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Martedì, 18 Gennaio 2022
Bruxelles

In arrivo le nuove tasse europee: 15 miliardi all'anno per ripagare il Recovery fund

La proposta della Commissione sarà presentata nei prossimi giorni e dovrebbe riguardare le multinazionali e le industrie inquinanti. Ecco le anticipazioni di Politico

Dopo avere incominciato a vendere bond per pagare le prime tranche dei Pnrr nazionali, adesso la Commissione europea passa all'incasso, o almeno ci prova: in settimana, Bruxelles dovrebbe presentare la proposta per introdurre tre nuove tasse che verranno riscosse direttamente a livello Ue. L'obiettivo, secondo quanto anticipato da Politico, è di raccogliere circa 15 miliardi di euro all'anno e coprire gli interessi generati dall'emissione di titoli di debito promossa per finanziare il Recovery fund. Questa la motivazione tecnica e finanziaria: sullo sfondo, c'è una questione politica forse ancora più importante, ossia dare all'Esecutivo comunitario una maggiore autonomia dai governi nazionali.

Cosa sono le risorse proprie

Tutto ruota intorno al capitolo del bilancio europeo che passa sotto il nome di "risorse proprie". Un capitolo sul quale l'ex presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, aveva presentato delle proposte, a cui ha lavorato un team di esperti guidato dall'ex premier italiano Mario Monti. Proposte rimaste per lo più nei cassetti. Già oggi, Bruxelles riscuote delle imposte direttamente, come una parte dell'Iva su beni e servizi venduti nel mercato Ue. Di recente, si è aggiunta la tassa sui rifiuti di plastica, che ha scatenato qualche malumore, soprattutto in Italia. Adesso, le presidente Ursula von der Leyen vuole segnare una svolta, proponendo ben 3 nuove imposte, secondo quanto si legge in una bozza che circola in queste ore.

L'imposta sulle multinazionali

La prima tassa riguarda le multinazionali. Come è noto, nei mesi scorsi i leader mondiali hanno raggiunto un accordo per introdurre un'aliquota minima dell'imposta sulle società del 15% per le società con entrate superiori a 750 milioni di euro. I leader dei Paesi del G20 hanno approvato l'accordo fiscale globale alla fine di ottobre, ma prima che la tassa globale entri in vigore servirà una "convenzione multilaterale". Solo a quel punto, si comprenderà l'entità del possibile incasso per i Paesi Ue, e dunque per Bruxelles.

La tassa sulle quote di Co2

Le altre due imposte riguardano in qualche modo il Green deal europeo: la tassa sui proventi dell'Ets, il mercato Ue delle quote di emissione di Co2, e quella sui prodotti importati da Paesi extra-Ue attraverso processi considerati inquinanti. Nel primo caso, Bruxelles dovrebbe fissare una quota fissa da "togliere" agli Stati membri, dato che tale tassa esiste già ed è riscossa dai governi nazionali attraverso i proventi dalla vendita all'asta delle quote annue di emissione di Co2 consentite all'industria pesante e a quella energetica. La Polonia, per esempio, avendo un'industria fortemente dipendente dal carbone, è tra i Paesi Ue che più guadagna dall'Ets, e potrebbe non vedere di buon occhio una riduzione della fattura annua. Dall'altra parte, Bruxelles vorebbe aumentare gli introiti complessivi del mercato delle quote di Co2, allargando l'Ets anche ai trasporti via mare e aerei. Ma anche questa idea incontra non poche resistenze.

C'è poi la terza nuova tassa, quella che rientra nel cosiddetto Meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera, più nota come Carbon tax. La proposta, al vaglio degli Stati membri, prevede che una serie di beni provenienti da Paesi terzi e prodotti con metodi particolarmente inquinanti, vangano assoggettati a dei dazi che in qualche modo siano calibrati sul loro impatto ambientale. Anche qui ci sono governi che storcono il naso, pare tra i frugali.

La proposta della Commissione, insomma, parte già in salita. Le nuove tasse dovrebbero entrare in vigore nel 2023, secondo i piani di Bruxelles, ma come già successo per la Plastic tax, il rischio di slittamenti è più che concreto. A ogni modo, c'è un altro fattore che sarà valutato nei negoziati tra Commissione e Stati membri: senza un accordo sulle risorse proprie, spetterà ai singoli Paesi ripagare gli interessi dei bond emessi per coprire il Recovery fund. 

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