Il gas di Putin che divide la Germania: chi e perché vuole fermare il Nord Stream 2

Si fanno sempre più forti le pressioni interne e internazionali nei confronti di Angela Merkel affinché abbandoni il raddoppio del gasdotto che attraverso il mar Baltico collega direttamente la Russia e il Paese tedesco.

La cancelliera Angela Merkel e il presidente Vladimir Putin

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l'avvelenamento (o presunto tale, a seconda delle posizioni ufficiali) dell'oppositore russo Aleksej Navalnyj. Ma in realtà il raddoppio del gasdotto Nord Stream (on Nord Stream 2), che, qualora terminato, aumenterà di molto il traffico di gas dalla Russia alla Germania (e al resto d'Europa) divide da tempo la politica tedesca (e quelle europea). E adesso, nel Paese, si alza con insistenza il coro di chi chiede alla cancelliera Angela Merkel di porre fine al progetto. 

Chi non vuole il Nord Stream 2

Il coro proviene soprattutto dai ranghi del partito della stessa Merkel, la Cdu. Due dei tre attuali candidati alla presidenza della Cdu (e all'eventuale sostituzione di Merkel alla guida della Germania) si sono espressi contro il raddoppio del gasdotto, che secondo fonti russe è oramai completato per circa il 93%. Secondo Norbert Roettgen, attuale presidente della commissione Affari esteri del Bundestag e tra i candidati alla leadership del partito, il gasdotto ha diversi punti deboli, tra cui il fatto che "dall'inizio in avanti", l'infrastruttura è stata "un progetto tedesco contro la maggioranza degli europei". 

Il riferimento è all'opposizione di alcuni Paesi del Nord e dell'Est Europa, tra cui in particolare la Polonia, che vedono nel Nord Stream 2 un cedimento di Berlino e di Bruxelles nei confronti di Mosca. In effetti, se da un lato, in questi anni, la Commissione europea ha raccomandato a più riprese ai Paesi membri di ridurre la loro dipendenza dalle importazioni di gas dalla Russia, diversificando i rifornimenti, dall'altro lo stesso esecutivo Ue ha consentito il finanziamento di un'opera che raddoppierà l'attuale tracciato, con un potenza di fuoco da 55 miliardi di metri cubi all'anno, ossia un quarto dell'attuale export di gas dalla Russia all'Ue.

La geopolitica del gas

Il motivo dell'opposizione della Polonia all'opera è geopolitico, ma anche (se non soprattutto) economico. I Paesi dell'Est, infatti, dipendono fortemente dal gas di Mosca, e Cremlino ha più volte usato quest'arma per 'punire' le ex Repubbliche sovietiche aumentando i prezzi delle forniture. A controbilanciare la potenza di fuoco della Russia c'è stata finora, oltra alla diplomazia della stessa Germania e della Francia (altro Paese interessato al gasdotto, perlomeno alla sua costruzione), la geografia: a oggi, per portare il suo gas in Europa, Mosca deve ancora passare in buona parte per l'Ucraina e la Polonia. Una posizione di vantaggio che il Nord Stream 2 potrebbe indebolire, come già fatto dal primo tracciato, inaugurato nel 2011: entrambe le opere, infatti, bypassano l'Europa dell'Est attraverso dei condotti offshore che dalle coste russe del mar Baltico arrivano su quelle della Germania. 

La Polonia, che da tempo è diventata l'avamposto degli Usa in Ue, ha potuto avere dalla sua l'intervento dell'ammnistrazione di Donald Trump: il presidente statunitense, fin dall'inizio del suo mandato, ha attaccato la costruzione del nuovo gasdotto. Da un lato, gli Usa hanno un interesse geopolitico evidente, ossia fare pressioni sulla Germania per i tanti capitoli aperti tra Washington e Berlino (e Bruxelles). Ma come per Varsavia, anche qui c'è una motivazione economica diretta: lo shale gas statunitense che Trump vuole vendere in quantitativi crescenti all'Europa. Da queste premesse, si spiega l'ingresso a gamba tesa di Washington che a inizio 2019, ossia l'anno in cui il gasdotto doveva essere completato, ha comminato sanzioni alle imprese impegnate nella costruzione dell'ultimo, delicato tratto del Nord Stream 2. Le sanzioni hanno comportato lo stop ai lavori, visto che la svizzera Allseas, per paura di perdere commesse americane, ha sospeso la sua partecipazione. Rimpiazzarla ha richiesto tempo, tanto che l'ultima previsione è che il completamento dei lavori avvenga nel 2021.

Le sanzioni Usa e le norme Ue

Il rallentamento provocato dalle sanzioni Usa ha avuto un altro effetto negativo sul Nord Stream 2: se l'opera fosse stata consegnata entro il 2019, la sua gestione futura non sarebbe ricaduta nelle nuove norme Ue, secondo cui la società che gestisce, per esempio, la fornitura di gas di un gasdotto non puo' al contempo essere la stessa che si occupa del trasporto (e quindi che è proprietaria dell'infrastruttura). Nel caso del Nord Stream 2, la russa Gazprom, che detiene il 100% del business, viola le nuove regole, che si applicano ai gasdotti entrati in funzione dal 2020. Lo sgambetto di Trump, insomma, potrebbe costare caro al gigante di Mosca.

Il condizionale è d'obbligo. Da un lato, perché la Germania non ha ancora ratificato l'aggiornamento della direttiva Ue in questione. Dall'altro, perché diversi osservatori reputano il problema della separazione tra fornitura e proprietà secondario rispetto all'importanza per il Cremlino di chiudere la partita. In altre parole, il presidente Vladimir Putin è aperto a trovare delle soluzioni pratiche per far fronte ai nuovi limiti legali, anche spingendo Gazprom, che ha chiesto una deroga ad hoc a Bruxelles, a fare un passo indietro. Il vero nodo, semmai, è se Berlino continuerà a sostenere il Nord Stream 2. 

Gli interessi sull'opera

Da un punto di vista economico, la costruzione del gasdotto è stato un affare per diversi Paesi Ue: la Francia con la sua Engie, l'Olanda con la Shell, l'Austria con OMV, l'Italia con Saipem, Snam e altre imprese che hanno preso appalti più o meno sostanziosi. Finita la costruzione, però, l'interesse diretto di questi Paesi potrebbe scemare a favore di ragionamenti più geopolitici. Quelli che adesso stanno animando il dibattito in Germania, dove i legami con la Russia stanndo diventando sempre più difficili da giustificare all'opinione pubblica. Lo si vede con le posizioni prese dalla Cdu e da un quotidiano autorevole liberal-conservatore come Frankfurter Allgemeine Zeitung, che in questi giorni ha definito il Nord Stream 2 contrario agli interessi dei tedeschi e "un errore politico fin dal principio". Un "errore" commesso da Angela Merkel, ma non solo.

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La decisione di dare l'ok al raddoppio del gasdotto fu presa dalla cancelliera tedesca nel quadro degli accordi di governo con i socialdemocratici. A spingere per il primo Nord Stream, infatti, era stato il predecessore di Merkel, l'allora leader della Spd Gerhard Schroder. Che una volta lasciata la cancelleria, ha assunto il ruolo di superconsulente, guarda caso, della russa Gazprom. Senza troppi imbarazzi, Schroder ha mosso i fili dei suoi uomini all'interno dell'inedita Grande coalizione tra Cdu, Csu e Spd per far partire il raddoppio del gasdotto, approvato nel 2015. Oggi, però, il peso di Schroder non è lo stesso di un lustro fa. E, per quanto a Berlino siedano ancora i socialdemocratici, nel centrodestra l'appoggio a Mosca e al gasdotto sta diventando sempre più complicato da sostenere, soprattutto in chiave elettorale. Ecco perché l'avvelenamento di Navalnyj potrebbe riuscire laddove le sanzioni Usa e le norme Ue hanno fallito. O almeno questo spera un pezzo importante della politica tedesca. E di quella europea. 

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