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Martedì, 28 Maggio 2024
Diritti

Perché il Parlamento Ue condanna l'Italia sui figli delle coppie gay

La questione della maternità surrogata non c'entra. Alla base le sentenze della Corte di giustizia europea. E la Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia

Il Parlamento europeo "condanna le istruzioni impartite dal governo italiano al Comune di Milano di non registrare più i figli di coppie" dello stesso sesso e omogenitoriali" e chiede all'esecutivo guidato da Giorgia Meloni di "revocare immediatamente la sua decisione". È quanto si legge nella risoluzione sullo Stato di diritto nell'Ue approvata oggi dalla plenaria dell'eurocamera. Un atto che ha, al momento, solo un valore politico, ma che potrebbe essere il primo di una serie di scontri sull'asse Roma-Bruxelles intorno ai diritti dei bambini delle coppie omogenitoriali.

Le sentenze della Corte Ue

Questi diritti sono stati riconosciuti da diverse sentenze della Corte di giustizia dell'Ue, ma continuano a essere violati da diversi Stati membri, non solo l'Italia. Per questa ragione, la Commissione europea ha deciso di recente di fare ordine e chiarezza mettendo a punto una proposta volta a superare la selva di leggi nazionali, e a garantire il rispetto di una serie di diritti basilari dei minori in tutto il blocco. In questa proposta, è stato inserito il certificato europeo di genitorialità, che dovrebbe per l'appunto favorire i riconoscimenti dei diritti acquisiti in un Paese quando ci si sposta in un altro Stato Ue. La proposta della Commissione, però, ha fatto scattare subito la ferrea opposizione della Polonia, che ha accusato il testo di essere una sorta di testa d'ariete della maternità surrogata. Accusa a cui si è presto accodato il governo Meloni. 

La condanna arrivata oggi dal Parlamento, però, non riguarda questa proposta, che è ancora in fase embrionale (dovrà essere valutata, emendata e approvata dall'Eurocamera e dagli Stati membri, cosa che potrebbe prendere anni). Semmai, la risoluzione degli eurodeputati è un monito all'Italia a rispettare quanto prevedono già oggi le leggi europee e quella internazionali. Per capire meglio il problema bisogna fare riferimento ad alcuni casi in cui figli di coppie gay si sono trovati in una sorta di limbo quando i loro genitori si sono spostati da uno Stato membro dell'Ue all'altro. Nel 2021, per esempio, la Corte di giustizia dell'Ue aveva condannato la Bulgaria, che si era rifiutata di rilasciare carta d'identità e passaporto a una bambina di due anni, nata in Spagna da madre bulgara, perché la madre era sposata con un'altra donna (cosa legale in Spagna, ma non in Bulgaria). In quell'occasione, la Corte spiegò che, sebbene la competenza sul diritto di famiglia è di competenza esclusiva dei singoli Stati, quando si tratta del diritto alla libera circolazione delle persone, che è invece una della basi a fondamento dell'adesione all'Ue, questo va riconosciuto da un Paese all'altro. 

I 2 milioni di bambini nel limbo

Casi come quello della bambina bulgara riguarderebbero circa 2 milioni di minori nell'Unione. Per loro, già oggi il diritto europeo prevede che "la filiazione accertata in uno Stato membro sia riconosciuta in tutti gli altri Stati membri per alcuni scopi: accesso al territorio, diritto di soggiorno, non discriminazione rispetto ai cittadini nazionali". Ma tale previsione si scontra con la burocrazia (e spesso la politica), oltre che con interpretazioni giuridiche discordanti: "Le famiglie devono talvolta avviare procedimenti amministrativi o anche giudiziari, che sono lunghi e costosi e possono avere risultati incerti", ricorda Bruxelles. Una sentenza della nostra Corte costituzionale del 2019, per esempio, aveva ritenuto non trascrivibile sul certificato di nascita italiano lo status genitoriale di uno dei due papà di un bambino nato all’estero. Una sentenza che si scontra con quanto stabilito dai giudici Ue nel caso della bambina bulgara, e che potrebbe venire ribaltata se portata sul tavolo della giustizia europea (che, ricordiamo, prevale su quella nazionale). Del resto, altre sentenze dei tribunali italiani hanno sottolineato la correttezza dell'interpretazione della Corte Ue.

I diritti dei figli delle coppie gay e lesbiche trovano anche protezione nella Convenzione delle Nazioni unite sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza del 1989, cui l'Italia ha aderito. Lo ha sottolineato il Parlamento europeo nella sua risoluzione, ma lo ha ricordato di recente anche la Garante italiana per l'infanzia, Carla Garlatti, secondo cui il riconoscimento della filiazione è in linea con il "principio che a prevalere debba essere l’interesse del minore”, sancito per l'appunto dalla Convenzione Onu. "Minore sul quale - ha aggiunto Garlatti non devono ricadere le conseguenze delle scelte dei genitori". E, aggiungiamo noi, quelle della propaganda. 

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