Riforma del copyright, per il M5s la "partita è tutt'altro che chiusa"

Intervista all'eurodeputato Marco Zullo: "L'ok del Parlamento non è definitivo, il governo italiano farà sentire la sua voce in Consiglio. E' in gioco la libertà del web"

Il Parlamento europeo ha dato l'ok alla riforma del copyright. Un testo che ha diviso il mondo della politica, dell'editoria e gli esperti di privacy. Tra i più critici, il Movimento 5 stelle. Che da Bruxelles rilancia: "La partita è tutt'altro che chiusa", dice Marco Zullo, eurodeputato M5s, in una intervista a Udine Today

Nonostante la recente approvazione, la questione copyright appare ancora parecchio controversa. Quanto siamo lontani da un equilibrio, cosa cambierà?

"Il 12 settembre, a seguito dell’approvazione, il Parlamento  ha dato mandato al relatore di avviare i negoziati nel cosiddetto ‘trilogo’, ovvero una fase di discussione per trovare un accordo tra Parlamento, Consiglio e Commissione europea. Sarà determinante la posizione del Consiglio e il Governo italiano farà sentire la propria voce. Poi, al termine di questa fase, il testo tornerà al Parlamento per un nuovo voto. Quindi la partita è tutt’altro che chiusa".

Di Maio ha reagito al voto di Strasburgo dichiarandolo “una vergogna europea, uno scenario da Grande Fratello di Orwell”. Nelle sue dichiarazioni, parla di una “censura di massa legalizzata”, può spiegarci meglio cosa ne pensa?

"Anch’io sono molto preoccupato, questa direttiva rischia di essere il primo passo verso la censura di massa e la scomparsa dei piccoli editori, proprio quelli che si dice invece di voler proteggere. Ci si è arroccati su posizioni ideologiche, è evidente che il settore dell’editoria stia vivendo un grande momento di crisi, ma non saranno queste soluzioni proposte a risollevarlo, anzi. Tutto ciò potrebbe portare a una ulteriore contrazione della visibilità dei contenuti online, senza contare che affidare alle piattaforme online la responsabilità di determinare che cosa possa o meno violare il diritto di autore vedrà scomparire contenuti dal web senza ragione, solo perché un algoritmo automatico non sarà in grado di distinguere tra un uso improprio di un contenuto e un contenuto artistico o di satira. E abbiamo diverse volte letto di casi di contenuti censurati erroneamente".

Due sono gli articoli al centro delle polemiche, entriamo nello specifico dell’art 11 che guarda da vicino il mondo dei media: si è parlato di “link tax” e di “snippet”, può farci un po’ di chiarezza?

"Riguardo l’art. 11 e la ‘link tax’, la toppa rischia di essere peggiore del buco. Qui il buco in questione sono i contenuti di blogger, autori, ma anche giornalisti ed editori di ogni crisma, che vedono i propri articoli apparire su Google News, Libero o su qualunque altro aggregatore di notizie, senza ricevere un euro per il lavoro d’autore. La formula è questa: sull’aggregatore appare il cosiddetto snippet, ovvero un estratto di due tre righe dell’articolo altrui, seguito dal link all’articolo originale, la toppa è di tassare gli aggregatori su ogni link, in modo tale che sia direttamente Libero o Google News a pagare l’autore dell’articolo originale linkato dall’aggregatore. In altre parole, agli editori viene concesso il diritto di vietare la condivisione su internet degli snippet. Così, per garantire agli editori quei profitti che hanno perso in seguito all’avvento di Internet, si è deciso di sacrificare la libera condivisione - che è alla base di Internet, in un’ottica assolutamente anacronistica".

Eppure non siamo il primo paese europeo ad adottarla. In questo caso, la cronaca parla spesso della Spagna, che l’ha introdotta nel 2014.

"Esatto, la toppa può risultare un autogol clamoroso. E’ appunto il caso che lei cita, in Spagna una link tax è già stata introdotta, ma senza il successo sperato. Alla richiesta degli editori di ottenere un risarcimento per i link, Google News e gli altri aggregatori hanno eliminato gli snippet e i link agli articoli originali, ma così facendo hanno fatto crollare il traffico sulle pagine dei giornali online. Lo stesso è accaduto in Germania. In entrambi i Paesi, Google è stato esentato dal pagamento. Tra l’altro, questa proposta rischia di danneggiare più i piccoli blog e gli autori indipendenti, rispetto ai grandi giornali. Mentre gli editori più forti sarebbero potenzialmente in grado di negoziare una mini remunerazione legata agli snippet (anche se l’esperienza spagnola e quella tedesca insegnano il contrario) quelli più piccoli non ne avrebbero certo la forza".

Il secondo articolo sotto esame è sicuramente il 13, che prevede il filtraggio dei contenuti caricati online. Cosa potrebbe comportare?

"Lo trovo ancor più pericoloso. Oggi, in base alla normativa sul commercio elettronico, le piattaforme non sono tenute a monitorare in maniera costante i contenuti caricati dagli utenti, ma devono attivarsi quando ricevono una notifica di violazione. Ora, nella proposta di riforma del diritto d’autore si pensa bene di inserire una novità: la verifica dei contenuti deve essere preventiva, e le piattaforme come YouTube, DailyMotion, Vimeo e le loro concorrenti, devono dotarsi di strumenti in grado di fare da filtro in maniera rapida, sistematica e su una grande mole di contenuti. Il problema è che i criteri per filtrare i video caricati su Internet sono totalmente arbitrari. In pratica, si stanno gettando le basi per una censura di scala".

Ci faccia un esempio concreto.

"Prendiamo il caso di Google. Google detiene YouTube, e Youtube, per vagliare le 400 ore di contenuti caricati sul proprio canale ogni minuto, possiede una tecnologia innovativa, chiamata ContentID, sulla quale ha investito moltissimo: ben 60 milioni in 8 anni. Secondo Google, Content ID è in grado di riconoscere film, trasmissioni tv, musica e qualsiasi altro contenuto coperto da diritto d’autore, attraverso un confronto con la copia originale memorizzata nei propri server. Ma ContentID permette ai grandi fornitori di contenuti di chiedere a YouTube di cancellare i contenuti caricati dagli utenti, anche se questi contenuti non violano il copyright. La rimozione dei video degli utenti è sempre più spesso oggetto di critiche. La rimozione dei contenuti caricati dai cittadini è arbitraria. La differenza è che con questa proposta l’arbitrarietà avrà copertura legale. Ora, la domanda può essere: è giusto che YouTube rimuova i contenuti che vuole e come vuole perché è un’azienda privata e dunque nei suoi canali può fare ciò che vuole?".

Quindi arriviamo al suo “no”, chiarito esaustivamente. Ma a questo punto quali sarebbero, secondo lei, le possibili alternative in grado di regolare al meglio la diffusione online?

"Un primo passo è dunque quello di ridurre il tempo tra la segnalazione degli editori e la rimozione del contenuto illecitamente pubblicato. Diversi sono gli accordi sottoscritti tra le autorità europee e le piattaforme, ben venga che questi accordi diventino norme. Indispensabile agire inoltre sull’efficienza delle autorità nazionali nel determinare i casi di violazione così da tutelare i detentori dei diritti. Un ulteriore piano di azione, certamente più complicato per i tempi della politica cui purtroppo siamo abituati, è quello culturale. Far comprendere all’utente che la notizia non si limita al solo titolo ma anche all’articolo che segue è sempre più difficile in una società che corre veloce. E qui mi rivolgo anche agli editori, scrivere contenuti di qualità è il miglior mezzo per affiliare il lettore".

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