Assistenza clienti, ristorazione ed edilizia. Ecco i lavori più a rischio nell’Ue a causa del Covid-19

60 milioni di posti in pericolo nel mercato europeo. A lanciare l’allarme è la società americana di consulenza McKinsey, che scommette nel telelavoro come via d’uscita per le imprese in difficoltà

Foto Ansa EPA/JULIEN DE ROSA

Un posto di lavoro su quattro in Europa sarebbe a richio o comunque soggetto a ricadute negative dovute alla crisi del coronavirus. È quanto emerge da uno studio pubblicato dalla società americana di consulenza McKinsey & Company. “La nostra analisi basata su dati a livello di occupazione - si legge nel documento - stima che la crisi Covid-19 potrebbe mettere a rischio fino a 59 milioni di posti di lavoro in Europa”, pari al 26% della forza lavoro dell’Ue. Uno scenario sconcertante, reso ancora più drammatico per chi lavora nei settori che - secondo l’analisi - saranno più soggetti a chiusure e licenziamenti. McKinsey prevede infatti che il 50% dei posti di lavoro a rischio si concentrano in tre ambiti: servizio clienti e vendite, ristorazione e edilizia

Il bilancio della crisi

“Meno colpiti - si legge nello studio - sono i lavoratori nelle professioni sanitarie, scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche, matematiche, aziendali e legali, educatori e formatori”. In termini assoluti il settore che rischia di perdere più lavoratori nel contesto della crisi del coronavirus è quello delle vendite, con 14,6 milioni di posti a rischio nell’Ue. Segue il settore alberghiero e della ristorazione, con 8,4 milioni di posti di lavoro a rischio. Duro colpo - sempre in termini assoluti - è previsto per il settore della manifattura, che potrebbe perdere altri 7,9 milioni di posti di lavoro dopo un decennio non certo in discesa per l’intero settore.  

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Consigli alle imprese

“Aziende e Governi dovrebbero agire ora per proteggere i posti di lavoro a rischio”, si legge nel report sul mercato Ue. Gli analisti di McKinsey consigliano alle aziende di “applicare protocolli efficaci, come la separazione dei turni di lavoro e la segmentazione della forza lavoro in base alla vulnerabilità”. Misure che dovrebbero consentire di continuare le attività, anche laddove “la vicinanza fisica richiesta è elevata”. Ma soprattutto “le aziende dovrebbero investire nel consentire il lavoro a distanza ove possibile”. “Le aziende dovrebbero inoltre estendere le iniziative di apprendimento da remoto” si legge ancora nello studio, che invita le imprese a fare leva sulle energie inutilizzate dei dipendenti bloccati a casa “per gettare le basi delle loro ambizioni strategiche in un mondo postcrisi”. “In particolare, le iniziative mirate di ricollocamento potrebbero concentrarsi su competenze tecnologiche e sociali” che, si prevede, “dovrebbero aumentare nella domanda nel prossimo decennio”. “Ciò potrebbe aiutare a costruire il capitale umano necessario per colmare il divario digitale attualmente esistente nelle aziende, in particolare negli emergenti settori importanti come l'intelligenza artificiale, l'innovazione blockchain e i modelli di piattaforma”, sostengono gli analisti.

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L'importanza del telelavoro

Un invito, quello a investire nel telelavoro, esteso anche ai Governi nazionali che, si legge ancora nello studio “potrebbero sostenere ampie iniziative di riqualificazione professionale” tramite “le agenzie del lavoro e i ministeri” competenti. Questi ultimi potrebbero "cooperare con i fornitori di formazione per adulti e con start-up innovative ‘edtech’ per fornire programmi gratuiti, in particolare per le piccole e medie imprese che altrimenti non potrebbero essere in grado di permetterseli o svilupparli in-house”. Altra indicazione ai Governi è quella di dare sussidi ai datori di lavoro in funzione del numero di dipendenti che seguono un corso di formazione, “una pratica già in atto a Singapore come risposta a Covid-19”, si precisa. Ma occorrerà anche “facilitare e finanziare la formazione sui protocolli di salute e sicurezza”. “Ciò non solo alleggerirebbe l'onere finanziario per le aziende, ma getterebbe anche le basi necessarie per un ritorno alle attività normali”, conclude il documento. 

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