Brexit ancora senza accordo, ecco cosa sta bloccando i negoziati

Sulla stragrande maggioranza delle questioni è stata già trovata un'intesa ma ci sono tre punti in particolare che stanno impedendo alle trattative di progredire facendo crescere il rischio di No Deal

Il negoziatore dell'Ue Barnier a Londra per i negoziati - foto Ansa EPA/ANDY RAIN

Manca solo un mese all'uscita definitiva del Regno Unito dall'Unione europea eppure Londra e Bruxelles non sono ancora riuscite a raggiungere un accordo sulle future relazioni economiche. I negoziati sulla Brexit si stanno prolungando oltre le più pessimistiche previsioni e nonostante si sia trovata un'intesa sulla stragrande maggioranza delle questioni ci sono tre punti che stanno bloccando le discussioni e rischiano di portare addirittura a un No Deal: i diritti di pesca, gli aiuti di Stato e i meccanismi per la risoluzione delle dispute.

Pesca

Per quanto possa sembrare assurdo la pesca è il settore in cui le distanze sembrano più insormontabili. Il governo di Boris Johnson ne sta facendo una questione centrale nonostante il settore abbia contribuito solo allo 0,03% della produzione economica britannica nel 2019, e anche se in totale il commercio del pesce, se si aggiungono anche i prodotti lavorati, rappresenta lo 0,1% del Pil nazionale. Ma dal punto di vista dell'immagine dai tempi del referendum del 2016 la pesca è stata nella propaganda del Leavers un esempio della necessità del 'Take back control', di riprendere il controllo delle proprie risorse (oltre che decisioni). Grazie alla Politica comune della pesca i pescherecci dei Paesi Ue hanno pieno accesso alle reciproche acque e così ben il 57% di quanto solitamente viene pescato nelle acque britanniche è stato catturato da pescherecci appartenenti ad aziende europee e solo il 43% da quelli di imprese locali. E non a caso l'Ue spinge per mantenere il più possibile lo status quo mentre il Regno Unito vorrebbe negoziazioni annuali per stabilire e dividere le quote. Il capo negoziatore dell'Ue, Michel Barnier, ha suggerito una riduzione del 15-18 per cento della quota di diritti europei nelle acque britanniche, la sua controparte David Frost, vuole indietro l'80 per cento delle quote. Per superare l'impasse si sta tentando di legare le quote alle specie di pesci. Questo perché i britannici consumano principalmente i "big five" (merluzzo, eglefino, tonno, salmone e gamberi), pesci che per la maggior parte importano mentre pescano soprattutto capesante, calamari, sogliole, razze, scampi, aringhe e sgombri, che invece per la maggior parte vengono esportati. Un accordo insomma sarebbe nell'interesse delle due parti, anche perché i dazi che ci sarebbero in caso di No Deal non fanno comodo a nessuno.

Aiuti di Stato

Un altro dei punti di disaccordo sono gli aiuti di Stato. Anche qui la cosa sembra piuttosto bizzarra perché il liberista Johnson sembra essersi convertito alle teorie di Jeremy Corbyn e vuole le mani libere per aiutare le imprese britanniche ogni volta che lo riterrà necessario, una cosa che avrebbe fatto inorridire Margaret Thatcher. Nel 2018 il Regno Unito ha speso solo lo 0,38% del Pil in aiuti di Stato, rispetto allo 0,79% in Francia, all'1,45% in Germania e all'1,55% in Danimarca. Ma ora BoJo vuole dare il via a una nuova rivoluzione industriale nell'high tech e nell'intelligenza artificiale per competere con Stati Uniti e Cina, e vuole poter aiutare le sue start-up e imprese più promettenti. Così come vuole fare per altri settori che saranno colpiti dalla crisi del coronavirus. Ma le regole sugli aiuti di Stato dell'Ue sono molto stringenti e quindi per avere un libero scambio bisogna avere una certa reciprocità nelle regole, per creare il cosiddetto 'level playing field', la parità di condizioni per le imprese che devono competere sullo stesso mercato.

Dispute

La questione degli aiuti di Stato è collegata anche al problema della risoluzione delle dispute future. Chi giudicherà se saranno violati i patti? Il Regno Unito assolutamente non vuole che sia la Corte di giustizia europea, perché darebbe a un'entità straniera potere sulle sue decisioni sovrane. In più anche se i regolamenti in diversi settori, come quello alimentare, si stanno allineando, bisogna però tenere presente che le cose in futuro potrebbero cambiare. I negoziatori stanno studiando un modo per far sì che man mano che entrambe le parti modificheranno i propri standard nel tempo, l'altra parte potrà affrontare delle conseguenze se decide di non seguire standard equivalenti. Il primo che alza l'asticella deve spingere l'altro a fare altrettanto, ma non può certo obbligarlo. L'Ue allora vorrebbe che si istituisse un gruppo indipendente per giudicare se il rifiuto di una parte di muoversi nella stessa direzioni crei un vantaggio competitivo. Londra da parte sua si oppone all'ipotesi, pure paventata, secondo cui che per approvare alcune leggi in settori delicati, come appunto gli aiuti di Stato, dovrebbe prima avere l'approvazione di Bruxelles.

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • L'Irlanda svela l'orrore degli istituti religiosi per madri sole: vi morirono 9mila bambini

  • Tra Brexit e coronavirus è esodo dal Regno Unito: sono andati via 1,3 milioni di stranieri

  • Fermato per aver filmato la polizia, muore a 23 anni in commissariato "per un arresto cardiaco"

  • Rubati all'Ema i dati sul vaccino: "Manipolati e poi pubblicati per far crescere la sfiducia"

  • Donna 84enne incapace di intendere e di volere: giudice impone il vaccino anche se la famiglia è contraria

  • L'Europa chiude le porte a Trump, il segretario di Stato Usa Pompeo annulla il viaggio a Bruxelles

Torna su
EuropaToday è in caricamento