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Martedì, 28 Giugno 2022
L'ultimo zar / Russia

La Russia è una dittatura?

Quando Vladimir Putin arrivò al potere, trovò una democrazia fragile e un'economia a pezzi: 22 anni dopo ecco come ha trasformato il Paese

Sulla carta, la Russia è uno Stato democratico federale. Nella pratica, gli organismi internazionali e non governativi che si occupano di valutare la situazione della democrazia nel mondo, lo ritengono un regime autoritario. Il motivo può essere riassunto con un solo nome, quello di Vladimir Putin, da molti ribattezzato l'ultimo zar.

Secondo la classifica del Democracy Index stilata ogni anno dall'Economist, la Russia si trova al 124esimo posto tra 167 Paesi. Stando al World press freedom index di Reporter senza frontiere, Mosca è al 150esimo posto per la libertà di stampa su 180 Stati. Per il Corruption Perceptions Index di Transparency International, è al 125esimo posto sempre su 180 Paesi. Gli studi, dunque, convergono. E fotografano anche un deterioramento della democrazia russa che è diventato sempre più accentuato nell'ultimo decennio. Cosa è successo?

Dal crollo dell'Urss a Putin

Tutto iniziò il 25 dicembre 1991, quando l'Unione Sovietica ha cessato di esistere. La Federazione Russa, precedentemente Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, è stata una delle 15 ex repubbliche sovietiche a diventare indipendenti. Da questo momento in poi, la Russia ha iniziato una transizione caotica da una dittatura comunista a una democrazia capitalista e multipartitica.

Nel 1993 è stata ratificata una nuova Costituzione, che ha formalmente trasformato il Paese in una Repubblica federale e democratica. La Costituzione è in linea con quelle delle democrazie occidentali: protegge i diritti umani fondamentali, come la libertà di espressione e la libertà di associazione, e divide il potere tra i rami esecutivo, legislativo e giudiziario, proclamandone l'indipendenza reciproca.

La genesi del regno di Vladimir

Fin qui quello che c'è scritto nella Costituzione. Il problema nasce quando dalla Carta si passa alla realtà. Quando Putin arriva al potere nel 2000, trova un Paese allo sbando. Negli anni precedenti, era stato nominato primo ministro da Boris Eltsin, guadagnandosi popolarità grazie alla repressione del movimento indipendentista in Cecenia. In qualche modo, si può dire che fu una guerra a dare lo slancio definitivo a Putin per prendere le redini del Paese, togliendole a Boris Nemtsov, l'uomo politico che in molti, in Occidente, vedevano come il successore ideale di Eltsin. Nemtsov fu ucciso nel 2015 in circostanze mai chiarite del tutto. Oppositore di Putin, stava lavorando a un rapporto per denunciare le mosse del presidente per militarizzare il Donbass.

Il caso di Nemtsov è emblematico: diversi oppositori di Putin, siano essi uomini politici, imprenditori o giornalisti, sono stati uccisi. L'agenzia stampa Afp ne ha contati almeno 10. È andata meglio all'ultimo grande contestatore del presidente russo, Alexei Navalny, che si trova in carcere. Secondo l'analista Masha Lipman, è difficile pensare che dietro tali omicidi vi sia direttamente Putin: "Quello che succede in Russia, e sfortunatamente è successo parecchie volte, è che persone con un grande potere regolano i conti con i giornalisti che vedono come i loro avversari. Putin è responsabile della creazione di un'atmosfera nel Paese in cui queste persone possono regolare i conti con i loro avversari e farla franca".

Il primo decennio dello Zar

Si tratta di un passaggio importante, perché segnala un altro aspetto della situazione del potere in Russia. Per mantenere salda la poltrona, infatti, Putin ha costruito una classe dirigente a suo supporto sia all'interno delle diverse istituzioni russe, dall'amministrazione pubblica ai servizi segreti, sia nel mondo economico, grazie a una serie di oligarchi che nel ventennio putiniano hanno accumulato fortune immense. Ecco perché c'è chi definisce la Russia anche una oligarchia.  Inoltre, Lipman parla di "atmosfera", una sorta di potere impalpabile che si è sostituito alla legge, creando un mondo parallelo dove chi fa parte della cerchia di Putn può operare senza temere la giustizia. Questa "atmosfera" ha molto a che fare con una delle armi più amate dal leader russo, l'informazione.

Pochi lo ricordano, ma una delle prime mosse da presidente di Putin fu quello di portare sotto il controllo del Cremlino due dei media indipendenti più popolari del Paese, Ort e Ntv. Da lì è cominciato un lento e progressivo accaparramento del panorama mediatico che si è intensificato nella seconda parte del ventennio putiniano. Prima, il leader russo ha avuto dalla sua il successo economico: dal 2003 al 2008, il Pil del Paese è cresciuto del 7% in media all'anno, spinto soprattutto da petrolio e gas. Del boom ne hanno approfittato in generale le famiglie, che hanno finalmente visto crescere in modo consistente il loro potere di acquisto dopo la dissoluzione dell'Urss. Ma ne hanno giovato in particolare gli oligarchi. E' in quegli anni che Putin consolida la sua leadership in modo definitivo: consenso popolare alle stelle e cerchia di potenti sempre più riconoscente. 

Il secondo tempo

Ecco perché, quando nel 2008 deve rinunciare alla presidenza per via del limite costituzionale dei mandati, Putin ha gioco facile a far salire al suo trono Dimitri Medvedev, considerato alla fine un suo sodale (nonostante le speranze occidentali), e a riprenderselo nel 2012 facendo modificare ad hoc la Costituzione (cosa che ha rifatto di recente). Da premier, Putin però non ha più il vento in poppa dell'economia: la crisi dei prezzi del petrolio mina le basi del suo potere. Ed è così che ritorna alla guerra: prima la Georgia, poi, qualche anno dopo, l'Ucraina. I conflitti come arma di propaganda e come strumenti di repressione del dissenso interno. E' questo il volto del secondo decennio di putinismo. 

Forte del consenso popolare acquisito, dal 2011 a oggi Putin ha cominciato a erodere con più forza libertà di stampa e di espressione. Con il sostegno dei suoi oligarchi, ha messo le mani su quasi tutte le tv nazionali e la stragrande maggioranza dei quotidiani. Quelli non direttamente o indirettamente controllati dal governo e dal cerchio magico di Putin, sono stati intimiditi. Quando non è bastato il ricordo dell'assassinio della giornalista Anna Politkowskaja, lo si è fatto per legge, come quelle che di fatto puniscono i giornalisti penalmente bollandoli come estremisti o agenti stranieri solo per aver espresso critiche al potere. Lo stesso è avvenuto con la libertà di manifestazione. Nel 2014 è stata introdotta la responsabilità penale per ripetute violazioni della Legge federale sui raduni, per cui è prevista una condanna anche a cinque anni di carcere. L'anno è significativo: è quello del primo conflitto in Ucraina. Da allora, Putin ha sempre più stretto la morsa sull'opposizione interna.

Sull'orlo della dittatura

Non ha avuto bisogno di piegare più di tanto le istituzioni democratiche al suo volere, come successo altrove (anche all'interno dell'Ue, in Polonia per esempio): si è affidato a quella "atsmosfera" mista di consenso acquisito e paura che ha creato insieme ai suoi oligarchi, quel mondo parallelo al di sopra della legge scritta retto dalla propaganda e dall'assenza di uomini forti capaci di contrastarlo dall'interno. E quando ha pensato che tale posizione di vantaggio non bastasse, ha usato la guerra per rafforzare la sua leadership. Anche a costo di portare il Paese sempre più lontano dall'Occidente, dal G8 (lasciato nel 2017) alla stessa Europa, dove fino a ieri poteva contare sul sostegno della Germania.

Ma forse qualcosa si è rotto adesso con l'invasione dell'Ucraina. Nell'ultimo periodo di regno, Putin ha accelerato quelle riforme della Costituzione di cui ha potuto fare a meno in passato. L'ultima, nel dicembre del 2021, ha consegnato di fatto i poteri dello Stato nelle mani del presidente. Ecco perché se ancora oggi è difficile definire la Russia una dittatura, le basi perché lo diventi a breve ci sono tutte. Molto dipenderà se la marcia verso Kiev si trasformerà o meno in una Stalingrado. 

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