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Giovedì, 2 Dicembre 2021
Lavoro

In Portogallo e Spagna le concessioni balneari si possono prorogare per 75 anni

Ogni Paese ha regole diverse, ma la Commissione Ue spinge perché venga aperto il settore alla concorrenza

Mentre in Italia è acceso il dibattito sulla proroga delle concessioni balneari, in Spagna e Portogallo queste possono essere prorogate fino a 75 anni (in determinate circostanze). È una partita aperta tra i Paesi del turismo marittimo, soprattutto nel Mediterraneo, dove i gestori dei lidi hanno una voce forte ma la Commissione vuole spingere gli Stati membri ad armonizzare le proprie normative alle previsioni del diritto comunitario, che prevede la liberalizzazione delle spiagge demaniali per garantire una concorrenza aperta e trasparente.

Spagna e Portogallo

Quanto può durare una concessione? Dipende dal Paese in cui ci troviamo. In Spagna e Portogallo, ad esempio, se vengono soddisfatte alcune condizioni le concessioni possono essere rinnovate fino a 75 anni. Come riportato uno studio fatto per la Camera dei deputati, nel primo caso dal 2013 è stato allungato il termine massimo di durata, ed è stata anche aggiunta la possibilità di trasmetterle agli eredi per mortis causa (cioè per morte del concessionario) ma anche tra due soggetti viventi. Le concessioni in Spagna sono comunque prorogate sulla base di criteri ambientali e di tutela del demanio pubblico marittimo e terrestre che deve comunque essere rispettato. In Portogallo la normativa prevede che i concessionari che abbiano fatto investimenti superiori a quelli inizialmente previsti (e documentino di non poterli recuperare) possano chiedere allo Stato o il rimborso di tali investimenti o la proroga della concessione fino ad un massimo appunto di 75 anni.

Il regime delle concessioni

Quello delle concessioni demaniali marittime è un tema rilevante per quei Paesi Ue che fanno affidamento sul turismo balneare, dunque tutti quelli, Italia compresa, che affacciano sul Mediterraneo (o sull’Atlantico). Ma come spesso accade, le normative nazionali differiscono da uno Stato all’altro: Croazia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia e Italia hanno tutti regole diverse per la concessione delle proprie spiagge (almeno quelle di proprietà demaniale) a gestori privati che le sfruttano a fini turistici e commerciali. Particolarmente spinoso, in questo frangente, è il nodo della proroga delle concessioni. In linea generale, i concessionari uscenti sono privilegiati rispetto ai soggetti esterni, in base ad un diritto di prelazione che consente loro di “scavalcare” in qualche modo i procedimenti concorsuali previsti dalle regole Ue e che, di fatto, rende “ereditaria” la trasmissione delle concessioni. La cosiddetta direttiva Bolkestein, risalente al 2006, obbliga infatti gli Stati membri a liberalizzare le spiagge demaniali aprendole alla concorrenza di mercato, favorendo così (almeno in principio) l’erogazione di servizi migliori per gli utenti.

Il caso italiano

La Commissione europea ha più volte rimproverato all’Italia la mancata applicazione di questa direttiva, che avviene tramite il rinvio perpetuo della questione, mai realmente affrontata da alcun esecutivo, indipendentemente dal colore politico. Nel 2009 il nostro Paese ha subito una prima procedura d’infrazione, seguita nel 2016 da una sentenza della Corte di giustizia Ue che intimava a Roma di adeguarsi alle regole europee. Da ultimo, nel dicembre 2020 l’esecutivo comunitario ha avviato una nuova procedura d’infrazione – che questa volta potrebbe concludersi con una sanzione pecuniaria – sottolineando che l’Italia non solo non aveva ancora attuato la sentenza della Corte del 2016, ma che “da allora ha prorogato ulteriormente le autorizzazioni vigenti fino alla fine del 2033 e ha vietato alle autorità locali di avviare o proseguire procedimenti pubblici di selezione per l'assegnazione di concessioni, che altrimenti sarebbero scadute”. Il 16 febbraio scorso sul caso è intervenuto il commissario per il Mercato unico Thierry Breton ricordando che “le norme italiane vigenti” sulle concessioni balneari “non solo violano il diritto dell'Ue, ma compromettono anche la certezza del diritto per i servizi turistici balneari”.

L’ultimo sviluppo della vicenda è molto recente: il Consiglio di Stato ha decretato che le attuali regole sulle concessioni rimarranno in vigore fino alla fine del 2023, dopodiché si dovrà allineare il quadro normativo italiano a quello europeo. Secondo il Consiglio di Stato il confronto concorrenziale, oltre ad essere imposto dal diritto Ue, “è estremamente prezioso per garantire ai cittadini una gestione del patrimonio nazionale costiero e una correlata offerta di servizi pubblici più efficiente e di migliore qualità e sicurezza, potendo contribuire in misura significativa alla crescita economica e, soprattutto, alla ripresa degli investimenti di cui il Paese necessita”. A partire dal 2024, dunque, il settore sarà aperto alla concorrenza e non ci sarà alcuna possibilità di proroga ulteriore, neanche per via legislativa.

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