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Sabato, 18 Maggio 2024
Il futuro dell'Ue

La "missione" di Mario Draghi ed Enrico Letta per salvare l'Europa (dai nazionalismi)

I due ex premier italiani hanno ricevuto l'incarico di elaborare le proposte per riformare il mercato unico e rilanciare la competitività del blocco

Il futuro delle politiche economiche dell'Unione europea potrebbe dipendere da due ex premier italiani. Prima Enrico Letta, poi Mario Draghi consegneranno ai leader dei 27 Stati membri due rapporti su mercato unico e competitività. Si tratta, in soldoni, di due pacchetti di proposte che l'ex leader del Pd e l'ex governatore della Bce stanno redigendo in stretta consultazione con governi, imprese, esperti e gruppi politici dell'Ue. Da un lato, le regole che governano la concorrenza interna del blocco e che rappresentano il fulcro su cui si è basata la costruzione dell'Ue. Dall'altro, la sfida di un'industria che deve fare i conti con i ritardi in settori strategici rispetto ai competitor globali, in particolare Cina e Stati Uniti. 

L'intesa

Ad assegnare loro questi compiti sono stati il presidente del Consiglio Charles Michel (che ha incaricato Letta) e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen (Draghi). La coabitazione a Bruxelles di Michel e von der Leyen non è stata priva di tensioni, per usare un eufemismo. E diversi addetti ai lavori avevano scommesso che i due rapporti sarebbero stati un nuovo terreno di scontro tra i due leader Ue e le loro opposte visioni sul futuro del blocco. Provocando di conseguenza anche una competizione tutta italica tra Letta e Draghi.

In realtà, stando alle anticipazioni e a quanto dichiarato dai due ex inquilini di Palazzo Chigi, sembra che tra l'ex leader del Pd e l'ex governatore della Bce ci sia massima sintonia. E forse a consolidare l'intesa a distanza ci sono anche ragioni patriottiche (che nessuno dei due, per il ruolo che ricoprono, chiaramente ammetterà). Eppure, le proposte sul tavolo, stando sempre alle anticipazioni, potrebbero portare nuovo ossigeno a economie asfissiate dai debiti pubblici come, per l'appunto, quella del Belpaese.

Un'Ira europea

Per esempio, il rapporto di Letta, presentato al vertice Ue a Bruxelles del 17 e 18 aprile, parla della necessità di attuare nell'Ue un Inflation reduction act (Ira) come sul modello di quello varato dall'amministrazione Usa di Joe Biden. Non è un'idea isolata: da tempo diversi governi, tra cui quello di Roma, chiedono di proseguire sulla strada intrapresa con il Recovery fund, ossia dare a Bruxelles il compito di accaparrarsi risorse sui mercati dei capitali con l'emissione di eurobond (facendo debito), e redistribuire tali soldi agli Stati, in particolare a quelli che fanno più fatica a investire perché impegnati a sistemare i conti e a rispettare il Patto di stabilità. 

La proposta, che a Bruxelles viene spesso rilanciata da un altro ex premier italiano, l'attuale commissario Ue all'Economia Paolo Gentiloni, non piace chiaramente ai frugali, a partire dalla Germania. La quale di contro è stata accusata in questi anni di aver usato i suoi aiuti di Stato per dare un vantaggio alle proprie imprese a danno delle concorrenti del resto dell'Ue. Stando ai dati della Commissione dello scorso settembre, dei 742 miliardi di euro di sussidi pubblici concessi dai vari governi europei, il 48,4% riguardava solo la Germania. Veniva poi la Francia con il 22,6% e l'Italia con il 7,8%. Il restante 20 per cento era spalmato tra 24 Paesi. 

Il rapporto di Letta mira proprio a intervenire su queste criticità: l'ex premier propone "un meccanismo di contribuzione agli aiuti di Stato" a livello di Unione europea. In altre parole, l'idea è di creare un fondo alimentato con i bilanci nazionali, chiaramente in proporzione alle disponibilità di ciascuno. Tradotto, vorrebbe dire che Berlino dovrebbe allocare una parte dei sussidi pubblici al resto dell'Ue. È quanto successo con il Recovery fund, ma stavolta con un meccanismo che diventerebbe permanente.

Gli investimenti

Anche Draghi, stando sempre alle anticipazioni e alle sue dichiarazioni, pensa che per garantire il futuro della competitività del blocco occorra concentrarsi sul mettere più risorse possibili in comune per promuovere investimenti. "Una volta identificati i beni pubblici (su cui i Paesi Ue devono concentrarsi e investire insieme, ndr), dobbiamo darci anche gli strumenti per finanziarli - ha premesso - Il settore pubblico ha un importante ruolo e in passato ho parlato di come possiamo usare meglio la capacità di debito comune dell'Unione europea, specialmente per la difesa dove la frammentazione della spesa riduce la nostra efficacia totale. Ma buona parte del gap degli investimenti dev'essere coperto da investimenti privati". Come? "L'Ue un tasso molto alto di risparmi privati sono per la maggior parte incanalati nei depositi bancari e non finanziano la crescita come dovrebbero in un mercato di capitali più grande", ha spiegato. È lo stesso concetto che si ritrova nella bozza di rapporto che Letta consegnerà in queste ore i 27 leader Ue riuniti al summit di Bruxelles: "L'Ue ospita ben 33mila miliardi di euro di risparmi privati, prevalentemente detenuti in valuta e depositi", scrive l'ex leader del Pd.

Guardare fuori dall'orticello

Queste proposte potrebbero sembrare eccessivamente sbilanciate verso le istanze di Paesi come l'Italia, ma tanto Letta, quanto Draghi, hanno chiarito che è giunto il momento per l'Europa di guardare ai concorrenti esterni, e non perdersi nei bracci di ferro del proprio orticello. Un messaggio diretto a Berlino, come a Parigi: "Nell'Ue c'è bisogno di un cambiamento radicale, le nostre regole per gli investimenti sono costruite su un mondo che non c'è più", ha sottolineato Draghi. "Ci siamo rivolti verso l'interno, vedendo i nostri concorrenti come noi stessi, anche in settori, come la difesa e l'energia, nei quali abbiamo profondi interessi comuni. Nello stesso tempo, non abbiamo guardato al di fuori". E così i grandi competitori, che spesso giocano "non rispettando le regole, attivano politiche divisive, non giocano con le regole, disegnano politiche di investimento nelle loro economie a spese di altri", e tutto questo "ci coglie di sorpresa", ha avvertito, con un chiaro riferimento alla Cina.

L'obiettivo, scrive Letta, deve essere di "rendere la capacità industriale europea compatibile con la transizione equa, verde e digitale". Per farlo, dice Draghi, bisogna mettere in piedi un piano che favorisca "le economie di scala", ossia creare aziende europee e non nazionali capaci di competere che i giganti globali. L'ex governatore della Bce consegnerà a giugno il suo rapporto. Dentro, come nel caso del rapporto di Letta, confluiranno le richieste dei vari Paesi Ue. La sintesi dovrebbe comunque muoversi lungo le linee sopra citate.

Quale che sarà l'esito, il compito dei due ex premier italiani è quasi storico: evitare il declino economico dell'Europa nel mondo. E salvarla, prima ancora che dai concorrenti esterni, dai nazionalismi europei. Qualcuno vede, soprattutto nel lavoro di Draghi, una sorta di manifesto politico che potrebbe lanciarlo verso la presidenza della Commissione, o del Consiglio europeo. Chissà se lo stesso non valga per Letta. 


 

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