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Giovedì, 26 Maggio 2022
Pfizer papers

Cosa c'è di vero nello "scandalo" dei documenti Pfizer sul vaccino anti-Covid

Sul web circolano presunti dati esplosivi relativi a morti e problemi per le donne in gravidanza legati al siero del gigante farmaceutico

Da alcune settimane stanno circolando in rete presunte rivelazioni sulla pericolosità del vaccino anti-Covid della Pfizer, apparentemente trapelate dalla stessa azienda. Una serie di documenti, una sorta di “Pfizer papers” ostentati dal fronte antivaccinista internazionale, che elencherebbero i rischi della somministrazione del siero in soggetti particolarmente a rischio, come donne incinte o nel periodo dell’allattamento. Ma cosa c’è di vero?

In un lungo articolo di debunking, l’Agence France presse (Afp) spiega perché non si tratti di nulla di scandaloso. Non si tratta di una bufala vera e propria, nel senso che alcune informazioni sono effettivamente vere. Ma i dati citati su internet sono stati ampiamente decontestualizzati, se non addirittura distorti, configurando come minimo un caso emblematico di disinformazione.

I documenti Pfizer

Sui social, specialmente Facebook e Twitter, si possono leggere frasi come: “Vi è stata venduta un'efficacia del 95% dell’iniezione (di vaccino, ndr), ma i documenti di Pfizer rivelano un’efficacia del 12% nei primi 7 giorni e poi dell’1%”. O ancora: “I documenti di Pfizer mostrano che il loro vaccino non è raccomandato per le donne in gravidanza e in allattamento”. E, naturalmente, “Pfizer sapeva che i suoi vaccini avrebbero ucciso”.

Partiamo dal contesto. Come di consueto, stanno venendo pubblicate sul sito web dell’organizzazione non governativa Public Health and Medical Professionals for Transparency migliaia di pagine relative al siero di Pfizer–BioNTech, autorizzato sul finire del 2020 dall’Fda, l’agenzia americana del farmaco. Con ogni lotto di documenti che viene pubblicato, dunque, emergono una serie di informazioni che vengono riproposte al pubblico in modo fuorviante da diversi utenti, molte delle quali sono già state confutate da diversi scienziati e debunker in giro per il mondo. Alla data del 10 maggio, sono stati pubblicati 238 di questi documenti.

Secondo diverse pubblicazioni in rete, i documenti in questione elencherebbero fino a 9 pagine di preoccupanti effetti collaterali, inclusi disturbi e malattie: da rash cutanei e gonfiori della lingua a trombosi venose, edema, ictus o paralisi facciale. Ma, come confermato all’Afp da vari esperti di farmacovigilanza, l’elenco è un’appendice di un documento più ampio in cui si tratta di “eventi avversi di particolare interesse” che sono teoricamente possibili e dovrebbero pertanto essere oggetto di una speciale sorveglianza, ma che sono stati osservati con vaccini precedenti (senza peraltro poter stabilire un nesso causale tra vaccino e reazione) e non sono collegati allo specifico siero anti-Covid.

C’è poi la questione della mortalità durante gli esperimenti del farmaco: parrebbe che 1223 persone siano morte in fase di sperimentazione. Accostando questa cifra a quella delle segnalazioni totali di effetti collaterali (soprattutto cefalea, affaticamento e febbre) citata nei documenti in esame (poco più di 42mila casi), dunque, diversi internauti sono giunti alla conclusione che ci sia stato un tasso di mortalità direttamente collegato alla vaccinazione di circa il 3%.

Tuttavia ci sono almeno due problemi in quest’estrapolazione, evidentemente arbitraria. Da un lato, i dati citati provengono dalle segnalazioni inoltrate a Pfizer dalle autorità sanitarie di vari Paesi, senza che sia stato stabilito un nesso causale diretto con il vaccino. Ma, soprattutto, il tasso di mortalità della vaccinazione non si calcola in questo modo: anziché considerarle in percentuale sulle reazioni avverse, le morti vanno rapportate al numero complessivo di dosi somministrate. L’Fda non è autorizzata a rivelare quest’ultima cifra, poiché è un’informazione commerciale riservata, ma è utile prendere come riferimento il numero di dosi prodotte nel solo 2021 dall’azienda: 3 miliardi.

L'efficacia

Ma non finisce qui. Finiti gli studi clinici, Pfizer ha dichiarato un’efficacia del suo vaccino del 95%. L’Organizzazione mondiale della sanità spiega che questa cifra viene calcolata confrontando il numero di casi di malattia nel gruppo vaccinato con quelli nel gruppo di controllo, ai cui membri è stato somministrato un placebo. Dunque, un’efficacia potenziale dell’80% significa che chi riceve il vaccino ha l’80% di probabilità in meno di contrarre la malattia rispetto a chi non si vaccina, ma non significa che il 20% dei vaccinati si ammalerà.

Eppure, diverse pubblicazioni propongono cifre diverse, tra cui quella dell’1%. Ma anche qui si è fatta confusione, probabilmente mischiando insieme numeri distinti che vengono da misurazioni differenti. Per valutare l’efficacia di un vaccino esistono infatti due modalità: si può calcolare la riduzione del “rischio relativo” e quella del “rischio assoluto”. Entrambe sono statisticamente valide, ma si riferiscono ad ordini di grandezza molto diversi. Per il siero Pfizer, l’efficacia al 95% riguarda la riduzione del rischio relativo. Quanto al rischio assoluto, la sua riduzione si aggira intorno allo 0,85%: verosimilmente, quindi, è da questa cifra che, arrotondando, si è arrivati all’1% cui accennavamo prima.

Ma da dove arrivano questi numeri? Pfizer ha testato la seconda dose del vaccino su una platea di 36mila persone, suddivise in due gruppi da circa 18mila persone: uno ha ricevuto il vaccino, l’altro il placebo. I risultati pubblicati dall’azienda parlano da soli: nel primo gruppo, solo 8 partecipanti hanno contratto l’infezione da Sars-CoV-2, contro le 162 del secondo gruppo. Ora, rapportando queste cifre al numero di persone dei rispettivi gruppi, scopriremo che lo 0,89% del gruppo placebo si è ammalato (162 su 18mila), rispetto allo 0,04% del gruppo vaccinato. La differenza tra il rischio di contrarre la malattia per chi non è vaccinato e chi lo è (cioè, appunto, la riduzione del rischio assoluto) è dunque dello 0,85% (0,89–0,04).

Le donne in gravidanza

Un’altra questione centrale riguarda la presunta pericolosità della vaccinazione per alcune categorie demografiche, nello specifico le donne in gravidanza e in allattamento. In realtà, questa parte della fake news sul siero Pfizer non si basa nemmeno su documenti provenienti dall’azienda, ma su alcune raccomandazioni dell’agenzia britannica del farmaco (Mhra) risalenti al dicembre 2020, quando cioè il Regno Unito stava iniziando la sua campagna vaccinale.

L’Mhra scriveva all’epoca che il vaccino Pfizer “non è raccomandato durante la gravidanza” e “non dovrebbe essere utilizzato durante l’allattamento”, ma specificava anche che tali cautele erano dettate dall’assenza di dati sufficienti sull’argomento. Come da consuetudine nei protocolli di molti Paesi, anche il Regno Unito ha sconsigliato il vaccino a queste categorie con un “profilo specifico” in via precauzionale, salvo poi non solo autorizzarlo ma addirittura raccomandarlo in ragione dei rischi particolari che questa popolazione corre se contrae il Covid-19 (ad esempio quello di un parto prematuro).

Questo perché in tutto il mondo sono stati condotti diversi studi circa gli esiti delle vaccinazioni durante la gravidanza, con l’obiettivo specifico di individuare eventuali problemi di sicurezza prima o dopo il parto: ebbene, da questi studi non è emerso alcuna problematica statisticamente rilevante. Anzi, il vaccino Pfizer (così come il Moderna) è addirittura indicato come più sicuro rispetto ad altri dall’Nhs, il sistema sanitario britannico.

Il contagio del vaccino

Altri due falsi miti cavalcati dai no-vax riguardano da un lato la possibilità che i vaccinati diffondano il virus ricevuto con il siero anti-Covid e, dall’altro, la presunta volontà di Pfizer di nascondere i dati sull’immunità naturale al coronavirus. Nel primo caso, un documento dell’azienda farmaceutica è stato distorto per supportare la teoria, già ampiamente smentita, per cui la proteina spike del Sars-CoV-2 può essere espulsa da una persona vaccinata semplicemente starnutendo o tossendo, finendo per contaminare altre persone.

Ma ciò è impossibile, poiché non viene “iniettata” alcuna proteina spike del virus nei vaccinati: piuttosto, il vaccino stimola la produzione spontanea da parte del nostro corpo di proteine spike “innocue”, per addestrare l’organismo a riconoscere e combattere il virus in caso di un’infezione seria. Queste proteine vengono rapidamente distrutte dal corpo umano, non sono “pezzi di virus” e non possono contaminare il prossimo. I vaccini anti-Covid non contengono alcun virus Sars-CoV-2, nemmeno in forma attenuata o inattiva.

Infine, non c’è nei documenti di Pfizer nessuna “rivelazione esplosiva” circa l’immunità naturale. L’implicazione di questi sensazionalismi è che il vaccino è inutile, l’azienda farmaceutica lo sapeva e ha tentato di insabbiarlo (mettendolo tuttavia nero su bianco su documenti che da prassi vanno resi pubblici…). Nessuno, né Pfizer né gli scienziati indipendenti, ha mai affermato che l’immunità naturale non funziona. Anzi: il principio stesso su cui si basano i vaccini è quello di aiutare il sistema immunitario a rispondere in maniera rapida ed efficace agli agenti patogeni, poiché spesso l’immunità naturale non è sufficiente.

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