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Domenica, 3 Marzo 2024
La rapida inclusione

Che fine hanno fatto i rifugiati ucraini

Oltre 600mila hanno trovato lavoro in Europa in settori dove c'era carenza di manodopera. Secondo un documento della Commissione Ue sono soprattutto donne e le aziende hanno fatto la corsa per accaparrarsi i lavoratori più qualificati

A un anno dall'invasione della Russia che li ha costretti a lasciare il Paese, oltre 600mila ucraini (o sarebbe meglio dire ucraine) hanno già trovato un lavoro in Europa, soprattutto in Polonia, Germania, Repubblica ceca e Olanda. Considerando quelli che si sono iscritti nelle liste di collocamento, il tasso di occupazione sfiora il 60%. E quanto emerge da un rapporto della Commissione europea che EuropaToday ha ottenuto in esclusiva.

Una rapida inclusione

La quota di occupati è impressionante, e sembra confermare quanto emerso da un'analisi dell'Ocse, ossia che "l'inclusione nel mercato del lavoro dei rifugiati ucraini è stata più rapida rispetto ad altri gruppi di rifugiati". Nei Paesi Bassi, per esempio, più della metà delle donne ucraine ha trovato lavoro meno di un anno dopo essere fuggita. Solitamente le donne rifugiate impiegano dieci anni per raggiungere un tale tasso di occupazione. 

Secondo il documento della Commissione europea, a oggi sono 4 milioni gli ucraini che hanno avuto accesso al meccanismo per la protezione temporanea, uno strumento che l'Ue ha attuato per la prima volta nella sua storia e che consente di fornire permessi di residenza e di lavoro validi per 3 anni saltando le normali procedure burocratiche. Questo schema, salvo alcuni casi (Bruxelles cita le difficoltà riscontrate dalle famiglie ucraine in Ungheria e in alcune regioni tedesche), ha funzionato: l'Easo, l'agenzia Ue per l'asilo, ha sottolineato in un report come la protezione temporanea degli ucraini abbia ridotto di molto la pressione sui sistemi di accoglienza locali, evitando il caos.

Quote di donne e bambini sul totale dei rifugiati ucraini in alcuni Paesi Ue (Fonte Oecd)

Quasi la metà dei rifugiati ucraini si è stanziato tra la Polonia (984mila) e la Germania (919mila). Al terzo posto la Repubblica ceca, con 445mila profughi, seguita da Italia (177mila) e Spagna (165mila). L'accesso al lavoro non è stato uguale in tutti i Paesi. In termini assoluti, stando ai dati della Commissione (che non contemplano l'Italia, tra i pochi a non aver fornito informazioni a riguardo), poco più di 1 milione di ucraini si è iscritto ai centri per l'impiego nell'Ue, in stragrande maggioranza donne: di questi, i 614mila hanno trovato lavoro, mentre 413mila sono ancora disoccupati. Ci sono poi 53mila che ricevono un assegno di disoccupazione. 

Il Paese con il maggior numero di lavoratori ucraini è la Polonia, con 197mila occupati a fronte di 13mila rimasti ancora disoccupati. C'è poi la Germania, con 125mila occupati a fronte di 314mila disoccupati. Significativo il numero di occupati in Repubblica ceca, dove sono 99mila contro 14mila senza lavoro. L'Olanda è tra i grandi Paesi Ue quello che ha la più alta quota di rifugiati occupati: sui 96mila ucraini che hanno ricevuto la protezione temporanea, ben 62mila lavorano: quasi 2 su 3.  

La corsa al lavoratore ucraino

Le ragioni del successo nell'integrazione lavorativa degli ucraini in Europa sono diverse. Da un lato, c'è l'alto livello di istruzione dei rifugiati: circa due terzi di chi cerca lavoro, scrive l'Economist, ha un titolo di studio medio-alto, una quota superiore alla media Ue. Ci sono poi le reti di ucraini già insediati nei vari Paesi europei, che hanno aiutato i loro connazionali a inserirsi. Dall'altro lato, c'è stata anche una congiuntura economica favorevole: all'indomani della pandemia, l'Europa si è trovata ad affrontare una carenza di manodopera eccezionale, soprattutto nei settori manifatturiero, della ristorazione, della logistica e dell'informatica: nell'Eurozona, la quota di domande di lavoro senza risposta è balzata al 3,1%, il doppio rispetto a 17 anni fa. Ecco perché l'arrivo di ucraini altamente formati è stata vista come una manna da diverse aziende: subito dopo l'invasione della Russia, tanto per citare un caso, alcuni rappresentanti di Tonnies, gigante tedesco della carne, si sono recati al confine tra Ucraina e Polonia per cercare di reclutare rifugiati (nel nome della solidarietà, hanno poi spiegato).

Tra i Paesi Ue è scattata quasi una corsa ad accaparrarsi i lavoratori ucraini. In Slovacchia, per esempio, i rifugiati hanno consentito al mercato dell’edilizia e al settore della logistica di ripartire a pieno regime dopo la pandemia, e adesso le aziende temono che, viste le alte qualifiche di questi lavoratori, ci possa essere una fuga verso altri Stati Ue che stanno cominciando a cercare profili con maggiori competenze, che non riescono a coprire con l'offerta interna. Come dicevamo, infatti, la manodopera ucraina giunta dopo l'inizio della guerra ha un alto livello di istruzione e di competenze professionali. E la stragrande maggioranza è sovraqualificata per l'impiego che svolge.

La questione delle qualifiche

Non che i posti di lavoro che richiedono maggiori competenze scarseggino, come nel settore informatico o nella sanità. La Tent partnership for refugees, una rete globale di oltre 300 grandi compagnie (tra cui Barilla, Ikea, Carrefour, ma anche banche e giganti del digitale come Google), ha annunciato ieri un vertice per riunire i leader delle imprese europee per accelerare l'integrazione economica delle donne rifugiate ucraine. La domanda di mandopera ucraina resta alta, dunque, ma ci sono dei problemi da superare, come il riconoscimento delle qualifiche. Proprio per questo, la Commissione europea, già poco dopo l'inizio del conflitto, aveva pubblicato una raccomandazione sul riconoscimento delle qualifiche accademiche e professionali per le persone in fuga dall'invasione russa dell'Ucraina, in modo da rendere più facile per i datori di lavoro e gli istituti di formazione comprendere le competenze degli ucraini che arrivano nell'Ue. In contemporanea, la Fondazione europea per la formazione sta confrontando il quadro delle qualifiche ucraine ed europee per favorire un maggiore automatismo nel riconoscimento dei titoli ucraini.

Livelli di istruzione dei rifugiati ucraini in alcuni Paesi Ue (Fonte Oecd) 

Ci sono categorie, come farmacisti e architetti, che avrebbero opposto resistenze al riconoscimento delle qualifiche ucraine. Ma gli industriali europei sembrano più preoccupati del fatto che, senza un lavoro di qualità, molti ucraini potrebbero fare marcia indietro e tornate nel loro Paese, tanto più quando la ricostruzione porterà investimenti non da poco in Ucraina. "Ecco perché dico che fornire loro una formazione linguistica e valorizzare appieno le loro qualifiché potrebbe rivelarsi un fattore decisivo affinché si sentano pienamente soddisfatti nel nostro Paese”, dice Dagmar Kuzvartova, della Confindustria ceca. I dati di Frontex, del resto, dimostrano che già oggi i flussi di ritorno in Ucraina sono elevati. E potrebbero esserlo ancora di più in futuro.

In quest'ottica, un ruolo importante lo svolge la scuola: poiché la stragrande maggioranza dei rifugiati sono donne e bambini, cosa faranno gli uomini impegnati sul fronte dopo la fine della guerra? La scelta potrebbe essere dettata anche dalla condizioni di integrazione dei figli. Attualmente, oltre 744mila bambini e ragazzini ucraini frequentano asili e scuole europee. La lingua, per loro, è un primo ostacolo. La Polonia, per esempio, ha dato la possibilità ai giovani ucraini di continuare a seguire le lezioni a distanza tenuti dai loro vecchi professori, e il 70% ha scelto questa opzione. 

E l'Italia?

Nel documento della Commissione europea non ci sono dati riguardanti l'integrazione lavorativa degli ucraini nel nostro Paese. Prima dello scoppio della guerra, la comunità ucraina italiana era la più grande d'Europa, e questo lasciava pensare a un esodo maggiore verso l'Italia. A oggi, sono 177mila gli ucraini che hanno chiesto la protezione temporanea presso i centri italiani. Di questi, oltre l'80% sono donne e quasi il 40% minori (più di 30mila bambini frequentano le scuole italiane). Il che significa che potenzialmente ci sono circa 100mila ucraini che lavorano o che cercano lavoro. Alcune organizzazioni umanitarie hanno sollevato il rischio di sfruttamento di questi rifugiati, soprattutto laddove ci sono ampie sacche di lavoro nero. Lo scorso agosto aveva fatto il giro dei media ucraini il caso di Daria, giovane donna di Kiev, che al giornale online Strana.ua aveva raccontato la sua esperienza in Italia, per la precisione in Puglia: “È davvero brutto lavorare qui, ti fanno raccogliere ciliegie per sei euro l'ora. Un lavoro infernale per 10 ore al giorno e un giorno libero al mese. Per questo non siamo durati a lungo, non accettano neanche i nostri bambini a scuola, dicono che non ci sono posti, quindi andremo in Germania, dove c'è un supporto sociale molto migliore ed è più facile con il lavoro e le scuole". 

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