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Rivoluzione Uber nel Regno Unito: gli autisti sono dipendenti, non lavoratori autonomi

La decisione della Corte Suprema conferma i verdetti precedenti e ora quindi ora avranno diritto a contratti, salario minimo e ferie. "Entusiasti e sollevati" gli ex conducenti che avevano fatto causa, nonostante critichino la lentezza dei tempi della giustizia

Gli autisti di Uber che lavorano nel Regno Unito vanno considerati dipendenti, e non collaboratori free lance. Lo ha stabilito la Corte Suprema britannica, che ha confermato i verdetti di tre precedenti gradi di giudizio con cui si dava torto al colosso Usa dei taxi online e ragione ai lavoratori. La sentenza di oggi costringerà l'azienda a garantire contratti e tutele rafforzate agli autisti, come invocato da tempo da sindacati e autorità locali. Decine di migliaia di autisti Uber, quindi, avranno diritto al salario minimo e alle ferie. Inoltre, la sentenza potrebbe anche comportare altre conseguenze per Uber, come un conto salato di compensazione.

“Entusiasti e sollevati” si sono detti gli ex autisti di Uber, James Farrar e Yaseen Aslam, che nell’ottobre 2016 hanno dato il via alla causa legale e vinto la prima battaglia davanti al Tribunale del lavoro. "Penso che sia un risultato enorme, siamo stati in grado di resistere a un gigante", ha affermato Aslam, presidente dell'App Drivers & Couriers Union (Adcu). "Non ci siamo arresi e siamo stati coerenti, non importa quello che abbiamo passato emotivamente, fisicamente o finanziariamente, abbiamo mantenuto la nostra posizione", ha aggiunto alla Bbc. Contro quella decisione del Tribunale del Lavoro, Uber aveva presentato, ma l'Employment Appeal Tribunal (il Tribunale d’Appello del Lavoro, quindi il secondo grado) aveva confermato la sentenza, a novembre 2017. La società aveva quindi portato il caso all'Alta Corte, che ha confermato nuovamente la decisione nel dicembre 2018. La sentenza di oggi è perciò l'ultimo appello di Uber, poiché la Corte Suprema è la più alta corte britannica e ha l'ultima parola sulle questioni legali.

Un punto chiave della decisione dei giudici è stato che Uber deve considerare i suoi conducenti come "lavoratori" durante il tempo di connessione alla App, cioè dal momento in cui accedono fino a quando si disconnettono, non solo quando effettivamente stanno trasportando un cliente. I conducenti infatti trascorrono del tempo collegati anche senza muoversi, in attesa che le persone prenotino corse sulla App. “Questo è un vantaggio per tutti i conducenti, i passeggeri e le città. Significa che Uber ora ha i giusti incentivi economici per non rifornire il mercato con troppi veicoli e troppi conducenti", ha affermato James Farrar, segretario generale di Adcu, secondo cui "il risultato di questo eccesso di offerta è stato la povertà, l'inquinamento e la congestione". Ci si chiede, però, come funzionerà la nuova classificazione e come influirà sui lavoratori della Gig economy che lavorano non solo per Uber, ma anche per altre App concorrenti. Aslam, che ha spiegato che con il vecchio regime era stato costretto a lasciare il settore poiché non poteva sbarcare il lunario, sta valutando la possibilità di ritornare ad essere un autista per la compagnia.

“Ci sono voluti sei anni per stabilire cosa avremmo dovuto ottenere nel 2015. Qualcuno da qualche parte, nel governo o nell’ente di controllo, ha deluso fortemente questi lavoratori, molti dei quali sono in una posizione precaria", ha detto. Farrar ha sottolineato che con le tariffe in calo dell'80% a causa della pandemia, molti conducenti hanno avuto difficoltà finanziarie e si sentono intrappolati nel sistema di Uber. "Ora stiamo vedendo molti dei nostri membri guadagnare 30 sterline lorde al giorno", ha detto, sottolineando che le borse di lavoro autonomo del governo coprono solo l'80% dei profitti di un conducente, che non basta neanche a coprire i costi. "Se oggi avessimo questi diritti, quei conducenti potrebbero almeno guadagnare un salario minimo per vivere", ha concluso. 

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