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Venerdì, 21 Giugno 2024
Dopo il voto

Gli elettori hanno parlato, ora in ballo ci sono le nomine: von der Leyen verso il bis

A seguito del voto europeo si ridisegnano gli equilibri politici dell'Unione: ora vanno rinnovati i vertici di tutte le istituzioni comunitarie

Tra rischi scongiurati di "valanghe nere" e nuove prospettive di "maggioranze liquide", i risultati delle elezioni europee che si stanno consolidando in queste ore suggeriscono uno scenario di sostanziale continuità. A partire dalla riconferma della presidente uscente della Commissione, Ursula von der Leyen, che ora appare sempre più probabile (anche se non necessariamente scontata). 

Il nuovo ciclo istituzionale

Come avevamo anticipato in questa guida, con il voto del weekend si è ufficialmente messo in moto l'intero carrozzone della politica europea, che in gergo tecnico si chiama ciclo istituzionale: in sostanza, ora si aprono i giochi per definire chi occuperà i posti apicali nell'architettura dell'Ue per i prossimi cinque anni. E dunque quale sarà la direzione politica che il blocco seguirà fino al 2029. 

Ad essere rinnovati, oltre ai 720 seggi degli eurodeputati di Strasburgo, saranno anche i cosiddetti top jobs dell'Unione: le presidenze della Commissione, del Consiglio europeo e dell'Europarlamento nonché l'Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza. 

Il bis (quasi) assicurato di von der Leyen

Non c'è dubbio che a occupare la prima (e più prestigiosa) di queste caselle saranno i Popolari, che sono arrivati primi nelle urne ancora una volta, peraltro aumentando ulteriormente i propri eletti rispetto alla legislatura uscente: le ultime proiezioni dell'Aula parlano di 186 seggi per il Ppe, dieci in più degli attuali 176. 

Ed altrettanto indubbio è il nome che proporranno: quello della loro Spitzenkandidatin von der Leyen. Da un lato, i partiti che hanno gareggiato con il Ppe nelle urne hanno già tutti riconosciuto – più o meno esplicitamente – il diritto dell'attuale capo dell'esecutivo comunitario di reclamare la successione a se stessa. 

L'unica incognita in questo caso sarà da che parte i Popolari vorranno andare a pescare i voti necessari per raggiungere quota 361 ed approvare la nomina della loro candidata: i loro partner tradizionali (Socialisti e liberali) e i Verdi si sono dichiarati disponibili a mantenere in piedi la consueta maggioranza europeista e moderata, mentre minacciano di staccare la spina se i cristiano-democratici collaboreranno con la destra dei Conservatori e riformisti (Ecr). 

Dall'altro lato, gli smacchi elettorali subiti dal presidente francese Emmanuel Macron (che ha sorpreso tutti annunciando a spoglio in corso le elezioni legislative anticipate) e dal cancelliere tedesco Olaf Scholz (il quale però non sembra intenzionato a seguire l'esempio che gli arriva d'oltre Reno) lasciano parecchi dubbi circa la possibilità dei due leader di opporsi efficacemente ad un bis di von der Leyen.

Le tempistiche per la nuova Commissione

Del resto, i risultati delle urne hanno anche fatto definitivamente tramontare, a meno di improbabili capovolgimenti dell'ultimo minuto, l'ipotesi Mario Draghi che tanto aveva appassionato la stampa italiana (e l'inquilino dell'Eliseo). I capi di Stato o di governo dei Ventisette potrebbero quindi riuscire a trovare una quadra sul pacchetto di nomine relativamente in fretta, forse addirittura già per la fine del mese. 

Il 17 giugno si incontreranno infatti a Bruxelles per un vertice informale, mentre un summit ufficiale è in calendario per il 27 e 28. Se per quest'ultima data il risiko dei top jobs sarà stato risolto, un'eventuale riconferma di von der Leyen potrebbe essere votata dall'Aula di Strasburgo già alla sessione costitutiva del 16-19 luglio (precisamente giovedì 18). In caso contrario, si potrebbe slittare alla plenaria di metà settembre. 

Ad ogni modo, dopo che sarà stato scelto il (o meglio la) presidente in pectore della Commissione, andrà nominato il resto del Collegio: i governi nazionali proporranno i propri commissari, che dovranno sottoporsi alle audizioni degli eurodeputati. Questi ultimi dovranno poi esprimersi con un voto di fiducia sulla Commissione nel suo complesso. Verosimilmente, questo processo dovrebbe concludersi tra ottobre e novembre. 

Le altre cariche apicali

Ora, se la presidenza della prossima Commissione andrà al Ppe, i Socialisti vorranno insediare qualcuno dei loro sullo scranno più alto del Consiglio europeo, che si libererà a inizio dicembre quando scadrà il mandato del liberale belga Charles Michel. Tra i nomi che circolano con più insistenza c'è quello dell'ex premier portoghese António Costa, che ha recentemente incassato l'appoggio del suo successore alla guida del governo di Lisbona, il conservatore Luís Montenegro. 

I socialdemocratici hanno già dichiarato di non essere più interessati alla carica di Alto rappresentante (che è anche vicepresidente dell'esecutivo comunitario), dopo averla occupata fin dalla sua istituzione con Javier Solana, Catherine Ashton, Federica Mogherini e Josep Borrell. Il ruolo di capo della diplomazia Ue andrà dunque probabilmente ai liberali, per i quali un profilo di tutto rispetto parrebbe essere la premier estone Kaja Kallas, anche se qualche cancelleria è riluttante sull'affidare l'azione esterna del blocco a qualcuno proveniente da un Paese così ostile alla Russia. 

Rimane infine la presidenza dell'Europarlamento. La sua elezione avverrà durante la sessione costitutiva di luglio, e con ogni probabilità si risolverà nella riconferma della popolare maltese Roberta Metsola, che ha presieduto l'Aula negli ultimi due anni succedendo allo scomparso David Sassoli. Allo scadere del suo secondo mandato, che dura metà legislatura, è verosimile che la palla passi nuovamente ai Socialisti, come da consuetudine: dati i risultati tutt'altro che deludenti registrati questo weekend, ci sono buone chances che a guidare la parte finale della decima legislatura sia un italiano del Pd o uno spagnolo del Psoe.

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