Mercoledì, 22 Settembre 2021
Lavoro

I funzionari Ue vogliono telelavorare all'estero, ma Bruxelles per ora dice no

Nelle varie sedi delle istituzioni europee oltre 30mila dipendenti hanno la residenza all'estero. Che adesso vorrebbero sfruttare per lavorare a distanza

La sede centrale della Commissione Ue a Bruxelles

Nelle istituzioni dell'Unione europea lavorano oltre 40mila dipendenti, la stragrande maggioranza nelle sedi di Bruxelles, in Belgio. E belga è il 15% del personale. Il resto proviene dagli altri 27 Paesi membri (ma non solo) con l'Italia a rappresentare la seconda fetta più ampia. Ecco perché molti di loro avrebbero voluto approfittare del telelavoro forzato imposto dalla pandemia di Covid-19 per tornare in patria. Finora, le varie istituzioni Ue hanno detto di no, salvo rare e limitate eccezioni. Che adesso gli euroburocrati non belgi vorrebbero trasformare in una opzione più stabile. 

Già, perché la pandemia potrebbe avere cambiato per sempre il modus operandi dell'amministrazione europea. La Commissione Ue, per esempio, ha fatto sapere che intende puntare in futuro sempre più sul telelavoro, riducendo del 25% i suoi uffici dislocati a Bruxelles. La motivazione ufficiale è contribuire ad abbattere le emissioni di Co2: meno uffici vuol dire meno consumi di elettricità e gas, ma anche meno spostamenti con mezzi inquinanti. Ma è chiaro che dietro questa idea vi siano anche ragioni di contenimento del budget. 

L'annuncio non ha fatto piacere alle autorità belghe, in particolare di Bruxelles, viste le inevitabili ripercussioni sul settore immobiliare e sull'indotto delle istituzioni, dall'horeca ai servizi di assistenza. Ma per i funzionari "expat" il sogno di lavorare da casa in Italia (siamo il secondo Paese Ue per numero di dipendenti) o in Spagna, magari con uno stipendio ben più alto della media nazionale, comincia a concretizzarsi.

A guidare la battaglia è per ora lo staff del Parlamento europeo: in una nota del 5 luglio, il comitato del personale si rammarica che l'amministrazione dell'Eurocamera non abbia accettato che i dipendenti potessero telelavorare dall'estero durante la pandemia. "Il personale della nostra istituzione merita più fiducia da parte dell'Amministrazione, poiché abbiamo dimostrato una dedizione incrollabile e innegabile durante la pandemia", si legge nella lettera riportata dal quotidiano belga Le Soir. Anche in Commissione c'è chi chiede di poter svolgere il proprio lavoro da casa, anche se questa non si trova a Bruxelles. Ma i responsabili delle risorse umane finora non sembrano voler cedere: sì al telelavoro, ma purché svolto in Belgio, in modo da poter essere reperibili in ufficio quando serve.  

Un compromesso potrebbe essere quello raggiunto dal Consiglio, l'istituzione che rappresenta i governi degli Stati membri: qui, i capi del personale hanno concesso alcuni giorni di telelavoro all'estero. Una concessione più apprezzata dei benefit dati da Parlamento e Commissione durante la pandemia: un contributo di 40 euro per internet ai dipendenti dell'Eurocamera, il rimborso per l'acquisto di uno schermo per pc e una sedia ergonomica per quelli dell'Esecutivo comunitario (ne hanno beneficiato comunque 15mila persone).

Se le azioni intraprese fin qiu sono state dettate dall'emergenza, è ormai certo che il tema del telelavoro all'estero entrerà sempre più in agenda nelle discussioni interne agli staff dell'Ue. L'orientamento della Commissione, come abbiamo detto, sembra quello di puntare sempre più sul lavoro a distanza, anche per attrarre quelle figure professionali che spesso Bruxelles fa fatica a reclutare, come i consulenti informatici. Il Parlamento, qualche mese fa, aveva fatto sapere che con la fine della campagna di vaccinazione verrà revocato progressivamente il telelavoro, anche se a oggi è difficile capire quando tale campagna finirà davvero (si parla già di terza dose). 

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