Giovedì, 24 Giugno 2021
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La Corte Ue ordina la chiusura della controversa miniera di carbone, ma la Polonia se ne infischia

Varsavia non vuole rinunciare al sito che si trova al confine con la Repubblica ceca anche se è accusato non solo di inquinare l'aria, ma anche di privare le popolazioni locali di acqua potabile

Non bastava lo scontro con Bruxelles per il mancato rispetto dello Stato di diritto e dell'indipendenza. La Polonia ha aperto un altro fronte con l'Unione europea, per una questione che può sembrare forse secondaria, ma che invece sta creando quasi un caso diplomatico con la vicina Repubblica ceca. Varsavia ha deciso di mantenere aperta la miniera di carbone, più precisamente di lignite, di Turow nel Sud-Est del Paese, nonostante la Corte di Giustizia Ue abbia ordinato venerdì scorso di chiuderla immediatamente. "Non abbiamo in programma di chiudere la miniera e non lo accetteremo, in quanto ciò potrebbe mettere in pericolo l'approvvigionamento energetico della Polonia", ha assicurato il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki. Il carbone costituisce il 65 per cento delle fonti energetiche polacche, di cui il 17 per cento lignite, mentre circa il 25 per cento dell'energia del paese proviene da fonti rinnovabili e biocarburanti e un altro 10 per proviene dal gas e da altre fonti.

La miniera delle polemiche

La miniera di Turow, in funzione dal 1904, vale il 7 per cento del fabbisogno energetico nazionale, e la Polonia non è disposta a rinunciarvi nonostante gli obiettivi di riduzione del gas serra richiederebbero la progressiva eliminazione di queste fonti energetiche. La Corte Ue si è espressa dopo un ricorso della Repubblica Ceca, la quale ha lamentato che la miniera di lignite a cielo aperto, posta al confine tra i due Paesi, ha un impatto negativo sulle aree circostanti, i cui residenti lamentano presenza di polveri nell'aria, inquinamento acustico e carenza d'acqua. Il sito estrattivo è controllato dal gruppo energetico pubblico Pge, che intende proseguire l'attività estrattiva fino al 2044 ed espandere l'area della miniera da 25 a 30 chilometri quadrati.

La Corte di giustizia Ue ha sottolineato che la prosecuzione delle attività estrattive "avrebbe probabili effetti negativi sul livello delle acque sotterranee nel territorio ceco", che vengono utilizzate in modo massiccio dal sito minerario, il che "minaccia l'approvvigionamento di acqua potabile" delle popolazioni interessate. La corte lussemburghese ha poi avvertito che "il danno all'ambiente e alla salute umana" presentato dalle operazioni della miniera "è, in linea di principio, irreversibile". La Corte di Giustizia Ue ha poi affermato di dubitare che la chiusura della miniera costituisca "una reale minaccia" per la sicurezza energetica della Polonia.

Stallo al vertice Ue

Lo sforzo di riduzione delle emissioni di gas serra è stato oggetto di discussione al Consiglio europeo ma non si è trovato un accordo tra gli Stati membri. Per questo dalle conclusioni del Vertice è stato cancellato ogni riferimento al regolamento sulla condivisione degli sforzi che copre le emissioni di trasporti, edilizia e agricoltura. I leader Ue si sono limitati a invitare "la Commissione a presentare rapidamente il suo pacchetto legislativo" sul clima. Il mancato accordo è stato definito “inaccettabile” dalla delegazione italiana dei Greens, composta dagli ex Cinque Stelle Eleonora Evi, Rosa D’Amato, Ignazio Corrao e Piernicola Pedicini.

“La battaglia sul clima sembrava chiusa a dicembre, quando tutti i leader dell'Unione europea avevano accettato il principio della neutralità climatica nel 2050 e dell'obiettivo intermedio di un taglio delle emissioni del 55 per cento nel 2030. E invece, la parte più difficile della battaglia sul clima è naufragata quest’oggi proprio al summit europeo, con l’eliminazione dalle conclusioni della ripartizione degli obiettivi sulla condivisione degli sforzi che copre le emissioni di trasporti, edilizia e agricoltura”, hanno lamentato gli eurodeputati.

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