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Martedì, 25 Giugno 2024
Futuro del blocco

Come il Parlamento europeo vuole riformare i trattati dell’Ue

Maggiori poteri per l’aula di Strasburgo, basta unanimità al Consiglio: le proposte degli eurodeputati

Gli eurodeputati dicono che è per rispettare le richieste dei cittadini. Gli Stati membri controbattono che Strasburgo sta portando avanti la sua agenda nascondendola dietro la volontà popolare. Come al solito, c’è del vero da entrambe le parti. Di sicuro, in ogni caso, c’è che l’Europarlamento ha chiesto ufficialmente al Consiglio di lanciare il processo di riforma dei trattati comunitari.

C’era una volta Lisbona

Durante la plenaria di novembre, dopo un acceso dibattito i membri dell’assemblea Ue hanno adottato per una manciata di voti una risoluzione che incarica i capi di Stato e di governo dei Ventisette di avviare la revisione dei trattati su cui si fonda l’Unione. L’ultima volta che vi era stata messa mano era il 2007, il cataclisma finanziario poi passato alla storia come “Grande recessione” non era ancora esploso ed era stato appena concluso l’allargamento a est, il più grande di sempre, che aveva portato 12 nuovi membri nel club europeo nel giro di tre anni. C’era ancora il Regno Unito, non ancora la Croazia. Un’altra era geologica, per la storia politica continentale.

In quel dicembre 2007 venne siglato il trattato di Lisbona, che entrò in vigore due anni dopo e che in realtà è composto da due documenti fondamentali: il Trattato sull’Unione europea (Tue) e il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue). Questi testi raccoglievano i cocci del fallimento clamoroso della Costituzione europea, cioè la fine di quella “ubriacatura europeista”, come l’ebbe a definire qualcuno, naufragata in seguito al “No” dei referendum francese e olandese nel 2005. Da allora, complice una serie di crisi che ha attanagliato l’Europa ininterrottamente, nessuno ha più parlato seriamente di riforme organiche dell’architettura comunitaria.

Le richieste dei deputati: più poteri a noi 

Almeno fino ad ora. Infatti, facendosi forte dei risultati della Conferenza sul futuro dell’Europa (Cofoe), una mastodontica iniziativa di democrazia deliberativa con cui Bruxelles ha voluto coinvolgere direttamente alcune centinaia di cittadini europei, ora il Parlamento è tornato alla carica e sta riproponendo diversi suoi cavalli di battaglia. Come sempre, gli eurodeputati chiedono un ruolo più centrale per l’istituzione di cui fanno parte, che considerano l’unica veramente legittima da un punto di vista elettorale.

Tra le richieste più salienti troviamo il riconoscimento all’Eurocamera di un pieno diritto di iniziativa legislativa (al momento quel potere è esclusivamente in mano alla Commissione), il ruolo di co-legislatore per quanto riguarda il bilancio pluriennale dell’Ue (ora il Parlamento può solo approvare o rigettare le proposte di budget, ma non viene coinvolto nella loro definizione) e la possibilità di nominare il presidente della Commissione, ricalcando più da vicino i sistemi parlamentari nazionali in cui l’esecutivo viene scelto dal legislativo (oggi a scegliere il capo del Berlaymont è il Consiglio europeo, mentre il Parlamento può solo approvarlo o bocciarlo).

Oltre a ciò, Strasburgo vorrebbe che fossero assegnate maggiori competenze all’Unione in materia di ambiente, salute pubblica, industria e istruzione. Tra i desiderata dell’assemblea ci sono anche l’introduzione di referendum paneuropei ed il passaggio ad un sistema decisionale più “bicamerale” (in cui cioè Parlamento e Consiglio, i co-legislatori, aumentino le loro sinergie).

Un ultimo punto cruciale è la richiesta di estendere il numero di materie sulle quali gli Stati membri decidono a maggioranza qualificata in seno al Consiglio, riducendo all’osso i dossier per i quali viene richiesta l’unanimità. Questo servirebbe a velocizzare le procedure decisionali, evitando i veti incrociati dei governi che finiscono spesso con il bloccare decisioni importanti che andrebbero prese con tempestività (come nel caso della politica estera).

Ora, è evidente che aumentare le prerogative del Parlamento significa ridimensionare quelle degli Stati membri, dunque c’è da aspettarsi che il dibattito si scaldi nei prossimi mesi. Del resto, già quando erano stati pubblicati i risultati della Cofoe nel maggio 2022, quasi la metà dei governi dei Ventisette aveva chiarito che riformare i trattati non era la priorità. La guerra in Ucraina era scoppiata da poco, e ridisegnare l’architettura comunitaria era l’ultimo dei problemi. E all’aula si rimproverava una buona dose di opportunismo politico, per cui avrebbe mascherato i propri obiettivi strategici con la cortina di fumo della “volontà popolare”, sventolando le proposte emerse dalla Cofoe come giustificazione per una riforma in senso federale dell’Ue.

La riforma dei trattati

Ma come si modificano i trattati comunitari? Ci sono varie possibilità, ma quella su cui sta puntando l’Eurocamera è la cosiddetta procedura ordinaria, che è regolata dall’articolo 48 del Tue. Con questa modalità, il Parlamento può avanzare delle proposte di riforma e sottometterle al Consiglio, che è precisamente dove ci troviamo ora. Adesso spetta alla presidenza spagnola del Consiglio trasmettere le proposte al Consiglio europeo di metà dicembre, dove i leader dei Ventisette dovrebbero discuterle ed eventualmente convocare la convenzione intergovernativa per la revisione dei trattati. Qui verrà negoziato il testo finale, cioè un nuovo trattato che, una volta ratificato da tutti gli Stati membri, andrà a sostituirsi a quelli in vigore oggi.

Se è vero che la decisione di convocare una convenzione va presa a maggioranza semplice, è evidente che i governi nazionali non hanno interesse ad imbarcarsi in un processo così complesso e dagli esiti incerti se non sono sicuri che tutti (o quasi) sono d’accordo con l’imboccare il percorso di riforma. Tuttavia, negli ultimi tempi le cancellerie di Francia, Germania e Spagna (e anche l’Italia di Mario Draghi) hanno sottolineato in più occasioni la necessità di ripensare alle regole che gestiscono il funzionamento della casa comune europea, e di farlo prima di allargare l’Unione ai nuovi membri che stanno da tempo bussando alla porta (Ucraina, Moldavia, Georgia e diversi Paesi dei Balcani occidentali). 

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