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Mercoledì, 28 Settembre 2022
L'intervista

“Giusta l'accoglienza ai rifugiati Ucraini, ma Mariupol è come Aleppo”

L'eurodeputato del Pd Bartolo, relatore ombra per la riforma di Dublino, critica la scelta dell'Ue di dividere i richiedenti asilo tra quelli di serie A e quelli di serie B

La scelta di concedere accoglienza a tutti i profughi ucraini in fuga dalla guerra è stata giusta, ma non ci sono “profughi di serie A e di serie B”, e se apriamo la porta a chi fugge dalla guerra nel Paese ex sovietico, non possiamo poi sbatterla in faccia a chi scappa da altre guerre e problematiche perché “hanno un altro colore di pelle e un’altra religione”. L'eurodeputato del Pd Pietro Bartolo, relatore ombra per la riforma del regolamento di Dublino, critica quella che ritiene essere una politica dei due pesi e due misure degli Stati europei, e afferma che non dobbiamo dimenticare che la città siriana di Aleppo, distrutta da anni di guerra civile, “è come Mariupol”, e che i conflitti e chi fugge da essi, sono tutti uguali.

Nell'accoglienza dei rifugiati ucraini gli Stati europei hanno dimostrato una grande solidarietà, come giudica la risposta dell'Europa alla crisi?
L’Europa si è dimostrata compatta e solidale in quest’occasione. La risposta unitaria e compatta che questa volta è arrivata da tutti i Paesi membri è un fatto storico. Però non possiamo fare finta che non esistano anche questa volta alcuni aspetti discutibili perché se è vero che l’adozione della direttiva adottata da Bruxelles attiva automaticamente il riconoscimento dello stato temporaneo di rifugiato per i cittadini di nazionalità ucraina, lo stesso non avviene per chi pur vivendo nella nazione per motivi di studio o di lavoro, ha una nazionalità diversa, come se non stessero scappando tutti dalle stesse bombe.

In passato rifugiati provenienti da altri Paesi non hanno ricevuto lo stesso trattamento, ritiene che il fatto che la guerra sia alle porte dell'Europa giustifichi questa differenza?
No, naturalmente. Credo sia una differenza ingiustificata e ingiustificabile. L’Ue non può comportarsi come se ci fossero profughi di serie A e profughi di serie B. Aprire le porte agli Ucraini perché sono biondi, hanno la pelle chiara, e sono cattolici; e sbatterle in faccia a siriani, afgani o a chi scappa dall’Africa, perché hanno un altro colore di pelle e un’altra religione. Se al centro delle nostre politiche, a fondamento stesso dell’Unione, c’è il rispetto e la salvaguardia dei diritti umani, è questo l’unico principio che deve guidarci nelle scelte. Non credo che quanto patito in Medio oriente dai siriani o dagli afgani sia meno doloroso di quello che vivono oggi gli Ucraini. Aleppo è come Mariupol, solo ad altre latitudini. Le foto della distruzione di queste città devono suscitare la stessa reazione, lo stesso sgomento e spingerci ad accogliere chi fugge da tanta violenza e devastazione allo stesso modo.

La gestione dei flussi migratori, al di là delle emergenze, resta però il grande nodo da risolvere. Su temi come la redistribuzione delle persone l'ultimo accordo prevede che chi non vuole accogliere può semplicemente pagare per non farlo, cosa ne pensa?
Manca la volontà politica di affrontare il fenomeno migratorio per quello che è, un fenomeno storico e strutturale da gestire e non da contrastare. Molti Stati membri non contemplano la ridistribuzione dei migranti tra le misure di solidarietà, preferiscono sborsare fondi per tenerli relegati nelle nazioni di primo ingresso finanziando politiche di contenimento anche con i Paesi terzi. Serve un meccanismo permanente e obbligatorio che scatti non solo in presenza di crisi migratoria ma in ogni condizione di arrivi di cittadini extra Ue. Si tratta di numeri assolutamente facili da gestire, soprattutto se ripartiti tra i 27 Paesi dell’Unione.

Altro grande tema irrisolto è la riforma delle regole di Dublino? A che punto è la discussione e quali sono le prospettive per un accordo?
È più di un anno che lavoriamo in Parlamento alla riforma del regolamento di Dublino III. Questa proposta di fatto lo ricalca mantenendo il criterio del primo Paese di ingresso modificandolo solo in maniera superficiale. Come relatore ombra di questa proposta legislativa ho presentato quasi 300 emendamenti per incentrare il sistema sulla solidarietà ed equa distribuzione delle responsabilità. Il tentativo è quello di rafforzare il riconoscimento dell’unità familiare e degli altri legami significativi (linguistici, sociali, culturali) nell’individuazione dello Stato membro responsabile. Questo rafforzamento non solo dimostrerebbe di tenere conto delle esigenze dei richiedenti, incoraggiandoli a rimanere dentro il sistema, ma favorirebbe anche in un secondo momento la loro integrazione. In assenza di legami significativi, abbiamo previsto l’attivazione di un meccanismo di ricollocazione obbligatoria verso i Paesi che meno accolgono, perché tutti gli Stati membri debbano fare la propria parte. Ma la strada è lunga e impervia poiché partiamo da posizioni diverse, ma è importante che il Parlamento raggiunga un accordo ambizioso e lungimirante”.

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