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Giovedì, 26 Maggio 2022
La resilienza di Mosca / Russia

Perché l'economia della Russia sta sopravvivendo alle sanzioni

La recessione è inevitabile, ma il rublo resiste e il mercato del lavoro resta solido. Merito in parte della governatrice Nabiullina. Ma il fattore più importante va cercato altrove

Le petroliere continuano ad attraccare nei porti europei, e i gasdotti verso ovest non hanno smesso di generare profitti miliardari, mentre Cina e India hanno aumentato i loro acquisti energetici. E dopo il tonfo di marzo, anche il rublo sembra tornato a godere di buona salute. Certo, diverse banche sono state disconnesse dal sistema di pagamenti Swift, gli oligarchi non sanno se rivedranno i loro asset sparsi nel mondo occidentale, e centinaia di società straniere hanno lasciato il Paese o ridotto le loro operazioni. Ma nonostante questo, dopo quasi due mesi e mezzo di guerra e sanzioni, l'economia russa si sta dimostrando ancora sorprendentemente resiliente. L'annunciato default del suo debito estero è stato evitato, e il governo sta riuscendo a salvaguardare occupazione e redditi quasi in stile sovietico. Lo sostengono autorevoli economisti, non solo i propagandisti finanziati da Mosca. Che però avverto: il peggio per la Russia potrebbe essere stato solo rimandato.

La recessione

Secondo le ultime previsioni del Fondo monetario internazionale, l'economia russa subirà una forte contrazione nel 2022, con un calo del Pil di circa l'8,5% e un ulteriore calo di circa il 2,3% nel 2023". Ma mai come in questo caso, fare previsioni è complicato se ci si basa solo su assunti scientifici. "A causa della natura senza precedenti di ciò che sta accadendo, siamo davvero oltre il nostro campo di competenze", ha ammesso Doug Hostland, analista di Td Economics, centro di ricerca di una della principali banche del Nord America.

Il problema è che molto di quello che accadrà dipende da se e come l'Occidente colpirà il fattore cardine della resilienza economica russa, ossia il petrolio e il gas. Le sanzioni imposte finora, infatti, sono state disinnescate. In molti, sostengono che buona parte del merito sia della governatrice della Banca centrale russa, Elvira Nabiullina. Anche lei prevede una recessione per il suo Paese dall'8% al 10% nel 2022, con un picco di inflazione compreso tra il 18% e il 23%. Ma nella conferenza stampa in cui ha annunciato tali scenari, Nabiullina ha professato una calma che a molti osservatori è apparsa reale.

Il fattore Nabiullina

Nota per lanciare messaggi in pubblico usando i suoi abiti e accessori, Nabiullina ha indossato in quell'occasione una abito nero, come aveva fatto subito dopo l'imposizione delle prime pesanti sanzioni occidentali, ma con un colletto colorato ben visibile:"La situazione si sta stabilizzando", ha detto. "A dimostrazione del fatto che il panico finanziario è stato ben frenato", scrive Le Monde, la governatrice "ha annunciato la riduzione del tasso di interesse di riferimento russo dal 17% al 14%. A fine febbraio l'istituto aveva raddoppiato il proprio livello, fino al 20%, per rispondere alle sanzioni finanziarie imposte a Mosca e per contrastare il rischio del caos monetario. Ma da allora l'ha già abbassato due volte. Il rublo, che inizialmente era crollato, è ora tornato al di sopra del livello prebellico. Rispetto a metà febbraio, è in rialzo del 5% rispetto al dollaro e persino del 15% rispetto all'euro (che nelle ultime settimane è sceso contro la maggior parte delle valute mondiali)", sottolinea il quotidiano francese.

Anche il rischio default, che appariva imminente, è stato per ora sventato: il ministero delle Finanze ha pagato in dollari la rata del debito in scadenza a fine aprile. "Gli investitori stranieri detengono solo circa 20 miliardi di dollari di bond emessi dal governo russo, il che è non è molto", dice Hostland. L'altro strumento che ha consentito la stabilizzazione finanziaria, scrive ancora Le Monde, "è l'imposizione di severi controlli sui capitali. Oggi è molto difficile ottenere denaro dalla Russia. Le aziende che esportano sono tenute a convertire l'80% delle loro entrate in rubli". Nabiullina dice che intende allentare queste regole, per consentire agli esportatori di importare più facilmente. Ma per ora resta ferma su questa line: “Per stabilizzare la situazione, dobbiamo mantenere questi controlli in atto", ha spiegato.

Il motore fossile

Le capacità di Nabiullina, però, da sole non possono spiegare la resilienza russa. C'è anche l'intervento del governo sull'economia domestica, che ha finora permesso di mantenere solidi il mercato del lavoro e la domanda interna. E gli esperti sottolineano come l'esperienza maturata durante l'Unione sovietica stia aiutando Mosca in tal senso. Ma c'è soprattutto, come dicevamo, il fattore dei fattori, ossia i giacimenti di gas e petrolio.

Secondo il centro di ricerca Crea, dall'inizio della guerra, e anche grazie alla guerra stessa (ossia ai rincari sui prezzi dei fossili e la corsa a fare scorte scatenati dalla crisi ucraina), i giganti dell'energia della Russia hanno incassato 51 miliardi di euro solo con le vendite ai Paesi dell'Ue, un dato in crescita rispetto ai due mesi precedenti la guerra. Anche gli approvviggionamenti energetici russi verso altri Paesi non Ue, come Cina e India, sono aumentati. Ma non a sufficienza per poter coprire un eventuale embargo dell'Europa.

Staccare la spina?

E qui sta il nodo di quello che accadrà in futuro. Mentre scriviamo, le capitali Ue stanno discutendo di come e quando dire addio al petrolio di Mosca. Di sicuro, lo stop alle forniture non sarà imminente, ma serviranno mesi, nell'ipotesi migliore per chi, come Kiev, vuole colpire il "motore fossile" del potere di Vladimir Putin. Del gas, per ora, non se ne parla. Le promesse degli Usa di portare in Europa più gas naturale liquefatto (di sua produzione o di altri produttori alleati) per ora non sono sembrate convincere gli acquirenti Ue, che anzi hanno aumentato le scorte di gnl russo durante la guerra. La Germania, poi, avrà anche messo (forse) una pietra tombale sul Nord Stream 2 e sul petrolio di Mosca, ma di sicuro non è intenzionata a rinunciare ai flussi dei gasdotti dalla Russia. 

Ma puntare il dito solo contro Berlino, come fa il governo ucraino con una certa frequenza, non darebbe bene il senso della posta in palio. Anche il capo della Casa bianca, Joe Biden, ha cominciato a tirare il freno sulle sanzioni energetiche per paura di contraccolpi inflazionistici in patria (e sui consensi alle urne delle prossime elezioni parlamentari). Gli stessi problemi che nell'Ue temono di affrontare anche altri Paesi, dalla Spagna all'Italia. Staccare la spina alla Russia, dunque, non è così semplice. Ma è l'unica strada possibile da percorrere per ferire davvero il potere di Putin. 

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