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Lunedì, 28 Novembre 2022
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"Per ottenere legalità bisogna riappropriarsi di beni e parole"

Formazione politica, prodotti locali e solidarietà: ecco la Nuova cooperazione organizzata

Formazione politica, prodotti locali e solidarietà. Questi alcuni dei principali ingredienti che si ritrovano nella Nuova cooperazione organizzata (Nco), un consorzio di cooperative sociali che opera nel territorio campano con l'obiettivo di restituire diritti, dignità e opportunità alle persone, prestando particolare attenzione a soggetti svantaggiati, come minori, persone con disagio psichico, ex-detenuti ed ex-tossicodipendenti. Il modello proposto è quello di un welfare comunitario, che passa attraverso il riutilizzo sociale di beni confiscati alla criminalità organizzata, come la Casa don Diana a Casal di Principe, o beni comuni, come la fattoria sociale “Fuori di zucca”.

Una fattoria "pazza"

Quest'ultima è il frutto della trasformazione di una vasta area dell'Ex Ospedale psichiatrico di Aversa, in provincia di Caserta, in un luogo di incontro tra agricoltura, salute mentale e cura del territorio. In una zona castigata dal dominio dei casalesi e dai disastri della terra dei fuochi, dai primi anni 2000 un gruppo di operatori e operatrici si è impegnato per creare una fattoria che su circa sette ettari ospita coltivazioni, un piccolo allevamento, un negozietto per la vendita diretta, un agriturismo e un ristorante. La missione principale però è quella del recupero e dell'integrazione di persone con disabilità, problemi psichici o un passato nelle tossicodipendenze. Tutte svolgono attività legate alla fattoria, attraverso un progetto terapeutico individualizzato, che vede coinvolti, oltre ai soci della cooperativa, un'equipe di figure professionali coordinate dalla Asl, esperte in sociologia, psicologia o psichiatria.

Riappropriarsi di beni e parole

La sigla NCO richiama quello di Nuova Camorra Organizzata, un gruppo di tipo camorristico capace di passare da forme basilari di criminalità, come la riscossione del pizzo o i ricatti, a sistemi organizzati di tipo imprenditoriale, attraverso lo spaccio capillare della droga, la gestione dei rifiuti tossici e la creazione di aziende dalla facciata “pulita”. Un fenomeno che determinò a cavallo tra gli anni settanta ed ottanta un'espansione nel tessuto economico locali, condizionando la vita sociale e produttiva del territorio. Riprendendo questo nome e trasformando la C di camorra in quella di cooperazione, il gruppo fondatore ha inviato un messaggio chiaro al territorio: fornire una risposta civile alla violenza criminale richiede organizzazione, riappropriandosi di quello che la criminalità ha sottratto, sia in termini di beni materiali che di parole omertosamente omesse e finite nel dimenticatoio.

Funzione terapeutica

Tra i soci fondatori della fattoria Fuori di Zucca, c'è Giuliano Ciano, perito agrario che ricostruisce le origini dell'esperienza, quando a fine anni '90, nell'area nord di Napoli, alcuni giovani decidono di dare risposte concrete alle persone che avevano concluso un percorso terapeutico con un'altra cooperativa. In un secondo momento viene individuata l'area dell'Ex-manicomio per realizzare progetti di stampo sociale. “All'inizio abbiamo fatto tutto in modo spontaneo e in base alle nostre esperienze pregresse, con la volontà di rilanciare il nostro territorio”, racconta Giuliano, “Avevamo intuito che le attività all'aperto potevano aiutare queste persone per una ragione molto semplice: la natura non giudica“. Ci si rende conto che le attività della semina, del raccolto, l'opportunità di passare del tempo in collettività, ma anche da soli nei campi, hanno una funzione terapeutica e offrono una metafora forte di riscatto, in particolare alle persone che hanno avuto problemi di tossicodipendenza. In seguito, confrontandosi con altre cooperative, nasce il Forum dell'Agricoltura sociale, dove si definisce una visione politica dell'agricoltura, in cui la produzione di cibo, intesa come diritto, integra diverse funzioni: valorizzazione del territorio, sostenibilità ambientale, salvaguardia delle identità del territorio e giusta retribuzione, per sottrarre i lavoratori al giogo del caporalato. La collaborazione con altre realtà determinò a suo tempo la nascita della Nco, che oggi miscela attività commerciali ad altre no profit, come per esempio l'iniziativa "Un pacco alla camorra".

Sfuggire alla camorra

La creazione del consorzio ha aiutato a rispondere concretamente a quella stessa criminalità che in passato aveva provato a mettere le mani sulla fattoria stessa. “A colpirci non è stata la violenza classica della minaccia o della pistola, ma abbiamo subito il trauma della trasformazione dei clan in imprenditoria criminale”, racconta Giuliano, ricordando: “Anni fa avevamo ricevuto un avviso di sfratto da parte della Asl di Caserta, scoprendo che l'area in realtà era stata attenzionata da imprenditori legati alla camorra, che intendevano fare speculazione edilizia eliminandoci. Per fortuna, anche grazie alle indagini della magistratura, siamo ancora qui”. In un cerchio paradossale, proprio nella fattoria ha trovato riscatto Paolo, ex manovalanza della criminalità locale, impiegato nello spaccio di droga, che dopo un percorso di lavoro, da sette anni è socio della cooperativa. “All'inizio eravamo timorosi, per via del suo passato, ma Paolo è riuscito davvero a tirarsi fuori dal contesto criminale. Oggi non solo ha uno stipendio onesto, ma ha ritrovato soprattutto la sua famiglia, che mentre era in carcere aveva minacciato di abbandonarlo se non avesse rinunciato ai rapporti con la camorra. La paura di perdere i suoi cari lo ha spinto a 'riconvertirsi' dopo trent'anni di galera”, dichiara Giuliano. La storia di Paolo non è un caso isolato, ma frutto di un lavoro meticoloso e paziente su un'area tormentata, che nelle lotte e nei prodotti locali prova a rigenerarsi dalle scorie del passato e dalle difficoltà del presente.

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