Dalla Pirelli ai pesticidi, come la Cina fa shopping di imprese Ue

Secondo un report della Commissione, il governo di Pechino avrebbe facilitato l’acquisizione dell’industria italiana di pneumatici da parte della cinese Cnrc. E non solo. Sullo sfondo, i timori di Bruxelles per la crescita esponenziale della presenza "comunista" nell’economia europea

La sede di ChemChina

Circa 3 imprese dell’Ue su 100 sono controllate da aziende, anche statali, di Paesi fuori dai confini dell’Unione. Da cui dipendono 16 milioni di posti di lavoro. Il grosso è in mano a società con sede negli Usa, in Canada e in Stati “europei” come la Svizzera. Ma a preoccupare Bruxelles sembra soprattutto la crescita esponenziale di investimenti e acquisizioni da parte della Cina. Tanto più in questi mesi in cui sono salite alla ribalta le polemiche sui presunti rischi di spionaggio legati all’attivismo di Huawei nella costruzione della rete 5G. E sulla mossa dell’Italia di aderire, primo tra i grandi Paesi Ue e del G7, alla Nuova via della seta.

Il caso Pirelli

Il nodo centrale resta il legame stretto tra i grandi colossi cinesi e il governo comunista. E di conseguenza la paura di ingerenze di Pechino nell’economia e nella politica europee. Non a caso, nel suo lungo report sugli investimenti diretti esteri nell’Ue, la Commissione europea dedica un ampio capitolo a un caso “italiano”, quello dell’acquisizione di Pirelli da parte di Cnrc, azienda controllata da ChemChina, che a sua volta è nelle mani dello Stato cinese. 

Nell'ambito di una recente indagine in materia di sussidi, si legge nel report, la Commissione ha trovato "prove chiare e specifiche circa le varie modalità con cui il governo cinese ha facilitato l'acquisizione di Pirelli da parte di Cnrc”, avvenita nel 2015 (oggi il 45,5% della società è detenuto da ChemChina tramite una srl italiana, la Marco Polo International Italy, secondo dati Consob). ChemChina, o China National Chemical Corporation, ricorda la Commissione "è una compagna cinese controllata dallo Stato che è ben diversificata nella produzione di pesticidi, di prodotti in gomma, prodotti chimici, macchinari industriali e nella petrolchimica". 

Chi è ChemChina

Ma ChemChina non guarda solo all’Italia: un'altra grande operazione fatta di recente è l'acquisizione di Syngenta, produttore svizzero di pesticidi, avvenuta nel 2016 per 46,3 miliardi di dollari. Sempre nel 2016, ChemChina ha annunciato l'acquisizione del produttore tedesco di macchinari industriali KraussMaffei per circa 1 miliardo di dollari. Si tratta solo delle ultime acquisizioni fatte in Europa dalla società, che ha una crescita impetuosa e che aveva già rilevato il gruppo francese Adisseo, specializzato in soluzioni nutrizionali e additivi per i mangimi per animali, operazione che risale al 2006. Nel 2007 aveva comprato la francese Rhodia Global Silicone (oggi Bluestar Silicones International), nel 2011 la norvegese Elkem. Queste due società sono poi state fuse nella Elkem Silicones, oggi leader mondiale nel silicone. 

ChemChina, ricorda la Commissione, è stata fondata nel 1984 da Ren Jianxin: all'inizio era una "piccola fabbrica di solventi chiamata Bluestar Company, che poi ha preso il controllo di oltre 100 stabilimenti chimici posseduti dallo Stato cinese che navigavano in cattive acque, mentre la proprietà degli stessi è rimasta statale". Nel 2004, queste compagnie, insieme ad altre formate sotto l'egida del ministero dell'Industria chimica, si sono fuse per formare la China National Chemical Corporation. 

La maggior parte delle società "erano pesantemente indebitate e poco profittevoli". Secondo la Commissione, che cita il prospetto informativo di un'emissione obbligazionaria del 2016, "questi problemi pesano ancora sul bilancio della compagnia, che è sostenuto da finanziamenti pubblici. La strategia di effettuare acquisizioni all'estero è dettata dall'intento di migliorare la posizione di ChemChina nei mercati rilevanti, con tecnologie d'avanguardia e aumentando complessivamente la propria competitività". 

La concorrenza sleale e le ragioni di Stato

Quello che emerge dal report Ue, in sostanza, è che i colossi come ChemChina sembrano agire fuori dalle comuni logiche di mercato: il forte sostegno pubblico darebbe loro vantaggi competitivi enormi all’interno del mercato unico europeo. E’ il motivo per cui, per esempio, Francia e Germania hanno tentato di fondere i rispetti giganti dei treni (Alstom e Siemens), operazione poi bocciata dall’antitrust Ue: “Dobbiamo difenderci dal possibile arrivo della concorrenza cinese”, hanno spiegato.  

Ma l’attivismo delle imprese cinesi crea timori anche sotto un altro profilo: potrebbero agire in nome della ragion di Stato. E mettere le mani su asset strategici per l’Ue e i suoi Stati membri. Il caso Huawei  è sotto gli occhi di tutti, ma non è il solo. Stando al report della Commissione, i settori su cui la Cina, e in particolare il governo di Pechino, hanno investito di più “in termini di valore includono servizi di trasporto e logistica, attrezzature e componenti per autoveicoli, servizi pubblici e immobili”. Oltre a ChemChina, ci sono la CIC, la China Three Gorges e la State Grid. 

Gli investimenti cinesi nell'Ue

Se nel 2007, le imprese europee controllate da aziende cinesi erano 5mila, oggi il numero è salito a 28mila. E le operazioni di fusione e acquisizione sono passate da appena 17 a ben 114. Secondo il monitoraggio degli investimenti contenuto nel report della Commissione, i flussi annuali di investimenti dalla Cina all'Ue sono stati minimi fino al 2008 e “limitati” a 2,5 miliardi di dollari nel 2010, nel 2016 hanno raggiunto il livello record di 42 miliardi. In totale, dal 2000 a oggi, la Cina ha investito 181 miliardi di dollari nell’Ue. E di questi, oltre il 60% provengono da imprese controllate dallo Stato. 

Certo, considerato l’insieme degli investimenti esteri diretti, la quota cinese è ancora bassa: prendendo in considerazione gli asset di tutte le imprese europee controllate da Paesi extra-Ue, il 61,8% è in mano a società Usa o canadesi, mentre solo il 3% ha sede in Cina. Per assurdo, è più grande la quota (3,8%) detenuta da società con sede in paradisi fiscali. 

Ma evidentemente, è Pechino che ha fatto scattare l’allarme dell’Ue. Tanto che gli Stati membri, con inusuale rapidità e con l’astensione significativa dell’Italia, hanno approvato nei giorni scorsi il primo quadro di screening degli investimenti esteri diretti nell’Unione. Un modo per controllare meglio chi e con quali intenti vuole entrare nel ricco mercato unico europeo. E nell’eventualità, bloccarlo.

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