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Sabato, 18 Maggio 2024
Gli scenari / Israele

"Con l'attacco a Israele l'Iran riafferma il suo ruolo di leader dei nemici di Tel Aviv"

Intervista all'eurodeputato Castaldo (Azione) sulle conseguenze della mossa di Teheran: "Gravissima, ma ora una reazione sproporzionata dello Stato ebraico potrebbe portare a un'escalation"

Nella notte tra sabato 13 e domenica 14 aprile, l'Iran ha sferrato un attacco missilistico contro il territorio di Israele. È la prima volta che la Repubblica islamica si spinge a colpire direttamente lo Stato ebraico, dopo decenni di "guerra ombra" portata avanti tramite le procure di Teheran nella regione, il cosiddetto "asse della resistenza". Con questo attacco a Israele, il Paese ha voluto "ribadire il ruolo di leadership nei confronti dei suoi alleati nell'area", ma ora "un'eventuale reazione sproporzionata di Israele potrebbe portare a un'escalation". Ne è convinto Fabio Massimo Castaldo, ex-vice presidente dell'Europarlamento e membro della commissione Affari esteri. 

Come va letto l'attacco iraniano contro Israele di sabato notte?
"Si tratta di un'azione pericolosissima, che condanno nel modo più forte possibile, e che può portare ad una deflagrazione in tutta la regione e anche oltre. Credo che si sia trattato di un'esibizione muscolare dell'Iran, perché il regime degli ayatollah sta scricchiolando ed è messo sempre più in discussione sia internamente che all'estero. È stato soprattutto un modo di Teheran per ribadire il ruolo di leadership nei confronti dei suoi alleati nell'area: gli Houthi in Yemen, Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Siria, Iraq e Afghanistan e, naturalmente, Hamas in Palestina. L'obiettivo era sostanzialmente quello di riconfermare il proprio rango di potenza regionale e di riguadagnare spazio e consensi nel mondo musulmano intestandosi la difesa del popolo palestinese".  

Il rischio escalation è ora forte

"Questo rischio dev'essere affrontato con assoluta serietà dall'Occidente. In nessun modo possiamo permettere che si affermi una narrativa che dipinga l'Iran come un garante della libertà e dell'emancipazione dei popoli quando è il primo a opprimere il suo stesso popolo. D'altro canto c'è da compiere anche un'opera parallela di moral suasion nei confronti del governo israeliano, perché un'eventuale reazione sproporzionata da parte di Tel Aviv potrebbe provocare un'ulteriore escalation che potrebbe costringerebbe anche tutti gli altri attori regionali a schierarsi. Questo sarebbe estremamente pericoloso non solo per gli equilibri dell'area ma anche per la sicurezza internazionale". 

Come evitare che il conflitto si allarghi?

"Tutto dipenderà dalle reazioni dello Stato ebraico. Vedremo se e in che cosa si sostanzierà la risposta israeliana. È evidente che in un quadro del genere una mossa troppo azzardata potrebbe finire per alienare la "neutralità attenta" di quelle nazioni arabe che in questo momento non hanno assunto una chiara posizione: penso soprattutto all'Arabia Saudita, che prima del brutale attacco del 7 ottobre era a un passo dal normalizzare i rapporti diplomatici con Tel Aviv. È un processo estremamente fragile che dev'essere favorito da un'opera di mediazione occidentale". 

Prima di questo attacco Netanyahu era in grave difficoltà in patria. Ora è più forte o più debole?

"Personalmente sono molto critico con la gestione della sicurezza da parte del governo Netanyahu, soprattutto circa la conduzione delle operazioni militari in Palestina. La tragedia umanitaria che vediamo a Gaza fa pensare che sarebbe necessario un approccio diverso da parte israeliana, soprattutto a partire dall'accesso degli aiuti umanitari. Nel Paese sta crescendo l'insofferenza nei confronti dell'attuale leadership in una parte significativa della popolazione e la tenuta dell'esecutivo comincia a scricchiolare, però è evidente che un attacco esterno di questa portata ricompatta tutte le fazioni contro il nemico esterno". 

Vede una via d'uscita?

"Ora sarà molto difficile entrare in un negoziato di pace serio e credibile per andare verso una soluzione politica di lungo termine, almeno finché resterà in carica un governo così marcatamente nazionalista guidato da un premier che, anche per via degli scandali giudiziari che lo coinvolgono, ha perso molta della sua autorevolezza sia in patria che all'estero. Serve un cessate il fuoco permanente e duraturo, previo rilascio di tutti gli ostaggi. Questa è l'unica prospettiva che può portare ad un negoziato credibile per il lungo periodo, ma credo che per ottenerlo serva un cambio di leadership sia israeliana che palestinese". 

Come giudica il ruolo dell'Europa finora in questa nuova crisi mediorientale? 

"Purtroppo l'Europa è ancora troppo marginale. Al momento abbiamo solo palesato una forte discrepanza tra i vertici delle istituzioni mentre i governi procedono spesso in ordine sparso, manca una sintesi politica unitaria. Manca quell'unità politica che può darci il peso specifico necessario per influire nel processo negoziale. L'Europa è un po' troppo defilata e relegata al ruolo ancillare di supporto agli sforzi americani e all'interazione con il Qatar e gli altri Paesi del Golfo e con l'Egitto. Siamo insomma degli spettatori e non riusciamo a reclamare il protagonismo che dovremmo avere nel rilancio della prospettiva del dialogo politico". 

Possiamo aspettarci un passo avanti dal prossimo Consiglio europeo?

"Forse è un po' presto per poter vedere uno sviluppo del genere al prossimo Consiglio europeo (in calendario per mercoledì 17 e giovedì 18 aprile, ndr). Sicuramente si parlerà dell'attacco iraniano ma non mi aspetto che si giunga all'unità d'intenti e alla leadership forte di cui avremmo invece un grande bisogno. Temo che la crisi mediorientale paleserà ancora di più i limiti intrinseci al nostro assetto istituzionale: se continueremo a dare spazio alle agende nazionali e non supereremo la logica dei veti incrociati e dei compromessi al ribasso, non riusciremo a generare quella massa critica che è necessaria per affermare un ruolo europeo che possa fare realmente la differenza su scala globale".  

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