbliche o a fini sociali.

Da questo punto di vista, l'Ue aveva già una direttiva del 2014 che regolava tale materia e che era stato il punto di arrivo di battaglie condotte per lustri a Bruxelles soprattutto dall'Italia, da organizzazioni come Libera e da eurodeputati come Rita Borsellino. Del resto, il modello è quello noto alle nostre latitudini da decenni, ossia il combinato disposto della legge Rognoni-La Torre del 1982 e della 109 del 1996 sul riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati alle mafie. La battaglia si è scontrata per anni con le resistenze (un po' da azzeccagarbugli) dei legislatori dei vari Paesi Ue, secondo cui le leggi italiane non erano adattabili ai loro ordinamenti giuridici, e rischiavano di violare i principi costituzionali a tutela della proprietà privata. Inoltre, il "modello italico" si basava su un reato, quello di associazione mafiosa, ritenuto eccessivamente vago da diversi giuristi europei. 

Per superare queste resistenze, ci sono voluti anni di studi e analisi, e una risoluzione del Parlamento europeo del 2011. Da lì, si è arrivati, non a fatica, alla direttiva del 2014. Ma l'opera di compromesso ha portato la montagna a partorire un topolino. Lo ammette la stessa Commissione: le norme varate finora hanno avuto effetto "solo in misura limitata. Le indagini finanziarie non sono un riflesso automatico per le forze dell'ordine. Gli uffici per il congelamento dei beni non hanno i poteri, le risorse e le informazioni per rintracciare i beni oltre confine. La gestione inefficiente dei beni fa sì che gli immobili possano perdere valore dal momento in cui vengono congelati fino a quando non viene presa una decisione definitiva. Gli attuali meccanismi di confisca non affrontano tutte le attività rilevanti, lasciando ai criminali il 99% dei loro guadagni illeciti", si legge nelle note che accompagnano la proposta di direttiva.

I dati parlano chiaro: si stima che ogni anno, le attività criminali generino un giro d'affari da 110 miliardi. Nel 2019, in tutta l'Ue, le autorità hanno congelato beni e asset per 3 miliardi, ma solo un terzo di questi è stato confiscato, ossia tolto definitivamente ai criminali. Peggio ancora i risultati sul riuso sociale dei beni, che è considerata una pratica non solo vantaggiosa a livello economico (non far perdere valore ai patrimoni confiscati), ma anche dal forte profilo simbolico per il territorio dove risiede il bene: secondo il report "Good(s) Monitoring, Europe!" di Libera, a sei anni di distanza dalla direttiva, esclusa l'Italia, i beni riutilizzati a fini pubblici nel resto dell'Ue erano appena 13. Soltanto 19 Stati dell'Unione europea (su 27) hanno adottato norme in materia e solamente 7 hanno avviato dei progetti.

I limiti della direttiva sono tanti: c'è la mancanza di una vera cooperazione transnazionale di fronte a organizzazioni sempre più transnazionali (si pensi al grande mercato della cocaina che abbraccia ormai, spesso con forme di collaborazione, mafie olandesi, belghe, italiane, albanesi e marocchine, solo per citarne alcune). Ma c'è soprattutto li'ncapacità di mettere in piedi sistemi di confisca efficaci a livello nazionale: "Solo quattro Stati membri dell'UE (Repubblica ceca, Spagna, Italia e Svezia) hanno dimostrato di contare su sistemi di recupero dei beni con un livello di efficacia sostanziale", scrive la Commissione. Il problema, nota Bruxelles, è la rapidità di esecuzione dei provvedimenti: spesso, i criminali riescono a mettere in salvo i propri beni prima che i giudici riescano ad avviare la procedura di confisca.

Si tratta di problemi noti da tempo, ma su cui l'Ue finora non ha agito: a poco sono valse le cronache sempre più preoccupanti sulla diffusione delle mafie in Europa. A spingere Bruxelles sull'acceleratore hanno contribuito due fattori: il primo la pandemia e il rischio concreto che con la crisi non solo i fondi della criminalità organizzata entrino nell'economia legale (cosa che avviene anche in tempi meno turbolenti), ma che le mafie possano mettere mano sulla pioggia di investimenti del Recovery fund. Più di recente, è stata la guerra in Ucraina a far scattare la molla: cosa fare degli yacht e delle ville sequestrati agli oligarchi russi? Come evitare la fuga di beni e asset verso Paesi terzi dove non sarà più possibile rintracciarli? 

Più che il Totò Riina di turno, potè Vladimir Putin. E paradossalmente, come spiegato da Europa Today, i tempi per l'adozione della direttiva potrebbero vanificare gli sforzi di congelare e riutlizzare efficacemente i beni degli oligarchi di Mosca. Di contro, le nuove regole potrebbero però avere risultati benefici per il contrasto più generale al crimine organizzato transnazionale. La Commissione ne è convinta: la riforma della materia verte essenzialmente su due misure: l'allargamento della lista dei reati europei a cui applicare la direttiva, e l'inserimento della possibilità di confisca anche in caso di morte dell'indagato o quando sono scaduti i termini per perseguire il reato. Inoltre, Bruxelles ha inserito tra le modalità di confisca anche la "confiscation of unexplained wealth linked to criminal activity" (letteralmente "confisca dei beni inspiegabili legati ad attività criminali"): questa modalità mira a consenture "all'autorità giudiziaria di confiscare beni quando sono convinti che derivi da attività criminose, anche se non riconducibili a uno specifico reato. Ciò vale anche quando l'imputato non può giustificare l'origine legale della proprietà che non corrisponde al suo reddito ufficiale", spiega la Commissione. 

I buoni propositi ci sono. Adesso si vedrà se gli Stati membri saranno intenzionati a seguire la strada indicata da Bruxelles. 

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