Sabato, 16 Ottobre 2021
Lavoro

Pompe di benzina chiuse e caro alimenti del 5%, ora Londra teme la crisi

L'ultima tegola sul governo lanciata dall'Eni britannica, a corto di carburante e di conducenti. E Johnson potrebbe riaprire le porte ai migranti che aveva chiuso con la Brexit

Ora anche il premier Boris Johnson, pur invitando alla calma, comincia a riconoscere che il Regno Unito ha un problema. Che sia stato il Covid o la Brexit, o una combinazione delle due, saranno gli esperti a stabilirlo. Ma di fatto la decisione del gigante del petrolio britannico, la Bp, di chiudere alcune delle sue pompe di benzina perché a corto di carburante è solo l'ultimo tassello di una crisi di manodopera che, unita ai previsti aumenti del costo delle bollette energetiche e dei prezzi dei supermercati, rischia di colpire l'immaginario di una Brexit felice. E il ventre molle di chi l'ha sostenuta. 

Code alle pompe di benzina

Il caso della carenza di carburante ha già provocato lunghe code in alcune stazioni di servizio a Londra e nel Kent, riporta il Guardian. Non è solo Bp a lamentare problemi (circa 100 pompe sarebbero a corto di benzina, hanno detto i responsabili dell'Eni britannica), ma anche Esso ha segnalato alcune chiusure a causa della mancanza di rifornimenti. I problemi di consegna della benzina di Bp, scrive sempre il Guardian, "riguardano la carenza di personale presso Hoyer", ossia l'azienda di trasporti che si occupa di portare le autocisterne di carburante dalle raffinerie e dai depositi alle circa 1.200 stazioni di rifornimento in tutto il Regno Unito. Il problema di Hoyer è la difficoltà a trovare manodopera.

I dettagli dell'interruzione delle forniture di benzina sono emersi dopo un incontro tra il governo e i dirigenti di diversi big dell'economia, tra cui Bp, McDonald's e Amazon, convocato in questi giorni per informare i ministri sulla gravità della crisi della catena di approvvigionamento britannica. Il capo della rete di vendita al dettaglio di Bp, Hanna Hofer, ha detto ai ministri che è importante che il governo capisca l'urgenza della situazione, descritta come "critica, molto critica", secondo quanto riportato da ITV News. Hofer avrebbe anche aggiunto che le scorte stanno "diminuendo rapidamente".

L'inflazione a livelli record

Il governo invita alla calma. Downing Street sottolinea il fatto che non ci sia carenza di carburante, ma che i problemi riguardino l'ultimo miglio, ossia il trasporto dalle riserve alla pompa. Ma da più parti arrivano appelli e accuse di inerzia a Johnson e ai suoi ministri, che starebbero ritardando l'attuazione di contromisure che rischiano di essere impopolari per il loro elettorato, ossia l'apertura delle frontiere a conducenti stranieri. Secondo il Financial Times, su questo punto Johnson starebbe capitolando, e non solo per la carenza di benzina. 

Proprio in questi giorni, infatti, la Banca d'Inghilterra ha avvertito che l'aumento delle bollette energetiche delle famiglie (dovute, come in Italia, a turbolenze sui mercati del gas e della Co2) rischia di far schizzare il tasso d'inflazione sopra il 4% già questo inverno, portando il costo della vita al suo tasso di crescita più alto da un decennio a questa parte. A contribuire a questo aumento ci sono anche i rincari nei supermercati, questi sì legati a doppio filo con i problemi di approvvigionamento del Regno Unito post-Covid e post-Brexit. 

Il nodo supermercati 

Gli scaffali dei negozi di alimentari sono sempre più vuoti, e non si tratta più di casi isolati, come sosteneva il governo. Un sondaggio condotto dall'Ons, l'istituto nazionale di statistica, ha rilevato che il 18% dei britannci dichiara di non riuscire ad acquistare prodotti alimentari essenziali in quanto non disponibili e un quarto (il 25%) ha affermato di non essere stato in grado di acquistare prodotti alimentari non essenziali. Diverse organizzazione di settore hanno avvertito il governo che la situazione rischia di aggravarsi non solo per la carenza di manodopera, anche per l'aumento dei prezzi della Co2, necessaria per refrigerare i magazzini alimentari. Un doppio colpo che rischia di portare a un aumento del 5% dei prezzi già nelle prossime settimane, scrive il Guardian. 

Da qui la necessità di agire in tempi rapidi. L'opposizione laburista sottolinea che il deficit di conducenti riguarda almeno 90mila unità. Servono visti, che il governo sembra adesso disposto a concedere. “Il governo deve trattare questa crisi con l'urgenza che merita - dice la portavoce dei liberaldemocratici, Sarah Olney - E abbandonare l'ideologia anti-immigrazione che bolla i lavoratori chiave come non qualificati". Il problema, però, non è solo nell'immediato. 

Le stime degli industriali

Che sarebbe servito un periodo di assestamento dopo l'uscita dal Mercato unico comunitario era facilmente prevedibile, ma questo periodo potrebbe durare più a lungo del previsto. Secondo le stime della Confederazione dell'industria britannica (Cbi) i problemi derivanti dalla carenza di offerta di lavoro potrebbero andare avanti per almeno due anni. Nel pubblicare oggi un report sulla situazione l'organizzazione ha anche puntato il dito contro il governo, accusandolo di inazione di fronte a una situazione molto complicata. "Aspettare che la carenza di manodopera si risolva da sé non è il modo di gestire l'economia", ha detto il presidente della Cbi, Tony Danker.

Le nuove regole sull'immigrazione

Dopo la Brexit l'esecutivo guidato da Boris Johnson ha messo a punto una dura riforma dell'immigrazione, basata sul sistema australiano, costituendo un sistema a punti, basato sui titoli di studio, lo stipendio e l'esperienza, che di fatto impedisce a lavoratori come camerieri, agricoltori, muratori e autisti di camion, di ottenere un visto di lavoro. Solitamente questi lavori non vengono svolti dai britannici, che puntano a impieghi più prestigiosi e meglio remunerati, e per questo sono stati gli immigrati europei per anni a coprire queste posizioni con gli italiani ad esempio che sono tra i più richiesti nel settore dell'ospitalità e della ristorazione.

La fuga per il Covid

Ma molti nostri connazionali e altri europei hanno lasciato il Paese lo scorso anno durante il lockdown deciso per fermare la pandemia di coronavirus, e in tanti hanno perso il diritto di tornare. Così adesso ristoranti, alberghi, allevamenti, aziende di trasporto merci e diverse altre imprese stanno avendo difficoltà ad assumere personale, personale che un tempo avrebbero potuto trovare anche i altri Paesi europei. "Alcuni ristoratori hanno dovuto scegliere se operare il servizio a pranzo o a cena, quando hanno cercato di sfruttare al meglio l'estate", ha raccontato Danker, aggiungendo anche che le consegne di materie prime pure andavano a rilento, costringendo alcuni produttori di cucine o tappezzieri a raddoppiare i tempi della produzione rispetto ai tempi normali. La Cbi sostiene che diversi produttori sono stati costretti a ritardare o addirittura annullare il lavoro pianificato perché non erano sicuri di poter assumere la forza lavoro di cui avevano bisogno. "Si tratta di futuri buoni posti di lavoro persi, che ostacolano l'agenda di livellamento del governo voluta per il Paese, in cui questi siti avrebbero dovuto essere al di fuori di Londra e del sud-est", ha affermato la confederazione.

Carenza di manodopera

Come riporta il Financial Times le carenze di manodopera identificate dalla Cbi includono conducenti di carrelli elevatori, addetti alla lavorazione della carne, raccoglitori di frutta e fiori e macellai, ma anche dipendenti dei magazzini, addetti alle pulizie, chef, impalcatori, falegnami, saldatori, ingegneri elettrici e addetti all'assemblaggio di fabbrica. “La carenza di manodopera sta colpendo tutta l'economia. Queste carenze stanno già influenzando le operazioni commerciali e avranno un impatto negativo sulla ripresa economica del Regno Unito", ha sostenuto Danker. Il mese scorso la Association of Independent Meat Suppliers, che rappresenta macellai, macelli e trasformatori di carne, ha addirittura lanciato un appello al governo perché gli permettesse di utilizzare i detenuti nelle sue fabbriche, concedendo loro maggiori permessi si lavoro, allo scopo di colmare così le carenze in quelle posizioni che un tempo erano occupate dagli immigrati europei.

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