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Martedì, 29 Novembre 2022
L'indagine

La "sovranità alimentare" e i conti del governo che non tornano

Il nuovo ministro Lollobrigida vuole 'liberare' 1 milione di ettari coltivabili dai vincoli Ue. Ma le richieste di Bruxelles sono decisamente inferiori. E anche gli agricoltori sono divisi

I primi tasselli della sovranità alimentare, così come intesa dal nuovo governo italiano guidato da Giorgia Meloni, iniziano a delinearsi. Produrre di più ed eliminare i vincoli ambientali che erano stati concordati a livello europeo. Questi i pilastri fissati dal neo ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida. Il capo del dicastero ha illustrato i punti del suo programma, mettendosi immediatamente di traverso rispetto all'Unione europea e alle esigenze di sostenibilità del settore come delineate a partire dal 2019. Tra le misure spot, Lollobrigida ha citato la messa in produzione di 1 milioni di ettari di terreni coltivabili che, a suo dire, sarebbero bloccati dalle norme Ue. Ma i numeri non tornano: le richieste di Bruxelles sono decisamente inferiori alla stima del ministro. Senza contare una questione di fondo, che divide anche gli stessi agricoltori: a chi gioverebbe davvero la 'liberazione' di campi e pascoli dai vincoli ambientali?  

Aumentare la produttività

“Abbiamo 1 milione di ettari coltivabili, non basta quello che ci mette a disposizione l'Europa e quindi è necessaria una riforma della Pac (Politica agricola comune, ndr) che si liberi dall'ideologia intrinseca della (strategia Ue) Farm to Fork”, ha dichiarato il ministro. In sostanza, annuncia la volontà di uno stop alle misure che l'Italia avrebbe dovuto garantire per ottenere il riposo delle colture previsto per recuperare biodiversità, come pure fertilità dei suoli. L'esponente di Fratelli d'Italia sferra così un attacco preciso al Patto europeo per l'ambiente dell'Ue (Green Deal), che si fonda in larga parte su un'agricoltura meno intensiva e più attenta alla qualità dei suoli e dei prodotti. Ma da dove arriverebbe quel “milione di ettari in più” che l'Italia potrebbe sfruttare, ma che sarebbe “bloccato” da Bruxelles?

Nessun riposo

In base ai dati della Banca Mondiale del 2020, la superficie coltivabile in Italia è di 6milioni e 831mila ettari, su un totale di circa 30 milioni e 123 mila ettari totali. Nel delineare la nuova Pac, Bruxelles aveva chiesto all'Italia di stabilire una “Percentuale minima della superficie agricola destinata a superfici o elementi non produttivi” pari al 4% dei suoi terreni coltivabili di superfici superiori ai 10 ettari, in modo tale da permettere una rigenerazione dei suoli, stressati da anni di pesticidi, fertilizzanti e monocolture. In base alle stime di AgriFoodToday da mettere “a riposo” ci sarebbero poco più di 273mila ettari, ma secondo i calcoli di Confagricoltura sarebbero in realtà circa duecentomila. In ogni caso questi terreni destinati al sovescio, per esempio, sono già stati svincolati dall'Ue subito dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, in base a richieste portate avanti sia dal precedente governo che dalle confederazioni di categoria, come la Copa-Cogeca, cui aderiscono sia Confagricoltura che Coldiretti, e che rappresenta interessi delle grandi aziende e delle cooperative agricole a livello europeo.

Deroghe o smantellamento ?

Già poche settimane dopo l'invasione russa, Bruxelles ha rivisto i vincoli ambientali, consentendo in via transitoria il recupero di circa 4 milioni di ettari sul totale degli Stati membri autorizzandone la coltivazione. Le associazioni di categoria hanno già chiesto all'Ue di prorogare le deroghe al 2023, chiedendo di farle valere sin da questa stagione di semina autunnale. Gli ambientalisti temono che queste richieste finiranno con l'affossare per sempre la parte della Pac che riguarda i vincoli ambientali, come già diversi mesi fa aveva accusato il vice-commissario europeo Frans Timmermans in qualità di responsabile del Green Deal. “Rinunciare agli obiettivi ambientali è un problema non solo per la cittadinanza, che si ritrova con prodotti di qualità minore, rischi per la salute e acque più inquinate, ma è un problema innanzitutto per gli agricoltori che ne subiranno le conseguenze. Sono loro i primi a dover far fronte ai gravi fenomeni connessi ai cambiamenti climatici, come alluvioni e siccità. Senza fare pace con gli equilibri ecologici è impossibile favorire la produttività” evidenzia Simona Savini, responsabile delle campagne sull'agricoltura per Greenpeace.

Pascoli in pericolo

Tornando ai numeri, pur volendo sfruttare per intero questo 4% da mettere a risposo, per avvicinarsi al milione di ettari dichiarato dal ministro, si può pensare si riferisca ai prati permanenti, come ipotizzano le organizzazioni ambientaliste impegnate nella coalizione Cambiamo Agricoltura, tra cui figurano Wwf, Lipu e Slow Food. Nella definizione sono inclusi i pascoli, dove il foraggio viene direttamente mangiato dal bestiame, e i veri e propri prati permanenti, che si hanno quando il foraggio viene raccolto mediante falciatura. In base ad una norma dell'Ue gli Stati membri devono garantire che prati e pascoli permanenti non siano inferiori al 5% della superficie agricola totale. Questa quota per l'anno prossimo dovrebbe essere abbassata al 4%. Volendolo calcolare alla soglia attuale si otterrebbero poco più di 340mila ettari. “Per arrivare all'obiettivo di 1 milione di superficie agricola utile sottratta alle aree naturali non resta che la conversione dei prati permanenti, ma in un Paese come il nostro sarebbe una follia, anche perché non possono essere considerati aree incolte”, precisa una fonte della coalizione. Restano comunque circa 400mila ettari per poter raggiungere la cifra annunciata dal ministro. Dove si possono recuperare questi terreni? Circolano voci che la cifra sparata dal ministro è  "gonfiata" o ripresa da interviste altrui. Noi di AgriFoodToday ci siamo impegnati a scavare un altro po'.

Bassa redditività e sfiducia

“Ci sarebbero in effetti poco meno di 380 mila ettari che, secondo gli ultimi dati Istat (risalenti al 2016, ndr) potenzialmente potrebbero essere sfruttati, ma non lo sono per ragioni strettamente legate alla volontà dei proprietari”, rivela una fonte del settore. Una parte sarebbe già predisposta e pronta alla coltivazione, un'altra invece necessiterebbe di opere di manutenzione, come lo spostamento di rocce o nel caso di terreni in pendenza. La mancata coltivazione in questi casi non è frutto di un'imposizione dell'Ue, ma di una decisione privata di natura imprenditoriale. Tra le motivazioni possono esserci le difficoltà di accesso al fondo, la scarsa redditività, ma soprattutto “un clima di sfiducia” da parte dei piccoli agricoltori, stremati da contratti insoddisfacenti e da un'industria agroalimentare nostrana che in tanti casi sfrutta il marchio 'Made in Italy' utilizzando in realtà materie prime provenienti dall'estero.

'Made in Italy' ingannevole

Basta osservare con attenzione le etichette dell'olio extravergine d'oliva per accorgersi che gran parte delle confezioni di oli di noti marchi italiani contengono in realtà olio proveniente dall'Unione europea, spesso spagnolo. A incidere poi ci sono contratti insoddisfacenti con la Grande distribuzioni organizzata, che impongono prezzi bassi e restrizioni troppo complesse. Vanno annoverate poi per alcune aziende le difficoltà logistiche per il trasporto, con collegamenti inesistenti o mezzi inadeguati per raggiungere i mercati più appetibili, e impianti idrici scadenti. Per questi ultimi il ministro ha promesso di intervenire, realizzando anche nuovi "dissalatori". Con il conflitto tra Russia e Ucraina, hanno iniziato ad incidere anche le difficoltà per le industrie della trasformazione, schiacciate da prezzi energetici troppo elevati, per cui gli agricoltori non sanno a chi indirizzare frutta, verdura ed altri alimenti. “Coltivo perché qualcuno compri, se questo non avviene non mi conviene investire in un terreno. Questo è il ragionamento che opportunamente fanno gli imprenditori”, ricorda i nostro esperto. Nessun complotto europeo dunque, ma meri calcoli economici.

Crisi dei mangimi

Ma all'Italia serve davvero aumentare la produttività agricola italiana? Ammettendo che possa farlo sfruttando questi terreni va capito a chi gioverebbe questo incremento. Al momento non ci sono dati sulle coltivazioni effettivamente realizzate in primavera sui duecentomila ettari sbloccati dal riposo. “Potrebbe trattarsi di mais, olio di girasole o soia, comunque colture primaverili. Per l'autunno non conosciamo ancora le intenzioni, ma potrebbe trattarsi di frumento. Una parte comunque potrebbe essere stata comunque lasciata a riposo per libera scelta delle aziende”, ipotizza l'esperto. L'ipotesi degli attivisti ambientali è più radicale. “Queste misure servono solo a sostenere la zootecnia intensiva. I due terzi dei terreni agricoli coltivati in Europa ed oltre il 60% dei cereali prodotti e commercializzati nell'Ue sono destinati a sfamare gli animali non le persone”, commenta l'esperta di Greenpeace. “Anche la guerra in Ucraina, sfruttata per giustificare lo stop alle misure ambientali, è stata più una crisi mangimistica che alimentare”, precisa Savini. A soffrire in questi mesi è stata soprattutto la zootecnia intensiva della Piadura Padana, impossibilitata dalla carenza di mais ucraino che costituisce la base nutritiva in molti allevamenti.

Filiera squilibrata

Il ministro Lollobrigida ha poi sottolineato l'importanza di “un piano nazionale di coltivazione che non può prescindere da contratti di filiera chiari (finanziati nel Pnrr) che garantiscano al produttore un prezzo di vendita equo e competitivo”. L'esempio riportato delle distorsioni del mercato è quello del latte: un litro, che al produttore costa circa 48 centesimi, già prima della crisi veniva pagato al produttore 38 centesimi mentre alla vendita al dettaglio costa tra 1 euro e trenta e i due euro. Il politico promette quindi di lottare contro gli squilibri che pongono in difficoltà il settore agroalimentare, che oggi vale oltre 500 miliardi di euro e il cui export nel 2021 ha registrato oltre 50 miliardi. Ciò nonostante negli ultimi dieci anni hanno chiuso oltre 26.000 stalle, pari al 50% del totale presente in Italia, fa notare Lollobrigida, e alcuni agricoltori hanno sospeso la semina. “A scomparire sono i piccoli agricoltori, ma prima ancora di questa crisi c'è stata la promozione di un'agricoltura intensiva, sostenuta dalle organizzazioni di categoria, che finiscono comunque per sostenere aziende agricole più grandi. C'è quindi un problema di rappresentatività”, ha sottolineato a questo proposito Savini di Greenpeace.

Redditi ridotti

Anche la questione del reddito netto delle aziende è finita nelle prime dichiarazioni del ministro. “È drammaticamente sceso del 60%, con picchi in settori come la cerealicoltura, granivori e suinicoli che supera l'80%” ha sottolineato, precisando che “saranno in media generale oltre il 30% le aziende che chiuderanno con un reddito negativo, mentre prima della crisi del 2022 le aziende con difficoltà di questo tipo erano il 7%”. A proposito di redditi, gli esperti della Commissione europea pochi mesi fa avevano bacchettato l'Italia per aver formulato un Piano strategico nazionale per la Pac che avvantaggiava troppo i grandi produttori e gli allevamenti intensivi, anziché le piccole realtà rurali. Nonostante le critiche di Bruxelles, il precedente ministro dell'Agricoltura Stefano Patuanelli aveva ripresentato di recente un Piano che poco si distanziava dalla bozza precedente.

Grandi aziende, grandi sussidi

A parte la novità dei finanziamenti al biologico, nel documento è sopravvissuto un impianto che garantisce in primis il reddito delle grandi aziende agricole, capaci di aspirare la più gran parte dei sussidi offerti dall'Ue, aveva sottolineato la coalizione Cambiamo Agricoltura. Come rilevato dalla Commissione europea, circa l'80% dei sussidi italiani finiscono nelle mani del 20% delle aziende. Occorre capire se il nuovo capo del dicastero intende o meno mettere mano al Piano per rivedere questo tipo di distribuzione. Altro cavallo di battaglia annunciato da Lollobrigida è il contrasto ai “cibi sintetici”, come carne o latticini creati in laboratorio. Nessun accenno invece alla posizione del governo rispetto all'editing del genoma, l'ultima frontiera degli Organismi geneticamente modificati, che trova ampi consensi nel panorama dell'agroalimentare, dai giganti dell'agrochimica a esponenti della ricerca e delle organizzazioni di categoria. In attesa di capire meglio se sono tecniche sicure per i consumatori, resta il dubbio se sia questa la strada giusta per difendere quella “cultura rurale" invocata dal ministro.

Edit: Appena pubblicato questo resoconto, una fonte ufficiale dell'Unione europea ci ha contattati per precisare che "Nel piano strategico della Pac, l'Italia prevede che, in base allo standard 8 delle buone condizioni agronomiche e ambientali (BCAA), almeno il 4% della superficie coltivabile a livello aziendale debba essere destinato ad aree non produttive e ad elementi del paesaggio, compresi i terreni incolti". Questo significa che "non si tratta del 4% dei terreni incolti in totale, ma del 4% delle aree non produttive e degli elementi del paesaggio, compresi i terreni incolti" ha precisa la nostra fonte. 

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