"Gli studi di settore italiani non violano il diritto comunitario", la Corte Ue dà ragione all'Agenzia delle entrate

L'avvocato generale di Lussemburgo boccia il ricorso di una libera professionista di Reggio Calabria che aveva visto alzare i suoi redditi stimati e di conseguenza la quantità di imposte da pagare

La normativa italiana sugli studi di settore è "conforme al diritto dell'Unione" a condizione che tali studi siano "accurati, attendibili e aggiornati" e il contribuente "possa difendersi adeguatamente davanti a un giudice imparziale". È questa la posizione dell'Avvocato generale Ue Nils Wahl sulla causa intentata davanti alla commissione tributaria di Reggio Calabria da una cittadina che ha contestato l'accertamento dell'Agenzia delle entrate. Il parere dell'avvocato generale non equivale a una sentenza ma è solitamente ascoltato dai giudici.

Il caso

Nel 2014, l'Agenzia ha contestato alcune irregolarità nella dichiarazione dei redditi di una cittadina italiana per l'anno 2010 e ne ha rettificato i redditi, aumentandoli da 10.574 a 22.381 euro. Questa correzione ha comportato un aumento delle imposte dovute, tra cui l’Iva. Per l'aggiustamento l'Agenzia delle Entrate ha applicato il sistema degli "studi di settore" che in seguito a uno studio sulle caratteristiche qualitative e quantitative delle diverse attività economiche consente in primo luogo di raggruppare in un unico settore tutti i professionisti che esercitano un'attività simile e in secondo luogo, di delimitare, entro ogni settore, dei sottogruppi per poi infine realizzare, mediante un calcolo statistico di natura induttiva, una stima del reddito realizzabile in ciascuno di questi sottogruppi.

Nel caso in questione l'Agenzia ha spostato l'attività della donna dal gruppo dei consulenti del lavoro a quello degli esperti contabili. Di conseguenza le entrate della signora Fontana per l'anno 2010 sono state ricalcolate. La donna si era rivolta alla Commissione tributaria provinciale di Reggio Calabria, territorialmente competente, per contestare la decisione facendo valere una serie di motivi e lamentando, tra l'altro, l'illegittimità del sistema degli "studi di settore".

Le conclusioni dell'avvocato generale della Corte Ue

La Commissione tributaria ha deciso di sollevare davanti alla Corte di giustizia una questione pregiudiziale. Nelle sue odierne conclusioni, l’Avvocato generale propone alla Corte di ritenere una normativa come quella italiana “conforme al diritto dell’Unione, purché siano rispettati gli articoli 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentali”, cosa che “spetta al giudice nazionale di verificare”. Questi articoli “riguardano, rispettivamente, il diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale nonché la presunzione di innocenza e i diritti della difesa”.

Per l’Avvocato generale, si legge nel parere, “la scelta di usare uno strumento quale gli studi di settore, al fine di individuare i contribuenti che potrebbero non aver dichiarato la totalità dell’Iva e di valutare gli importi eventualmente esigibili appare rientrare nel margine di discrezionalità che la direttiva Iva riconosce agli Stati membri nell’individuare le misure e le sanzioni appropriate per assicurare la riscossione dell’Iva per intero e prevenire l’evasione”.

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Secondo il parere “gli studi di settore, in quanto strumenti per il recupero dell’Iva, devono essere accurati, attendibili e aggiornati” e garantire “un contraddittorio con il contribuente e la possibilità per quest’ultimo di offrire la prova contraria alle presunzioni utilizzate dall’amministrazione”. L'ultima parola ora spetta ai giudici di Lussemburgo, ma la data della sentenza non è ancora stata fissata.

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