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Lunedì, 20 Maggio 2024
Economia circolare

Perché i produttori di farmaci e profumi dovranno "ripulire" le nostre fogne

La nuova direttiva sulle acque reflue urbane impone ai responsabili dell'inquinamento acquifero di pagare per la depurazione. Mentre gli scarti del processo verranno riutilizzati per ridurre la dipendenza dai fertilizzanti russi

Chi inquina paga: è uno dei princìpi cardine di buona parte della legislazione ambientale dell'Ue, e ora varrà anche per le acque di scarico delle nostre città (che in linguaggio tecnico si chiamano acque reflue urbane). Secondo le nuove regole approvate dall'Europarlamento, dunque, della pulizia delle acque in questione dovranno occuparsi soprattutto i responsabili del loro inquinamento, vale a dire produttori di cosmetici e medicinali. 

L'approvazione dell'Aula è arrivata con una maggioranza larghissima (481 voti a favore, 79 contrari e 26 astensioni), e ha dato il via libera definitivo alle nuove norme proposte due anni fa dalla Commissione (e su cui è arrivato lo scorso gennaio l'accordo con il Consiglio) in materia di raccolta, trattamento e scarico delle acque reflue nei centri urbani. 

La direttiva approvata mercoledì (10 aprile) introduce nuovi target per migliorare la qualità delle acque e ridurre l'impatto sull'ambiente. È previsto inoltre il riutilizzo delle acque per combattere la siccità, dopo che le imprese farmaceutiche e cosmetiche le avranno depurate: per la precisione, dovranno finanziare fino all'80% delle spese per la rimozione delle sostanze inquinanti derivanti dalle loro produzioni. 

Nello specifico, sono previsti degli obiettivi di trattamento delle acque scaglionati sia temporalmente sia in base alla grandezza dei centri urbani. Il trattamento secondario (cioè la rimozione della materia organica biodegradabile dalle acque prima che queste scarichino nell'ambiente) verrà esteso entro il 2035 a tutti i centri abitati con almeno 1000 abitanti equivalenti (a.e.). Fino ad oggi, questa soglia era fissata a 2000 a.e. Il 2039 segna poi la data limite per garantire l'applicazione del trattamento terziario (l'ulteriore rimozione di azoto e fosforo dall'acqua), che dovrà essere realizzato in tutti gli impianti che servono almeno 150mila a.e., mentre entro il 2045 questo metodo andrà adottato da tutti gli impianti che coprono almeno 10mila a.e. A partire da quest'ultima data, infine, gli impianti che servono 10mila a.e. o più dovranno garantire anche il trattamento quaternario, che prevede la rimozione di un più ampio spettro di microinquinanti. 

La normativa punta anche a migliorare il monitoraggio delle acque reflue, che ora dovrà includere la ricerca di altri agenti patogeni (come il virus della SARS-CoV-2, i virus influenzali e il poliovirus) o inquinanti, compresi i cosiddetti inquinanti perenni (PFAS), e le microplastiche. La resistenza antimicrobica sarà inoltre monitorata nelle acque reflue degli agglomerati superiori ai 100mila a.e.

Il testo concordato indica inoltre degli obiettivi di neutralità energetica: gli impianti di trattamento delle acque dovranno aumentare la quota di energia da fonti rinnovabili, partendo dal 20% entro la fine del decennio, passando al 40% entro il 2035, il 70% entro il 2040 fino ad arrivare al 100% nel 2045. Sarà promosso, infine, il riutilizzo delle acque reflue, soprattutto nelle zone a elevato stress idrico, per garantire "risorse preziose" per l'agricoltura: ad esempio recuperando il fosforo dai fanghi per impiegarlo nella produzione di fertilizzanti, un settore che ha dovuto soddisfare una domanda sempre crescente da quando le sanzioni comminate a Mosca e Minsk in relazione alla guerra in Ucraina hanno colpito i fertilizzanti russi e bielorussi, che rappresentavano circa il 60% dell'import europeo di questi prodotti.

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