rotate-mobile
Lunedì, 28 Novembre 2022
Lo scontro / Regno Unito

Perché si parla ancora di Brexit e qual è il problema con l'Irlanda del Nord

A oltre due anni dal divorzio le trattative tra Londra e Bruxelles sono ancora in corso, e il premier britannico Johnson è pronto a uno strappo e a violare i patti sottoscritti

A oltre due anni dall'uscita del Regno Unito dall'Unione europea, avvenuta formalmente il 31 gennaio del 2020, si continua a parlare del divorzio tra Londra e Bruxelles e la battaglia è ancora in corso. Il premier britannico, Boris Johnson, aveva promesso di Get the Brexit Done, portare a termine la Brexit, ma di fatto c'è una parte del Paese in cui questa non è avvenuta totalmente, e ciò sta creando non pochi problemi, politici ed economici: l'Irlanda del Nord.

Quando Johnson e l'allora presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, raggiunsero un accordo nell'ottobre del 2019, rimase aperto il nodo nord irlandese. Il problema è che l'appartenenza all'Ue aveva permesso di eliminare la frontiera fisica tra la Repubblica d'Irlanda, governata da Dublino, e la parte nord dell'isola che ricade sotto la sovranità di Londra. Questa divisione era stata alla base dei volenti scontri degli anni dei Troubles, tra i Repubblicani che lottavano per l'unificazione dell'isola e gli Unionisti fedeli al Regno. Fu propro la scomparsa di un confine fisico a facilitare gli accordi di pace del Venerdì Santo del 1999, ma con la Brexit però c'era il rischio che il confine fisico tornasse, e con esso le tensioni e le violenze.

Per evitarlo Johnson e Juncker (o meglio i loro negoziatori) avevano messo a punto un Protocollo speciale che stabiliva che nonostante l'Irlanda del Nord continui ad essere politicamente britannica, dal punto di vista commerciale resta all'interno dell'Unione doganale europea. In questo modo il confine fisico è stato spostato sulle coste dell'isola, ma questo però ha significato che anche le merci che transitano dalla Gran Bretagna all'Irlanda del Nord, pur rimanendo nella stessa nazione, devono ora sottostare a dei controlli e rispettare regolamenti e tassazioni non decise a Londra ma a Bruxelles. Questo perché se una merce può tranquillamente muoversi in Irlanda, significa che può poi arrivare in tutta Europa, e quindi deve rispettare gli standard economici, igienici e sanitari, richiesti a tutte le altre merci, e questi standard possono differire da quelli britannici.

I controlli sulle coste dell'isola però da una parte non sono mai piaciuti ai nazionalisti, che li vedono come un inizio di riunificazione dell'isola, dall'altra hanno creato veri e propri problemi economici e ritardi nelle consegne delle merci, ritardi che, ad esempio nei prodotti alimentari freschi destinati a negozi e supermercati, stanno causando una riduzione dei loro tempi di conservazione, portando anche gli scaffali spesso a restare vuoti. La burocrazia pure è diventata insopportabile, denunciano le imprese, che affermano di essere costrette a riempire moduli di centinaia di pagine, ogni volta che esportano un bene. Johnson pur avendo accettato allora questo protocollo, pur di evitare il pericoloso No Deal, l'uscita dall'Ue senza accordo, ha poi cambiato idea e chiesto di cambiarlo e sono state aperte delle trattative per provare a trovare una soluzione, ma senza esito. Così ora il leader Tory ha introdotto in Parlamento un disegno di legge per modificare unilateralmente il Protocollo, una mossa che di fatto, se portata a termine, porterebbe alla violazione di un trattato internazionale, un cosa che potrebbe avere serie ripercussioni per il Paese.

Il governo conservatore si appella alla “dottrina della necessità”, una scappatoia legale concessa dalla Commissione di diritto internazionale delle Nazioni Unite, secondo cui una modifica unilaterale di parti di un trattato internazionale può essere accettata se utilizzata da uno Stato che affronta "un grave e imminente pericolo", ma Bruxelles non accetta questa interpretazione e sta preparando un'azione legale. Nello specifico i cambiamenti più importanti che i britannici vogliono attuare sono essenzialmente tre. Il primo è quello di dividere le merci in 'rosse' e 'verdi', con le verdi che sono quelle desinate a rimanere in Irlanda del Nord, e le rosse quelle che possono essere poi vendute anche nell'Eire, e quindi in Europa. Per le verdi i controlli sarebbero nulli e queste merci dovrebbero sottostare ai regolamenti britannici e non comunitari, Londra assicura che questi beni andrebbero solo a negozi e catene “fidati”, in modo che non ci sia il rischio che finiscano poi sul mercato europeo.

Johnson vuole poi il permesso di decidere l'Iva da applicare sulle merci nell'Irlanda del nord, che al momento deve restare quella europea, e questo ha impedito ad esempio al Cancelliere dello Scacchiere (il ministro dell'Economia) Rishi Sunak di concedere anche a Belfast una riduzione dell'imposta su alcuni materiali di costruzione ecosostenibili. Il punto più spinoso è poi quello del ruolo della Corte di Giustizia comunitaria, che al momento ha il compito di risolvere le dispute tra Ue e Regno Unito sul Protocollo, ma il Regno Unito non vuole affidarsi a un tribunale che di fatto è di un'altra entità politica, e chiede che sia istituito un meccanismo di arbitraggio differente, anche se non è ancora chiaro di che tipo.

Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Perché si parla ancora di Brexit e qual è il problema con l'Irlanda del Nord

Today è in caricamento