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Sabato, 18 Maggio 2024
Voto decisivo

Sfida Meloni-Sanchez sulla biodiversità: per batterlo lei schiera la "strana coppia"

Il 17 giugno si voterà la ratifica della legge sul ripristino della natura. Italia ed Ungheria puntano a disfarsene, la Spagna tenta gli ultimi disperati tentativi per salvarla

Affossare definitivamente la legge sul ripristino della natura o approvarla nonostante il malcontento espresso da un'ampia fetta di mondo rurale? La battaglia a distanza tra il socialista Pedro Sanchez e Giorgia Meloni, ormai esponente di spicco dell'ultradestra europea, si combatte in materia di biodiversità e tutela dell'ambiente. Il 17 giugno è l'ultima data disponibile per l'approvazione da parte degli Stati membri dell'Unione europea della normativa, diventata il centro di uno scontro politico senza precedenti. Il presidente del governo iberico ha schierato Teresa Ribera, negoziatrice che punta a trovare un paio di alleati disposti a cambiare schieramento e aspira ad uno dei "top job" a Bruxelles. La premier tricolore ha messo in campo il duo Gilberto Pichetto Fratin, il ministro dell'Ambiente meno ecologista di sempre, e il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida, signore delle gaffe col forcone sempre in mano.

Chi trancia la legge

Quella che sembrava semplicemente racchiudere una serie di misure di buonsenso, indispensabili per invertire la drammatica rotta dei cambiamenti climatici, è diventata una norma iper-politicizzata dove si è testato l'avvicinamento tra popolari e conservatori. Prima proposta e poi osteggiata dal Partito popolare europeo, la legge è sopravvissuta alle votazioni dell'Eurocamera, subendo però modifiche profonde e accogliendo obiettivi allentati. Ciò nonostante numerosi governi continuano a sostenere di non essere disposti a votarla. In prima fila l'Italia. Uno dei Paesi europei più vulnerabile ai mutamenti dal clima, che lotta in maniera ormai costante tra siccità e inondazioni, si oppone alle regole di tutela della biodiversità, ritenute da numerosi scienziati indispensabili per invertire la rotta. Insieme a Roma, è schierata l'Ungheria di Viktor Orban, i Paesi Bassi e la Svezia. Alle loro posizioni contrarie, si sono aggiunte quelle di Polonia, Belgio e Finlandia. Rimandare il voto, significherebbe di fatto affossare la legge. Con un Parlamento che si profila ad alta trazione a destra, i governi conservatori promettono di mettere a tacere quella che è diventata la legge simbolo del Green Deal, che da ancora di salvezza è diventato il capro espiatorio di tutte le crisi economiche. 

Il "team biodiversità"

Per convincerli a mutare idea, i ministri dell'Ambiente di 11 paesi dell'Ue, guidata dalla Spagna hanno scritto una lettera ai loro omologhi. "Caro Ministro, la invitiamo ad unirsi a noi nell'approvazione della Legge sul ripristino della natura nel prossimo Consiglio Ambiente, il 17 giugno dobbiamo agire con urgenza e decisione per concludere il processo politico", si legge nel testo, riportato dal quotidiano iberico El País. I firmatari fanno capo a Cipro, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Repubblica Ceca e Slovenia. A capitanare la squadra pro-biodiversità c'è Teresa Ribera, ministra spagnola della Transizione ecologica. La politica del Psoe viene considerata una delle artefici della regolamentazione, capace di negoziare un difficile accordo politico tra gli Stati e il Parlamento Ue durante la presidenza spagnola del Consiglio dell'Ue, quando Madrid ha presieduto lo scorso semestre europeo. L'impegno di Ribera cela, neppure troppo velatamente, la sua ambizione a rivestire un ruolo di primo piano nella prossima Commissione europea. Magari lo stesso ricoperto da Frans Timmermans, vicepresidente dell'esecutivo e artefice del Green Deal, puntando però a ricevere critiche meno aspre di quelle ricadute sull'olandese. 

Che cos'è la Nature Restoration Law approvata dal Parlamento Europeo per il ripristino della natura

Urne infiammate dalla rabbia agricola

Il regolamento punta a ripristinare entro il 2030 il 20% delle aree terrestri e marine dell'Ue. La legge nasce anche con l'intento di migliorare lo status delle falde acquifere e dei suoli, la cui grandissima maggioranza risulta degradata. Senza una ratifica finale da parte degli Stati membri, tutte le misure resterebbero in un limbo normativo. Le proteste rurali, piombate con violenza a Bruxelles, hanno intimorito una larga parte del centro in Europa, coi popolari che temono di essere  puniti alle urne e per questo hanno già smantellato la riforma della Politica agricola comune. Secondo Ribera in realtà gli agricoltori sono i primi che soffrirebbero per una mancata entrata in vigore della legge. "Punire" l'ambiente significa sottoporre le campagne a sforzi ancora più estremi. "In particolare, il settore primario è particolarmente sensibile alla conservazione dell'ambiente e subisce per primo gli effetti dei cambiamenti climatici",  ha dichiarato la politica spagnola a El País, aggiungendo che "gli effetti del cambiamento climatico sono devastanti, non possiamo voltarci dall'altra parte". E l'Italia? Il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida, a braccetto coi sindacati agricoli, ha contribuito ad annacquare la Pac, le leggi sugli imballaggi e spera di liberarsi anche delle regole sulla biodiversità. Al suo fianco troviamo il ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, che nonostante le estenuanti trattative ha delegittimato la norma definendola una mera "bandiera" e parlando di "ripristino ideologico".  

Strategie di voto

Per la ratifica da parte dei governi non serve l'unanimità, perché basta il voto favorevole di una maggioranza qualificata pari al 55% degli Stati membri, che rappresenti almeno il 65% della popolazione totale dell'Ue. Il lavoro diplomatico potrebbe puntare a convincere Paesi come Austria e Belgio, per ora propensi per l'astensione anziché per un convinto voto contrario come quello di Italia e Ungheria. Altro punto interrogativo riguarda la Polonia. Dopo il cambio di guida al governo, col ritorno di Donald Tusk (Ppe), Varsavia potrebbe fare marcia indietro e posizionarsi diversamente rispetto al partito Pis, al potere per un decennio. La Polonia è stata però anche uno degli Stati dove le proteste sono state più intense e lunghe. Tusk vorrebbe evitare una batosta elettorale già a giugno, solo pochi mesi dopo il delicato cambio della guardia.    

Bandiera bianca sulla natura

Discorso ancora più complesso per il Belgio, guidato al momento da una coalizione molto variegata coi liberali di Alexander De Croo che fungono da ago della bilancia, dove le europee coincideranno con le elezioni nazionali. L'ala dura delle proteste di Bruxelles, oltre che dalla Francia proveniva dalla regione belga delle Fiandre, dove si attende l'ennesimo exploit dell'estrema destra della N-Va e del Vlaams Belang. Il voto per la ratifica della legge sul ripristino della natura cadrà il 17 giugno, circa una settimana dopo l'appuntamento alle urne. Allora forse uno di questi due Paesi potrebbe essere meno restio a  mutare di avviso e spostarsi su un voto favorevole seppur in extremis. Nel continente europeo, quello che più velocemente si sta scaldando e sta soffrendo delle crisi naturali e climatiche, restare senza la più importante legge di tutela della biodiversità dagli anni '90 significa in effetti alzare una bandiera. Non ideologica, ma bianca. 
 

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