"Licenziati da un algoritmo e senza possibilità di appello", gli autisti fanno causa a Uber

Invece che selezionare personalmente le persone che hanno violato le regole secondo l'accusa l'azienda si sarebbe affidata a un programma automatizzato, non dando neanche ai conducenti la possibilità di difendersi

Foto Ansa EPA/ERIK S. LESSER

Licenziati non perché hanno violato le regole o non hanno fatto il loro lavoro al meglio, ma perché sono stati selezionati in maniera casuale da un algoritmo che ha deciso il loro destino. È questa l'accusa mossa da alcuni ex conducenti britannici di Uber che hanno fatto causa al gigante del ride-hailing, in un tribunale dei Paesi Bassi, dove l'azienda conserva i propri dati. La causa si basa sulla presunta violazione del GDPR, la normativa europea che regolamenta acquisizione e la gestione di dati personali.

"Sappiamo per certo che Uber sta utilizzando algoritmi per le decisioni riguardanti le frodi dei conducenti e la loro esclusione dall'app. Questo sta accadendo ovunque", ha dichiarato Anton Ekker, l'avvocato specializzato in tutela della privacy che rappresenta gli ex autisti britannici. Uber si è difesa affermando che gli account dei conducenti sono stati disattivati non per decisione di un programma ma a seguito della revisione dei singoli casi da parte di operatori umani. "I driver in questo caso sono stati esclusi dall'app solo dopo la revisione effettuata da parte del nostro team di specialisti", ha spiegato una portavoce dell'azienda alla Bbc.

L'App Drivers & Couriers Union (Adcu), l'associazione che sta promuovendo la sfida legale, afferma che dal 2018 e' venuta a conoscenza di ben oltre mille casi individuali in cui i conducenti sono stati accusati ingiustamente di attività fraudolenta e hanno immediatamente perso la possibilità di lavorare con l'app senza appello.

"Qualsiasi operatore di noleggio privato a Londra, se licenzia qualcuno, è tenuto a segnalare l'autista al Transport for London", l'autorità pubblica che si occupa di regolamentare il trasporto della capitale britannica, e "questo sta mettendo i conducenti in una situazione kafkiana perché chiamati dal TfL, hanno 14 giorni per spiegare la situazione e addurre le loro ragioni, argomentando sul perché dovrebbero mantenere la patente. Ma in questo caso i conducenti sono in una posizione terribile perché non sanno quale sia effettivamente il problema, dato che Uber li ha estromessi automaticamente e non ha fornito ulteriori spiegazioni", ha raccontato alla Bbc James Farrar, il segretario generale dell'Adcu.

L'associazione ha aggiunto che nessuno dei conducenti da essa rappresentati in questa causa è stato denunciato alla polizia da Uber dopo che i loro account sono stati chiusi, lasciando intendere che le decisioni possano non essersi basate su un'effettiva analisi di quanto accaduto. L'avvocato Ekker ha spiegato che "se si tratta di un processo decisionale automatizzato, il Gdpr afferma che si devono avere motivi legali per utilizzare tale tecnologia e che si deve dare ai conducenti la possibilità di opporsi alla decisione automatizzata, cosa che chiaramente non è stato fatto". Ekker ha anche dichiarato che su Twitter ha visto migliaia di reclami da parte di conducenti Uber in tutto il mondo, relativi allo stesso problema. La sua intenzione è quella di chiedere una prima decisione ai tribunali olandesi, che, in caso di successo, consentirebbe di intentare un'azione legale collettiva contro l'azienda.

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