I giudici Ue contro l'Italia: illegale norma 'salva' Mediaset

Secondo la Corte di giustizia di Lussemburgo, la legge italiana che impedisce al gruppo francese Vivendi di acquisire il 28% del capitale della tv della famiglia Berlusconi è contraria al diritto comunitario

La sede Mediaset a Cologno Monzese (Milano) dove si trovano gli studi televisi e parte degli uffici del gruppo, 26 ottobre 2015. ANSA / MATTEO BAZZI

La sentenza riguarda il braccio di ferro tra Mediaset e Vivendi, ma potrebbe avere effetti ben più ampi: la Corte di giustizia dell'Unione europea ha dichiarato che i limiti previsti dalla legge Gasparri all'acquisizione di quote societarie nel mercato italiano delle telecomunicazioni sono contrari al diritto comunitario. Nello specifico, tale disposizione, che ha impedito finora alla francese Vivendi di acquisire il 28% del capitale di Mediaset, "costituisce un ostacolo vietato alla libertà di stabilimento, in quanto non è idonea a conseguire l'obiettivo della tutela del pluralismo dell'informazione", scrivono i giudici, ribaltando di fatto il principio alla base della legge italiana, nata, secondo i suoi promotori (a partire dall'ex ministro berlusconiano Maurizio Gasparri), proprio per difendere pluralismo e democrazia. Anche se i detrattori sostengono sia servita finora a proteggere la famiglia Berlusconi dalla scalata del gruppo transalpino. 

La vicenda risale al 2016, quando Vivendi, che aveva già partecipazioni in Telecom Italia, ha avviato la scalata per il controllo di Mediaset. La risposta della società controllata dal gruppo Fininvest è stata affidata a una denuncia all'Agcom, il garante delle telecomunicazioni. Il quale, sulla base della legge Gasparri, ha dato ragione a Mediaset e ha intimato a Vivendi di cedere una parte delle quote acquistate (cosa poi avvenuta con una cessione del 19,9% delle azioni di Mediaset a una società terza).

All'epoca, l'Agcom spiegò che in base alla legge Gasparri (per la precisione il Tusmar, il Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici), qualsiasi società i cui ricavi nel settore italiano delle comunicazioni elettroniche, anche tramite società controllate o collegate, siano superiori al 40% dei ricavi complessivi di tale settore, non può conseguire nel 'sistema integrato delle comunicazioni' ricavi superiori al 10%. Vivendi, in virtù del suo controllo su Telecom Italia, superava tale limite, accertò l'Agcom.

Vivendi, pur rispettando la sentenza per evitare sanzioni, non si arrese. Il ricorso, presentato nel 2017 al Tar del Lazio, è arrivato sui tavoli della giustizia europea: secondo i francesi, infatti, la legge italiana viola le norme europee sulla libertà di stabilimento, ossia la possibilità per un cittadino di uno Stato Ue di costituire e gestire un'impresa o intraprendere una qualsiasi attività economica in un altro Paese dell'Unione. Dopo 3 anni, i giudici europei hanno dato ragione a Vivendi. Bocciando la legge Gasparri. 

Tale legge, secondo i giudici, "fissa soglie che, non consentendo di determinare se e in quale misura un'impresa possa effettivamente influire sul contenuto dei media" e pertanto tali limiti "non presentano un nesso con il rischio che corre il pluralismo dei media" e viola la libertà di stabilimento: la Corte ricorda, infatti, che l'articolo 49 del Trattato Ue prevede la possibilità di limitare libertà per tutelare "un obiettivo di interesse generale, quale la tutela del pluralismo dell'informazione e dei media". Ma tale eccezione non è giustificabile in base a quanto previsto dalla legge Gasparri: la soglia sui ricavi "non è idonea a conseguire tale obiettivo", ossia il pluralismo.

La Corte ricorda, a tale proposito, che il diritto dell'Unione, per quanto riguarda i servizi di comunicazione elettronica, stabilisce una chiara distinzione tra la produzione di contenuti e la loro trasmissione. Pertanto, le imprese operanti nel settore delle comunicazioni elettroniche, che esercitano un controllo sulla trasmissione dei contenuti, non esercitano necessariamente un controllo sulla produzione di tali contenuti. Ebbene, la disposizione in questione non fa riferimento ai collegamenti tra la produzione e la trasmissione dei contenuti e non è neppure formulata in modo da applicarsi specificamente in relazione a tali collegamenti.

La Corte rileva, peraltro, che la disposizione in questione definisce in modo troppo restrittivo il perimetro del settore delle comunicazioni elettroniche, escludendo in particolare mercati che rivestono un'importanza crescente per la trasmissione di informazioni, come i servizi al dettaglio di telefonia mobile o altri servizi di comunicazione elettronica collegati ad Internet nonché i servizi di radiodiffusione satellitare. Ebbene, poiché essi sono divenuti la principale via di accesso ai media, non è giustificato escluderli da tale definizione. 

In altre parole, la legge Gasparri, secondo i giudici Ue, ha il torto di considerare solo una parte del mondo delle telecomunicazioni. Ecco perché la scalata di Vivendi adesso può riprendere. Con buona pace della "italianità" di Mediaset. 

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