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Giovedì, 22 Febbraio 2024
Il rapporto

L'Italia ha un problema con il digitale

Sotto la media Ue per competenze di base e specialisti in tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Si salva solo il 5G

Bene i progressi sulle infrastrutture, a partire dalla rete 5G, ma la digitalizzazione dei servizi pubblici resta ancora al palo. E soprattutto, preoccupa la carenza di competenze, tanto di base, quanto avanzate. Il caso più eclatante è quello dei laureati specializzati in tecnologie delle telecomunicazioni: ne sforniamo pochi, un quarto di quelli che sfornano gli altri Paesi Ue in media, mentre le imprese non fanno abbastanza per l'aggiornamento professionale i loro dipendenti. È quanto emerge dal primo rapporto della Commissione Ue sul cosiddetto "Decennio digitale", l'iniziativa lanciata da Bruxelles per recuperare il gap tecnologico con il resto del mondo, con una serie di target da raggiungere entro il 2030.

Competenze al palo

Uno di questi target prevede che, entro la fine del decennio, l'80% della popolazione europea abbia delle competenze digitali di base. Un traguardo che oggi sembra lontano per l'intera Ue, dove la media è del 54%. Ma che è ancora più lontano per l'Italia, che si ferma al 46%. "Ciò compromette la loro capacità di beneficiare delle opportunità digitali ed esercitare la cittadinanza digitale e ha impatto negativo sull'inclusività dell'Italia", scrive la Commissione.

Ancora peggio il quadro se si guarda alle discipline Tic, quelle delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione: tra i lavorativi attivi, siamo sotto al 4% di specializzati in queste materie. Non che nel resto dell'Ue vada così meglio (la media è del 4,6% a fronte di un target 2030 del 10%), ma a preoccupare nel nostro Paese sono anche le prospettive: i laureati italiani specializzati in Tic sono appena l'1,5% del totale, contro una media Ue del 4,2%. Inoltre,  "il numero di imprese che offrono effettivamente formazione ai propri dipendenti è ancora insufficiente", segnala Bruxelles. In altre parole, le università non sfornano abbastanza esperti digitali, e il settore produttivo privato non si impegna più di tanto per migliorare le competenze dei suoi lavoratori. 

Per questo "l'Italia - si legge nel rapporto - dovrebbe intensificare gli sforzi sulle competenze digitali, in particolare nel miglioramento delle competenze e nella riqualificazione della propria forza lavoro" anche per poter "soddisfare le esigenze del mercato del lavoro e migliorare la cooperazione, in particolare con l'industria e la società civile".

Bene sul 5G

Le note positive arrivano per il momento sul fronte infrastrutture: siamo tra i primi Paesi d'Europa per copertura 5G, che ormai raggiunge la totalità delle zone sia urbane che rurali, con la rete mobile 3,4-3,8 GHz fornita nell'80% delle zone più densamente abitate (meno del 55% di quelle rurali). Tuttavia il Paese resta ancora al di sotto della media Ue sulla rete fissa ad alta velocità (54% delle famiglie contro il 73% nell'Ue), nonostante un salto di 10 punti percentuali tra il 2021 e il 2022. Quanto alla digitalizzazione dell'economia, la maggior parte delle Pmi italiane ha almeno un livello base di intensità digitale in linea con la media Ue (70% rispetto alla media Ue del 69% nel 2022).

I ritardi della Pa

Tornando alle note negative, la Commissione segnala come la nostra pubblica amministrazione ottenga un punteggio inferiore alla media Ue nella fornitura di servizi pubblici digitali ai cittadini (68 contro 77) e alle imprese (75 contro 84). "Le recenti misure adottate per garantire servizi pubblici più incentrati sull'utente e per migliorare l'accessibilità dei servizi pubblici digitali probabilmente incoraggeranno ulteriormente il pubblico a utilizzare i servizi pubblici digitali", ha auspicato Bruxelles prima di ricordare che il Pnrr italiano dedica 48 miliardi di euro (25% dei fondi) alla trasformazione digitale.

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