Sabato, 24 Luglio 2021
Lavoro

Londra non è più la capitale europea della finanza, con la Brexit Amsterdam attira più investimenti

Lo scorso mese nella City c'è stata una riduzione del volume di investimenti di 6,5 miliardi al giorno, la maggior parte dei quali sono andati in Olanda. Bruxelles ha scelto la linea dura tagliando fori i britannici dal suo mercato perché teme una deregolamentazione stile Singapore

Il tempo della City come capitale finanziaria d'Europa potrebbe essere finito. Con la Brexit c'è stata una migrazione degli investimenti da Londra ad Amsterdam che ha comportato un sorpasso di quest'ultima nel volume di affari gestiti dopo solo un mese dal divorzio. La capitale dei Paesi Bassi è diventata il più grande centro di scambio di azioni d'Europa, con una media di 9,2 miliardi di azioni al giorno che sono state scambiate a gennaio su Euronext, la Borsa locale, e sulle branche olandesi di CBOE Europe e Turquoise. Si tratta di un aumento enorme, di oltre quattro volte rispetto a dicembre.

Conseguenze della Brexit

Come riporta il Finacial Times, che apre la sua edizione odierna proprio con questa notizia, l'aumento è avvenuto con i volumi di investimenti a Londra che sono diminuiti drasticamente a 8,6 miliardi di euro, allontanando il Regno Unito dalla sua posizione storica di hub principale per il mercato europeo. E questa è una diretta conseguenza della Brexit in quanto la causa principale dello shift è il divieto imposto alle istituzioni finanziarie con sede nell'Ue di investire oltre Manica perché Bruxelles non ha riconosciuto alle borse e le sedi di negoziazione del Regno Unito lo stesso status di vigilanza del suo. E così, come spiega il più prestigioso quotidiano finanziario mondiale, senza l'equivalenza per facilitare gli scambi transfrontalieri, c'è stato uno spostamento immediato di 6,5 miliardi di euro verso l'Ue non appena il periodo di transizione della Brexit si è concluso alla fine dello scorso anno. Si tratta di circa la metà del volume d'affari che le banche e gli intermediari londinesi avrebbero normalmente gestito se il Regno Unito fosse stato ancora un Paese membro. "È simbolico che Londra abbia perso il suo status di patria del trading di azioni dell'Ue, ma ha la possibilità di ritagliarsi una propria nicchia nel trading", ha affermato Anish Puaar, analista di Rosenblatt Securities a Londra, secondo cui "i gestori di fondi saranno più interessati alla disponibilità di liquidità e ai costi di collocamento di una transazione, piuttosto che al fatto se un ordine viene eseguito a Londra o Amsterdam".

Trattative in corso

Tra il governo di Boris Johnson e la Commissione europea sono in corso delle trattative per discutere il futuro delle relazioni per quanto riguarda i servizi finanziari, con lo scopo di migliorare l'attuale accordo raggiunto lo scorso anno che sul punto è stato molto scarno, ma i britannici non sembrano interessati a cercare l'equivalenza e preferiscono mantenere il settore sotto il controllo del proprio Tesoro e della Banca d'Inghilterra per poter stabilire autonomamente le proprie regole, fedeli al motto del Take back control. Da parte sua Bruxelles ha deciso la linea dura e potrebbe provare a tagliare fuori del tutto la Gran Bretagna dai suoi mercati finanziari. "Un mondo in cui l'Ue detta e determina le regole e gli standard che abbiamo nel Regno Unito non funzionerà", ha detto il governatore della Bank of England, Andrew Bailey, nel suo discorso annuale alla Mansion House alla City, sostenendo che “ci sono segni di un'intenzione” da parte dell'Ue di “tagliare fuori” il Regno Unito, cosa che a suo avviso “sarebbe un errore". L'Ue è preoccupata della possibilità che il Regno Unito vada verso un modello di finanza a bassa regolamentazione in stile Singapore che sarebbe un pericolo per il blocco, quindi prima di garantire ai britannici l'accesso ai suoi mercati vuole vedere quali decisioni saranno prese dalla squadra di Johnson. Londra non vuole l'equivalenza, perché comporterebbe l'accettazione delle regole stabilite dalla Commissione, ma punta piuttosto al mutuo riconoscimento, che permetterebbe a ognuno di stabilire le proprie regole, ma a patto che queste siano ritenute accettabili dalla controparte.

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