Sabato, 13 Luglio 2024
La scheda

Freni al Green Deal e modello Ruanda per i migranti: il manifesto Ppe per le europee

I cristiano-democratici puntano al voto degli elettori conservatori con cavalli di battaglia consolidati ma sempre attuali. E alla guida della Commissione vogliono (di nuovo) von der Leyen

C'è meno centro e più destra nel programma elettorale del Partito popolare europeo (Ppe), che secondo i sondaggi dovrebbe rimanere la prima forza politica nell'Aula di Strasburgo anche dopo il voto di giugno, proseguendo in un trend di dominanza che dura da 25 anni. Al congresso dei Popolari di Bucarest, tenutosi mercoledì 6 e giovedì 7 marzo, è stato formalmente adottato il manifesto del partito ed è stata nominata la candidata di punta per la guida della Commissione: l'attuale presidente dell'esecutivo comunitario, Ursula von der Leyen, che si era ufficialmente (ri)candidata lo scorso febbraio. 

Provaci ancora, Ursula

L'ex-ministra della Difesa tedesca punta ad ottenere un secondo mandato al timone del Berlaymont, dopo aver guidato il blocco negli ultimi cinque anni attraverso una serie di crisi epocali dalla pandemia all'invasione russa dell'Ucraina. E così il suo partito l'ha incoronata formalmente sua candidata di punta (spitzenkandidatin) per le europee durante la due giorni al Romexpo, nella capitale romena, dandole quell'investitura democratica che le era mancata la scorsa volta. Nel 2019, von der Leyen non era infatti la candidata di nessun partito e fu scelta a porte chiuse dal Consiglio europeo, che ignorò il vero kandidat dei Popolari, cioè Manfred Weber, capogruppo a Strasburgo nonché presidente del Ppe e leader della Csu bavarese (il partito "gemello" della Cdu di von der Leyen). Non che si sia trattato di una sfida combattuta: von der Leyen era l'unica a gareggiare per questo ruolo, come nel caso del kandidat progressista Nicolas Schmit, scelto per acclamazione a Roma durante la convention del Partito socialista europeo (Pse) tenutasi lo scorso weekend. Ma al netto dell'unzione di Bucarest, nemmeno stavolta von der Leyen correrà per un seggio da deputata, puntando direttamente al vertice dell'Ue senza passare dal via.

Ma se la prima nomina dell'ex-ministra della Difesa di Berlino fu possibile grazie al sostegno della cosiddetta "maggioranza Ursula" all'Europarlamento (peraltro per una manciata di voti), le cose potrebbero andare diversamente il prossimo autunno. Nel 2019 a confermare l'attuale presidente furono Popolari, Socialisti e Liberali con l'appoggio esterno dei Verdi (e del Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, che avviò allora la rottura con gli alleati leghisti per collocarsi definitivamente nel "campo largo" del centro-sinistra italiano). Stavolta, invece, i sondaggi annunciano uno spostamento a destra del baricentro politico a Strasburgo, con diversi sondaggi che mettono i Conservatori dell'Ecr (dove siedono i deputati di Fratelli d'Italia) e i sovranisti dell'Id (Identità e democrazia, di cui è membro la Lega) in gara per il terzo posto davanti ai liberali di Renew.

E proprio il nodo delle alleanze nella prossima legislatura sta già scaldando gli animi lungo tutto l'arco parlamentare di Strasburgo. Weber sta lavorando da tempo per spostare i cristiano-democratici verso posizioni sempre più di destra: dal canto suo, von der Leyen ha dichiarato che è aperta al dialogo con alcuni dei partiti conservatori dell'Ecr (e in particolare con la delegazione della premier italiana, che più di qualcuno vorrebbe nel Ppe), ma non con chi mette in dubbio lo Stato di diritto o la collocazione atlantista, pro-Ucraina e anti-Putin dell'Unione. Se è tuttavia ancora presto per il de profundis della maggioranza moderata ed europeista Ppe-Pse-Renew che ha determinato la linea politica negli ultimi decenni (non ci sono i numeri per un asse stabile che vada dal centro liberale all'estrema destra, sempre che sia politicamente sostenibile), resta comunque altamente probabile che nella prossima legislatura i Popolari cercheranno più sistematicamente la sponda dei Conservatori che non quella dei Socialisti.

La sicurezza prima di tutto

E infatti lo slittamento verso destra del Ppe si vede dalle priorità messe nero su bianco nel manifesto elettorale adottato a Bucarest, che strizza l'occhio all'elettorato più conservatore. Si parte con il capitolo sicurezza, declinato in due voci: difesa e migrazioni. Quanto al primo punto, von der Leyen ha già espresso l'intenzione di creare un nuovo portafoglio per la Difesa all'interno del suo secondo Collegio (se verrà rieletta), a riconferma della centralità che il tema ha assunto per il Vecchio continente dopo due anni di guerra in Ucraina. Insomma, prepariamoci ad una Commissione ancora più geopolitica di quella che abbiamo conosciuto in questi anni.

Von der Leyen ha in mente un grande piano strategico per il rilancio della base industriale militare europea, che dovrà permettere ai Ventisette di aumentare la propria capacità di produzione, vendita e acquisto di materiale bellico dentro e fuori l'Ue. Del resto, la lista delle prorità su cui i Popolari intendono imperniare l'agenda dei prossimi cinque anni si apre con una frase inequivocabile: "Non c'è libertà senza sicurezza". E il primo paragrafo della sezione dedicata alla sicurezza (declinata in varie forme) parla proprio di Ucraina e della necessità di sostenere Kiev in funzione anti-Mosca, amplificando il supporto militare, politico, umanitario ed economico e aprendo al Paese aggredito le porte tanto dell'Ue quanto della Nato. 

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (destra) e la premier italiana Giorgia Meloni a Kiev nel secondo anniversario dell'inizio dell'invasione russa, il 24 febbraio 2024 – foto AP/LaPresse

Migranti e modello Ruanda

C'è poi l'altro tema chiave delle migrazioni, evergreen della destra europea: tra le foto simbolo del primo mandato di von der Leyen, c'è senz'altro quella che la ritrae a Tunisi mentre, in compagnia di Meloni e del premier olandese Mark Rutte, stringe la mano al presidente tunisino Kais Saied dopo aver siglato un memorandum con lo Stato nordafricano. La leader della Commissione ha anche lodato gli accordi tra Roma e Tirana (con la creazione di due centri di detenzione per i richiedenti asilo sul suolo albanese) come un "modello" per la politica migratoria di Bruxelles, che i cristiano-democratici vorrebbero sempre più incentrata sull'esternalizzazione della gestione dei flussi ai Paesi terzi, seguendo il controverso modello del Regno Unito, dove il governo di Rishi Sunak vuole appaltare al Ruanda l'accoglienza dei rifugiati (un modello che, per inciso, la Corte suprema britannica ritiene in conflitto con il diritto internazionale).

"Ci siamo impegnati per il diritto fondamentale all'asilo, ma l'Ue, insieme ai suoi Stati membri, deve avere il diritto di decidere a chi e dove concederlo. Concluderemo accordi con Paesi terzi per garantire che anche ai richiedenti asilo possa essere riconosciuta protezione in modo civile e sicuro", si legge nel manifesto dei Popolari. E ancora: "Chiunque richieda asilo nell'Ue potrebbero anche essere trasferito in un Paese terzo sicuro e ivi sottoposti alla procedura di asilo. In caso di esito positivo, il Paese terzo sicuro concederà protezione al richiedente in loco".

Competitività e reindustrializzazione

Ma non c'è solo l'industria bellica nel programma del Ppe. In generale, i Popolari vogliono risollevare l'intero comparto industriale europeo, con il mantra della competitività come parola d'ordine. Il momento simbolo di questo nuovo corso è stato l'incontro ad Anversa tra von der Leyen (insieme al premier belga Alexander De Croo, presidente di turno del Consiglio Ue) e i rappresentanti dell'industria chimica europea lo scorso febbraio: in quell'occasione, è stato stipulato un nuovo patto industriale per la competitività, con il quale la presidente-candidata ha aperto alle preoccupazioni delle aziende promettendo una maggiore collaborazione da parte di Bruxelles.

Il programma del Ppe parla anche di una sorta di deregulation nel campo dell'intelligenza artificiale (Ia): l'obiettivo dei cristiano-democratici sarebbe quello di favorirne lo sviluppo senza appesantirlo con eccessive pastoie burocratiche, per permettere all'Europa di gareggiare alla pari con i giganti globali del settore, Stati Uniti e Cina.

C'era una volta il Green deal

E a fare le spese di questo nuovo corso pro-industria saranno inevitabilmente le politiche ambientaliste dell'Ue. In una giravolta politica di non poco conto, dopo che von der Leyen si fece sventolando proprio la bandiera del Green deal come rivoluzione epocale e necessaria per l'Europa, l'ecologismo non trova più posto nel programma elettorale dei Popolari. Alla plenaria di fine febbraio è andata in scena una prova generale del nuovo corso "anti-ambientalista" del partito, che ha provato ad affossare la legge sul ripristino della natura, voluta dalla sua stessa presidente. Ironicamente, a salvare quel pezzo centrale della legislazione verde di Bruxelles è stato proprio un manipolo di cristiano-democratici ribelli, che hanno votato insieme alle forze progressiste contraddicendo le indicazioni della leadership popolare.

Il manifesto del Ppe per il voto di giugno conferma esplicitamente questo cambio di approccio: il partito si dice "chiaramente impegnato a raggiungere l'obiettivo di riduzione delle emissioni del 55% e l'obiettivo della neutralità climatica entro il 2050", ma affrettandosi a precisare che "l'Europa non deve deindustrializzarsi seguendo questo percorso ambizioso ma, al contrario, deve mostrare al mondo che la trasformazione a zero emissioni di carbonio può essere raggiunta con successo attraverso le nostre attività". Le politiche pro-clima devono quindi essere ambiziose "ma anche realistiche", poiché "gli ingegneri e non i politici insieme al mercato dovrebbero decidere qual è la migliore tecnologia per raggiungere la neutralità carbonica". Insomma, "abbiamo bisogno di più tecnologia, non di divieti".

Infine, c'è il grande tema dell'agricoltura, tornato di scottante attualità. I Popolari vogliono rimodulare la politica agricola comune (Pac) di Bruxelles, che impegna circa un terzo del budget Ue, dopo che le riforme ecologiste promosse nel quadro del Green deal si sono scontrate con l'agguerritissima opposizione degli agricoltori (nonché dei gruppi di destra all'Eurocamera). Il risultato è che nel programma elettorale del Ppe la politica ambientale viene ridotta a mera protezione del clima, senza alcuna proposta di intervento organico a livello del sistema agroalimentare.

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Freni al Green Deal e modello Ruanda per i migranti: il manifesto Ppe per le europee
Today è in caricamento