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Lunedì, 6 Dicembre 2021
Lo scontro

Perché la Polonia è diventata la patria dei sovranisti Ue (e di chi la minaccia)

Sullo sfondo del primato nazionale le battaglie su Green deal e finanziamenti europei. Che non interessano solo Varsavia

Come da attese, l'intervento del primo ministro della Polonia, Mateusz Morawiecki, alla plenaria del Parlamento europeo, e dinanzi alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, ha alzato l'asticella già alta delle tensioni politiche tra Varsavia e Bruxelles. Ma ha anche consacrato il Paese dell'ex blocco sovietico al ruolo di leader del fronte sovranista. E di chi vede nei sovranisti gli alleati ideali per rallentare, se non bloccare, i piani della Commissione per il futuro dell'Europa, in particolare quelli del nuovo Green deal. 

Il sovranismo che non si vede

Già, perché dietro il sovranismo sempre più diffuso nell'Unione c'è soprattutto un mondo variegato di lobby e blocchi di potere che rischiano di venire spazzati via dalle politiche di Bruxelles volte a ridisegnare l'intera economia europea nel nome della sostenibilità. E la Polonia è forse il Paese che meglio rappresenta questo mondo, anche se non è l'unico. Perché se a Varsavia le paure della rivoluzione verde targata Ue riguardano soprattutto il settore energetico e l'industria pesante, altrove i timori sono per il comparto auto o l'agricoltura. Succede in Francia e in Germania, ma succede anche in Italia. 

Il nostro Paese, per esempio, al pari della Germania sta facendo pressioni su Bruxelles perché il gas rientri tra le fonti energetiche di "transizione", ossia che non venga escluso dai futuri finanziamenti Ue, compresi i sempre più interessanti "green bond", che dovrebbero privilegiare il solare e il fotovoltaico. Mentre le nostre organizzazioni di agricoltori, spalleggiate dal Copa Cogeca, la lobby europea del settore agrifood, stanno alzando le barricate contro Farm to fork, il "braccio agricolo" del Green deal di Bruxelles, che mira ad abbattere l'uso di pesticidi, ad aumentare la produzione biologica e a ridurre i consumi di carne e derivati (con conseguenze per i grandi allevamenti intensivi e l'industria di trasformazione). A sostenere queste barricate al Parlamento europeo, per esempio, è vero che ci sono i partiti sovranisti (come il PiS polacco, Fratelli d'Italia o la Lega), ma anche un variegato e trasversale fronte di deputati.     

Ma non succede solo al Parlamento europeo. Accade anche al Consiglio Ue, l'assise dei governi dei 27 Stati membri, molti dei quali rivendicano la sovranità sulle politiche in campo energetico e/o agricolo: va bene che Bruxelles fissi degli indirizzi, ma questi devono restare solo dei vaghi target. Gli Stati devono avere un certo grado di autonomia su come perseguirli. Si pensi alla Francia che vede come un affronto i dubbi della Commissione sul nucleare e dove, guarda caso, persino un politico europeista come Michel Barnier, ex negoziatore Ue sulla Brexit e oggi in corsa per sfidare il presidente Emmanuel Macron, si sbilancia parlando di superiorità del diritto francese su quello europeo. E' un sovranismo un po' più velato, che non fa notizia a differenza di quello polacco, ma tale è. 

Fit for 55

Ma la strategia Ue su cui più si sta concentrando la battaglia tra sovranisti e Commissione è senza dubbio "Fit for 55", che contiene una serie di misure che potrebbero rivoluzionare il settore energetico, l'industria pesante e quella delle auto, spingendoli a una conversione green che dovrebbe portare a un taglio del 55% delle emissioni di CO2 entro il 2030. Non è un caso che mentre il premier polacco Morawiecki infiammava l'aula di Strasburgo parlando di sovranità e disquisendo sul primato del diritto statale su quello comunitario, i suoi ambasciatori a Bruxelles presentavano un "position paper", ossia un pacchetto di proposte, in vista del vertice dei capi di Stato e di governo dell'Ue del 21 e 22 ottobre. E di cosa parla questo documento? Non certo di sovranità, ma semmai della strategia Fit for 55.     

Varsavia chiede in soldoni la "revisione o rinvio" delle proposte di legge della Commissione. "L'aumento dei prezzi dell'energia ha un impatto diretto su tutti i cittadini dell'Ue e ha un costo socioeconomico particolarmente elevato, soprattutto per le famiglie più vulnerabili, mentre l'Ue sta ancora affrontando le profonde ricadute economiche causate dal Covid-19", si legge nel testo. La Polonia parla in particolare delle nuove tasse sull'energia e della riforma del sistema Ets, ossia il mercato di scambio delle emissioni di Co2, temi entrambi molto sensibili per la sua economia dato che colpirebbero l'industria fossile, che è il cuore del miracolo economico di Varsavia.

Già, perché al di là del rischio di una Polexit, ossia di una uscita della Polonia dall'Ue, di cui si parla tanto in questi giorni, quella di Varsavia nel blocco europeo è una storia di successo. Se nel 2004, anno dell'ingresso nell'Ue, il Pil polacco ammontava a 220 miliardi di euro, oggi il prodotto interno lordo supera i 513 miliardi. E i suoi tassi di crescita sono tra i più alti in Europa, tanto che oggi in tanti guardano al "modello" polacco. Un modello che però si basa su una delle industrie più inquinanti e più dipendenti dal carbone di tutta l'Ue: nel 2019, il carbone e la lignite garantivano l'80% dell'elettricità consumata in Polonia. E secondo le stime di Varsavia, rispettare Fit for 55 costerà circa 70 miliardi solo per la transizione del settore energetico. Da qui l'opposizione ai piani di Bruxelles.  

Il ruolo della Polonia

Pensare che però la Polonia sia sola in questa opposizione è sbagliato. Come dicevamo, anche sull'agricoltura e sui finanziamenti alle fonti energetiche sono diversi i Paesi e le lobby nazionali che cercano di frenare Bruxelles. E su Fit for 55 non è un mistero che, per fare un esempio, le industrie auto di Germania, Francia e Italia siano sul piede di guerra. Non è certo una novità per l'Europa che le lobby di settore e nazionali facciano pressioni contro le proposte della Commissione. La novità è che tra i modi di fare pressione negli ultimi anni ha preso piede il sovranismo. E la Polonia è diventato un modello in questo.  

Lo sa fare perché, come ha ricordato Morawiecki a Strasburgo, la classe politica polacca ha una scuola politica che si è fatta le ossa contro i totalitarismi: "Abbiamo salvato Parigi e Berlino dagli attacchi bolscevichi, combattuto contro il Terzo Reich e lottato anche quando Solidarnosc ha dato speranza di rovesciare il sistema totalitaristico russo”, ha ricordato il premier. E lo può fare perché la Polonia è il quinto Paese Ue per popolazione e i suoi progressi economici l'hanno resa sempre più centrale nel mercato unico. 

Il partito di governo, il PiS, ha saputo sfruttare questi punti di forza e ha saputo costruire intorno a Varsavia una coalizione sempre più larga: prima con Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca (il cosiddetto Gruppo di Visegrad), poi allargando il gruppo conservatore europeo (l'Ecr) che fino alla Brexit era guidato dai Tory del Regno Unito, e che adesso vede partiti di Stati prima assenti, come Fratelli d'Italia. Ma proprio perché figli di una grande tradizione politica, Morawiecki e i suoi sanno bene che ci sono anche dei limiti che la Polonia, a differenza del Regno Unito, non può superare. 

Perché la Polexit è una menzogna

Varsavia, tanto per chiarire, non ha nessuna intenzione di lasciare l'Ue. I polacchi, forse stupirà qualcuno, sono un popolo tra i più europeisti dell'Ue: secondo diversi sondaggi, circa il 70% vuole restare nell'Unione. Il premier lo ha ribadito a Strasburgo, tacciando l'ipotesi di una Polexit come una "menzogna". Tra i motivi di tale attaccamento, c'è senza dubbio quello economico. Da quando ha fatto il suo ingresso nell'Unione, la Polonia ha ricevuto da Bruxelles fondi pari a132 miliardi (la differenza tra quelli che ha ricevuto e quelli versati), risultando di gran lunga il più grande beneficiario netto del bilancio europeo. Nel 2020, l'incasso di fondi Ue valeva il 2,5% del Pil. E da qui al 2027, il Paese dovrebbe ricevere oltre 173 miliardi tra bilancio Ue e Recovery fund, più o meno il 10% dell'intera spesa di Bruxelles per il rilancio dell'Europa. Fondi su cui però pende un doppio rischio: il Green deal e lo stato di diritto. 

Sul primo, senza un chiaro impegno sulla riduzione delle emissioni, Varsavia potrebbe vedersi dimezzare i fondi. Sul secondo, che è poi il tema che ha fatto scoppiare il braccio di ferro giuridico con la Commissione, la Polonia potrebbe vedersi negare le risorse del Recovery fund se non modificherà la sua riforma della giustizia, così come richiesto dalla Corte Ue.

In entrambi i casi, il governo di Morawiecki ha alzato toni e livello dello scontro. Ma alla fine, ha offerto il ramoscello d'ulivo a Bruxelles. A settembre, il governo ha presentato un piano per venire incontro ai target climatici dell'Ue, in cui si punta sulla decarbonizzazione dell'energia attraverso un mix di nucleare, gas e fonti rinnovabili. E proprio in queste ore, al Parlamento europeo, dopo aver fatto battere i cuori dei sovranisti, Morawiecki ha annunciato che molto probabilmente il governo cambierà la sua riforma della giustizia ("ma solo perché non sta funzionando come volevamo", ha chiarito).

A Bruxelles, c'è chi specula sul cambio di passo di Varsavia, citando due notizie di questi giorni: la prima è che la francese Edf, controllata dallo Stato transalpino, ha annunciato l'intenzione di costruire in Polonia una centrale nucleare. L'altra è che la Germania avrebbe rassicurato Varsavia sulle forniture di gas nel quadro dell'avvio del Nord Stream 2, il gasdotto voluto da Mosca e Berlino.

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