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Venerdì, 21 Giugno 2024
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"A causa dell'Europa siamo invasi dal cibo e da altri prodotti stranieri"

Le accuse all'Unione europea: cosa c'è di vero

Una delle critiche che vengono più smesso mosse all'Unione europea è che, a causa della sue politiche commerciali all'interno del mercato unico e con i Paesi terzi, l'Italia sarebbe invasa dal cibo e da altri prodotti stranieri. Questo colpirebbe duramente le nostre imprese, che, stando a queste accuse, sono sottoposte a una forma di concorrenza sleale da parte di Paesi dove i costi di produzione sono più bassi e le regole da rispettare sono meno stringenti. Legata a quest'accusa a Bruxelles c'è anche quella per cui l'ingresso nell'Unione europea avrebbe impoverito il nostro tessuto produttivo e più in generale la nostra economia. Ma cosa c'è di vero?

Siamo invasi?

Per rispondere, guardiamo innanzitutto ai dati della bilancia commerciale, ossia la differenza tra quanto esportiamo e quanto importiamo. Gli accordi commerciali internazionali, come quello con il Canada per esempio (il Ceta, criticato duramente in passato da una parte della politica e delle organizzazioni produttive italiane), vengono negoziati dalla Commissione europea in stretta cooperazione con il Parlamento europeo e i governi degli Stati membri. Una volta concluso l'accordo, perché questo entri in vigore occorre la ratifica di tutti i 27 Paesi del blocco: basta un voto contrario per fermarlo.

Ecco perché tutti gli accordi commerciali internazionali in vigore sono tali perché l'Italia (come gli altri 26 membri) ha dato il suo consenso. Del resto, guardando ai dati, è stata un scelta di buon senso. Nel 2023, l'Unione europea ha importato beni dall'estero pari a 2.518 miliardi di euro. Di contro, ha esportato verso Paesi terzi beni per un valora di 2.556 miliardi. La bilancia commerciale, in altre parole, pende a favore dell'Ue, che esporta più di quanto importa, anche se di poco. 

La bilancia positiva

Guardando ai singoli Stati, c'è chi ha una bilancia negativa, come i Paesi bassi (-195,5 miliardi) e la Spagna (-49,8). L'Italia, invece, ha una bilancia commerciale positiva, ossia esporta più di quanto importa: nel 2023, tra export e import, le nostre imprese hanno registrato un saldo positivo di 48,7 miliardi. Nell'Ue, solo la Germania ha fatto meglio di noi. Guardando alle sole esportazioni verso i Paesi extra-Ue, siamo i secondi esportatori del blocco con una quota del totale dell'export pari al 12%. Ancora una volta, solo i tedeschi fanno meglio.

Diverso il discorso per il commercio intra-Ue, ossia per l'import-export tra l'Italia e il resto dell'Unione europea. Qui, nel 2023, la bilancia commerciale è leggermente negativa: abbiamo importato beni 337 miliardi, e esportato prodotti per 323 miliardi. Il saldo negativo è di circa 14 miliardi. Da segnalare che anche la Germania fa registrare un saldo negativo, mentre Paesi Bassi, Francia e Spagna esportano più di quanto importano (l'Olanda "incassa" tra dare e avere ben 280 miliardi). 

Tenendo in considerazione il commercio internazionale e quello intra-Ue, nel 2023 l'Italia ha comunque fatto segnare un saldo positivo di 33 miliardi. Per concludere, i dati indicano chiaramente che le nostre imprese "invadono" i Paesi stranieri con i loro prodotti più di quanto avviene nel senso opposto.

Le due facce del cibo

Restringendo il campo all'agroalimentare, la solfa cambia di poco, almeno per l'Ue: nel 2023, le esportazioni dei Paesi del blocco fuori dai confini dell'Unione hanno raggiunto i 228,6 miliardi di euro, mentre le importazioni si sono fermate a 158,6 miliardi. Il saldo positivo è stato di 70,1 miliardi. E l'Italia? Secondo l'ultimo rapporto Ismea, l'agroalimentare italiano ha registrato un nuovo record di esportazioni nel 2023, che hanno raggiunto un valore di 64,1 miliardi. Le importazioni, però, hanno superato di poco l'export, per un valore di 65 miliardi. Il saldo negativo è di poco meno di 1 miliardo. 

Qui, però, va fatto un distinguo. A incidere sulla bilancia commerciale italiana è soprattutto l'import di prodotti agricoli (frutta e verdura, per intenderci), che risulta nettamente più elevato delle esportazioni (21,7 miliardi contro 8,8). Se guardiamo, invece, al commercio dei prodotti agroalimentari (vini, pasta, etc), il saldo è più che positivo: le industrie del made in Italy hanno fatto registrare un saldo positivo di ben 12 miliardi.  

Italia più povera con l'Ue?

E la questione dell'impoverimento dell'Italia a causa della sua partecipazione all'Unione europea? Qui il discorso è molto più complesso. Noi ci limitiamo al principale caposaldo dell'Ue, il mercato unico, che nel 2023 ha compiuto 30 anni. Secondo uno studio del governo olandese, la crescita della attività commerciali generate dal mercato unico in questi tre decenni ha favorito tutti gli Stati membri, in particolare i più piccoli. Guardando ai grandi Paesi dell'Ue, la Germania ha fatto registrare una crescita aggiuntiva del Pil del 2,1%, la Francia 1,6%, la Spagna 1,3% e l'Italia 1%. 

Un altro studio, quello del think tank tedesco Bertelsmann Stiftung si è concentrato sul Pil pro capite. In media, grazie al mercato unico, un cittadino europeo ha guadagnato circa 1.000 euro in più all'anno. Per il nostro Paese il reddito pro capite aggiuntivo ammonta a 763 euro all'anno, al di sotto della media Ue. Ma guardando al dettaglio regionale si nota come il Nord dell'Italia sia più o meno in linea con le regioni più ricche del resto d'Europa: la provincia di Bolzano guida la classifica nazionale con 1.372 euro pro capite, seguita da Valle d'Aosta, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Friuli, tutte intorno ai 1.000 euro. Lazio e Toscana si fermano poco sotto gli 800 euro. Le regioni del Sud, a eccezione dell'Abruzzo (597 euro), sono tutte sotto i 500 euro. Calabria e Sicilia sono i fanalini di coda, con 394 e 392 euro di guadagni rispettivamente. Poche regioni in Europa fanno peggio. 

Per concludere, non si può dire che l'ingresso nel mercato unico dell'Ue abbia impoverito l'Italia, ma semmai il contrario. Dallo studio tedesco emerge però un elemento interessante: il Nord si è arricchito molto più del Sud. Una divergenza storica che andrebbe approfondita a Roma, più che a Bruxelles.  

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