Domenica, 25 Luglio 2021
Lavoro

Rivoluzione per le partite IVA: riconosciuto il diritto alle ferie pagate

Storica sentenza della Corte di Giustizia Ue. Se in atto un legame di lavoro continuativo il datore di lavoro deve assicurare la retribuzione delle ferie. Il caso di un cittadino britannico arriva in Lussemburgo: vince la causa ma potrebbe perdere i soldi per colpa della Brexit.

EPA/MOHAMED HOSSAM

Ferie pagate per le partite Iva? Non sono più un tabù, ma un diritto riconosciuto oggi da una storica sentenza della Corte di Giustizia del Lussemburgo. "Il datore di lavoro che impedisce a un lavoratore di esercitare il diritto alle ferie annuali retribuite se ne deve assumere le conseguenze, se del caso pagando il corrispettivo per le ferie non godute", afferma la Corte Ue.

13 anni da lavoratore autonomo

A portare il caso fino alla giustizia comunitaria è Conley King, legato dal 1999 al 2012 con un contratto di lavoratore autonomo alla Sash Window Workshop, impresa di riparazione di infissi di Bracknell, periferia ovest di Londra. King veniva pagato a commissione e per i 13 anni del rapporto lavorativo è andato sì in ferie, ma senza ricevere retribuzione alcuna. Nel 2012, allo scoccare della pensione, King ha chiesto all'azienda il pagamento delle indennità finanziarie per le sue ferie annuali, sia quelle godute e non retribuite, sia quelle non godute, corrispondenti all'intero periodo di occupazione. La società ha respinto la richiesta di King, che ha quindi fatto ricorso all'Employment Tribunal, il tribunale del lavoro del Regno Unito.

La palla passa in Europa

Il Tribunale del lavoro dava ragione al lavoratore, considerandolo, sulla base della normativa britannica che attua la direttiva Ue sull'orario di lavoro, come un dipendente e, pertanto, con diritto alle indennità per le ferie annuali retribuite. Ma la partita non finiva qui: in appello, la Court of Appeal of England and Wales, la Corte d'appello, rimandava la questione in Europa, e più precisamente alla Corte di giustizia del Lussemburgo, aggiungendo una serie di questioni legate proprio all'interpretazione della direttiva sull'orario di lavoro.

La sentenza arriva oggi ed è un successo su tutta la linea per King. I giudici affermano che lo scopo del diritto è "consentire al lavoratore di riposarsi e di beneficiare di un periodo di distensione e di ricreazione". In questo contesto "ogni azione o omissione di un datore di lavoro suscettibile di avere un effetto dissuasivo", sulla possibilità di prendere le ferie perché esiste un'incertezza sulla loro retribuzione, "è incompatibile con la finalità del diritto alle ferie annuali retribuite". Inoltre, per la Corte del Lussemburgo, "in assenza di qualsiasi disposizione nazionale che preveda un limite al riporto delle ferie in conformità con le prescrizioni del diritto dell'Ue, ammettere un'estinzione del diritto alle ferie annuali retribuite acquisito dal lavoratore equivarrebbe a legittimare un comportamento che causa un arricchimento illegittimo del datore di lavoro, a danno dell'obiettivo della direttiva di rispettare la salute del lavoratore".

L'ombra della Brexit

In sostanza, semplificando, la Sash Window Workshop dovrà pagare a King le ferie non retribuite nei 13 anni spesi da lavoratore autonomo pagato a commissione. Sulla sentenza una sola ombra, quella ingombrante della Brexit: con la fuoriuscita della Gran Bretagna dalla Ue viene meno anche il primato della Corte di Giustizia Ue sulla legislazione nazionale (in questa materia). Sarà da vedere se i giudici britannici recepiranno le istruzioni dei loro colleghi del Lussemburgo prima che Londra stacchi la spina dall'Europa. 

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