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Giovedì, 20 Giugno 2024
verso il voto

All'Eurovision della politica europea, tutti contro von der Leyen

Com'è andato il dibattito tra i candidati dei partiti europei per la guida della prossima Commissione. Alleanze, clima e migrazioni tra i temi principali del confronto

È stato un "tutti contro Ursula von der Leyen" quello andato in scena all'Eurocamera durante il dibattito in Eurovisione, la sfida (in stile americano) tra gli Spitzenkandidaten, i candidati di punta dei partiti europei per la presidenza della prossima Commissione che si insedierà dopo il voto del 6-9 giugno. O almeno sulla questione delle alleanze post-elettorali: a nessuno dei presenti va giù che la presidente uscente dell'esecutivo comunitario abbia aperto la porta del governo europeo alla destra radicale, a partire dal partito della premier italiana Giorgia Meloni. 

Il vademecum sulle elezioni

Il dibattito

Al Parlamento europeo di Bruxelles si è tenuto ieri (23 maggio) l'ultimo dibattito pre-elettorale organizzato dall'Unione europea di radiodiffusione (Ebu), la stessa che gestisce il festival musicale dell'Eurovision. Cinque candidati (Ursula von der Leyen per il Partito popolare europeo, Nicolas Schmit per il Partito del socialismo europeo, Sandro Gozi per Renew Europe, Terry Reintke per i Verdi e Walter Baier per la Sinistra, mentre i Conservatori dell'Ecr e i sovranisti di Identità e democrazia non hanno mandato nessuno) si sono confrontati in un emiciclo trasformato in un grande palco con cinque podi per gli oratori più un altro per le sessioni "spotlight", in cui i vari kandidaten si sono rivolti direttamente agli elettori e hanno risposto alle domande "personalizzate" dei conduttori. Il resto del dibattito è stato invece una sorta di "botta e risposta" tra i candidati sui sei temi al centro del confronto: economia e lavoro, difesa e sicurezza, clima e ambiente, democrazia e leadership, migrazione e confini, innovazione e tecnologia. 

L'asse delle destre (ma non tutte)

Se su questi argomenti le posizioni dei vari candidati erano piuttosto prevedibili, l'unico elemento di novità è arrivato appunto dall'apertura chiara e tonda di von der Leyen ad alcuni partiti (o singoli eurodeputati) del gruppo dei Conservatori e riformisti europei (Ecr), a partire da Fratelli d'Italia e dalla sua leader, Meloni, che dell'Ecr è presidente. "Gli eurodeputati con cui lavorare devono rispondere a tre criteri: pro-Europa, pro-Ucraina (quindi anti-Putin) e pro-Stato di diritto", ha scandito la kandidatin dei Popolari, aggiungendo che con la premier italiana "ho lavorato molto bene" visto che "è chiaramente europeista, è contro Putin". "È stata molto chiara su questo punto e a favore dello Stato di diritto", ha risposto ai suoi avversari che la incalzavano, sostenendo limpidamente che "se ciò continua, le offriremo di lavorare insieme". Più di così. 

Ma la porta non è aperta solo per Meloni, anche se è evidente che il legame tra le due è piuttosto esclusivo. La speranza di von der Leyen è che dopo le elezioni i movimenti tellurici nelle forze alla destra dei cristiano-democratici portino ad un rimescolamento delle carte in tavola e possibilmente ad un riequilibrio dei gruppi politici a Strasburgo. Del resto, proprio mentre era in corso il dibattito in Eurovisione è arrivata la notizia dell'espulsione della delegazione tedesca di Alternative für Deutschland (AfD) da Id, dove siedono anche il Rassemblement national di Marine Le Pen e la Lega Matteo Salvini. Anche se probabilmente non basterà per garantire all'estrema destra sovranista i favori dei Popolari: "Se guardate al Rassemblement national o AfD in Germania o Konfederacja in Polonia, magari hanno nomi diversi e principi diversi ma hanno una cosa in comune: sono amici di Putin e vogliono distruggere la nostra Europa e non permetteremo che accada", ha dichiarato von der Leyen. 

La presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni (foto Roberto Monaldo/LaPresse)

Gli altri candidati hanno criticato duramente questa apertura alla destra ultranazionalista: se è generalmente indiscusso l'atlantismo dell'Ecr, è altrettanto vero che alcuni dei suoi membri (soprattutto il PiS polacco di Mateusz Moriawecki, che nella legislatura uscente è la delegazione più nutrita) hanno eroso lo Stato di diritto in alcuni Paesi membri. Ma neanche Meloni su questi temi va troppo forte: rispetto ai diritti della comunità Lgbtq+, ad esempio, "ho un approccio completamente diverso", ha sottolineato von der Leyen ai microfoni dell'Ebu. Per non parlare dei continui assalti alla libertà di stampa (vedi le polemiche in Rai sulla censura) e a quella di espressione del dissenso (con tanto di manganelli sugli studenti), due pilastri della democrazia.

Cordone sanitario

È la fine del cosiddetto "cordone sanitario" contro le forze dell'estrema destra, che per decenni ha retto a Strasburgo tenendo gli ultranazionalisti euroscettici fuori dalle stanze dei bottoni? L'ex ministra della Difesa tedesca ha ricordato che, a differenza dei parlamenti nazionali, all'Eurocamera le maggioranze non sono fisse e immutabili, ma al contrario variano in base al provvedimento in questione. Insomma, non dobbiamo aspettarci un accordo di coalizione organico e strutturato tra Ppe e Ecr, ma piuttosto delle convergenze puntuali a seconda dei file legislativi. Aspettiamoci dunque di vedere questa cooperazione soprattutto sulle politiche migratorie e sul futuro del Green deal, cifra chiave del quinquennato von der Leyen su cui i Popolari hanno tentato in corner di invertire la rotta (per ora senza riuscirci). 

Ad ogni modo, uno slittamento verso destra del Ppe sembra delineare una spaccatura netta con i tradizionali alleati europeisti: i socialisti del Pse e i liberali di Renew. "Sono pronto a lavorare con tutte le forze democratiche ma non considero che l'Ecr o l'Id siano forze democratiche. Hanno una visione molto diversa dell'Europa, basta vedere nei Paesi dove sono al governo", ha puntato il dito il kandidat socialista, il commissario Nicolas Schmit, sottolineando che Meloni, nonostante si dipinga come moderata, continua ad infiammare i comizi di Vox (l'estrema destra spagnola, anch'essa in Ecr) con bordate contro i migranti o la fantomatica "ideologia gender". Per questo "non c'è modo di avere qualche forma di accordo, alleanza o qualsiasi cosa con l'estrema destra", ha chiosato. "Su questo siamo duri e chiari". Quanto all'approccio delle destre (incluso il Ppe) alla migrazione, ad esempio, il socialista lussemburghese ha definito quello stretto da Bruxelles con Tunisi "un accordo con un'oscena dittatura", che non serve a contrastare i trafficanti ma a "combattere i rifugiati che vengono rispediti nel deserto e molti di loro muoiono".

Gli altarini dei liberali

A Schmit hanno fatto eco anche Gozi (Renew) e Reintke (Verdi). "Lei vuole aprire a questi? Rinuncia a noi perché le due cose non stanno insieme", ha avvertito il candidato liberale rivolgendosi a von der Leyen e denunciando l'occhiolino strizzato all'Ecr. Ma lo stesso presidente del Partito democratico europeo (Pde) è poco dopo finito sotto il fuoco incrociato per via del recente accordo raggiunto nei Paesi Bassi per la formazione di un nuovo governo che metterà insieme proprio i liberal-conservatori del Vvd del premier uscente Mark Rutte (uno dei "baroni" dell'Alde, la seconda forza nella galassia centrista europea) con l'ultradestra anti-immigrazione e islamofoba di Geert Wilders, leader del Partito della libertà (Pvv) che a Strasburgo siede nell'Id. 

Il leader del Pvv olandese Geert Wilders, che ha vinto a sorpresa le elezioni dello scorso novembre (foto Peter Dejong/AP)

"È un grave errore se a livello nazionale si inizia a instaurare un dialogo con l'estrema destra", si è barcamenato Gozi, per poi calciare la palla in tribuna rimarcando che "non c'è ancora un governo" in piedi, sottintendendo che si tratta di speculazioni. La questione è invece estremamente reale, tant'è che, come ha ammesso lui stesso, l'eventualità di un'espulsione del Vvd da Renew "sarà discussa il 10 giugno come primo punto all'ordine del giorno" dopo le elezioni europee, come già indicato dalla capogruppo (e fidatissima del presidente francese Emmanuel Macron) Valérie Hayer. 

Il futuro del Green deal

"Vengo da un Paese dove negli anni Venti e Trenta del secolo scorso i conservatori ma anche i liberali hanno sottostimato la minaccia dell'estrema destra. Sono entrata in politica per assicurare che non avvenga mai più", ha invece affermato la candidata degli ecologisti, la tedesca Terry Reintke, ammonendo sul fatto che l'asse Ppe-Ecr sarebbe "un disastro per il clima, un disastro per la natura, per le generazioni del futuro ma anche per l'economia". La ricetta dei Verdi si basa su "un nuovo accordo sull'industria verde, la riforma della politica agricola comune e investimenti massicci", per portare avanti una transizione ecologica che sia anche socialmente giusta per "rompere la cosiddetta contraddizione tra clima ed economia".

Per von der Leyen, invece, l'eredità del suo (primo?) mandato è un successo che va ora completato attraverso "un dialogo con l'industria e gli agricoltori per sapere di cosa hanno bisogno per rispettare l'obiettivo al 2050". Un punto, questo, su cui probabilmente si registreranno sintonie con i liberali: nelle parole di Gozi, per centrare la neutralità climatica "serve pragmatismo con un dialogo con giovani, aziende e agricoltori, che non devono pagare per la transizione verde".

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