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Domenica, 23 Giugno 2024
Il caso

Perché l'Europa non chiede di riconoscere la maternità surrogata (né le famiglie gay)

L'accusa mossa da destra polacca e lobby pro-life è rimbalzata in Italia. Cosa prevede (davvero) il certificato di genitorialità proposto da Bruxelles

Un cavallo di troia per autorizzare la maternità surrogata in Italia, come sostengono Fratelli d'Italia e Lega? O un passo avanti sul fronte dei diritti, come dicono invece Pd e M5s? Il nuovo regolamento della Commissione europea per armonizzare le norme sul riconoscimento dei figli e dei loro diritti in tutta l'Ue è ancora allo stadio della proposta, ma sta già dividendo la politica italiana. Riproponendo gli ormai soliti schemi tra chi chiede più diritti per le coppie omosessuali, e chi sventola il vessillo della famiglia tradizionale. Ma come stanno realmente le cose?

La proposta di Bruxelles

La proposta della Commissione risale al 7 dicembre scorso e mira a "armonizzare le norme di diritto internazionale privato in materia di filiazione". Nelle sue premesse, Bruxelles chiarisce di non voler entrare nel diritto di famiglia, che rimane nelle mani esclusive dei singoli Stati: nessun obbligo di riconoscere le coppie gay, né tantomeno la maternità surrogata. L'intento, semmai, è di far rispettare i diritti di bambini, a prescindere se figli di coppie gay o etero, nel passaggio da un Paese Ue all'altro. "La proposta è incentrata sull'interesse superiore e sui diritti del bambino", spiega la Commissione, evidenziando che "la genitorialità stabilita in uno Stato membro dovrebbe essere riconosciuta in tutti gli altri Stati membri, senza alcuna procedura speciale", incluso il riconoscimento per i "genitori dello stesso sesso".

Per capire meglio il problema bisogna fare riferimento ad alcuni casi in cui figli di coppie gay si sono trovati in una sorta di limbo quando i loro genitori si sono spostati da uno Stato membro dell'Ue all'altro. Nel 2021, per esempio, la Corte di giustizia dell'Ue aveva condannato la Bulgaria, che si era rifiutata di rilasciare carta d'identità e passaporto a una bambina di due anni, nata in Spagna da madre bulgara, perché la madre era sposata con un'altra donna (cosa legale in Spagna, ma non in Bulgaria). In quell'occasione, la Corte spiegò che, sebbene la competenza sul diritto di famiglia è di competenza esclusiva dei singoli Stati, quando si tratta del diritto alla libera circolazione delle persone, che è invece una della basi a fondamento dell'adesione all'Ue, questo va riconosciuto da un Paese all'altro. 

I 2 milioni di bambini nel limbo

Casi come quello della bambina bulgara riguarderebbero circa 2 milioni di minori nell'Unione. Per loro, già oggi il diritto europeo prevede che "la filiazione accertata in uno Stato membro sia riconosciuta in tutti gli altri Stati membri per alcuni scopi: accesso al territorio, diritto di soggiorno, non discriminazione rispetto ai cittadini nazionali". Ma tale previsione si scontra con la burocrazia (e spesso la politica), oltre che con interpretazioni giuridiche discordanti: "Le famiglie devono talvolta avviare procedimenti amministrativi o anche giudiziari, che sono lunghi e costosi e possono avere risultati incerti", ricorda Bruxelles. Una sentenza della nostra Corte costituzionale del 2019, per esempio, aveva ritenuto non trascrivibile sul certificato di nascita italiano lo status genitoriale di uno dei due papà di un bambino nato all’estero. 

Da qui, il primo obiettivo del regolamento della Commissione, che è quello di rendere automatico il riconoscimento della filiazione nel rispetto della legge già in vigore. Per farlo, Bruxelles propone di istituire il Certificato europeo di genitorialità: questo documento potrà essere richiesto dai figli (o dai loro rappresentanti legali) allo Stato membro "che ha accertato la filiazione" e potrà essere utilizzato "come prova della filiazione in tutti gli altri Stati membri". Ma la Commissione fa anche un passo in più: oltre ai diritti già sanciti da sentenze della Corte Ue, il nuovo regolamento vuole consentire "ai figli di beneficiare in situazioni transfrontaliere dei diritti derivanti dalla filiazione ai sensi del diritto nazionale, in materie quali la successione, i diritti alimentari o il diritto dei genitori di agire in qualità di rappresentanti legali del minore (per motivi di scolarizzazione o di salute)".  

La maternità surrogata

Cosa c'entra tutto questo con la maternità surrogata? A sventolare il rischio che il nuovo regolamento apra a un presunto obbligo di riconoscimento della maternità surrogata (ma anche delle coppie gay) in tutta l'Ue sono stati in queste settimane esponenti di alcune lobby pro-life e di partiti conservatori come il Pis polacco, il principale alleato di Fratelli d'Italia in Europa, da tempo impegnato in patria in una stretta contro l'aborto e i diritti Lgbtq. Come abbiamo già spiegato, la Commissione ha già chiarito che un conto sono i diritti dei bambini, un altro è il riconoscimento delle coppie gay, cosa che non è prevista in alcun modo dal regolamento. 

Per quanto riguarda la maternità surrogata, nessun Paese Ue prevede espressamente il suo riconoscimento: la stragrande maggioranza, come l'Italia, lo vieta espressamente. Alcuni, come il Belgio o l'Olanda, prevedono solo il riconoscimento della maternità surrogata "non a fini commerciali", ossia senza che il patto privato tra una coppia e la madre surrogata preveda un pagamento. A ogni modo, come spiegato in una audizione al Senato dal Garante italiano per l'infanzia, Carla Garlatti, la proposta della Commissione Ue "non agevola, come qualcuno teme, il ricorso alla pratica della maternità surrogata. Infatti, esso non comporta un riconoscimento automatico della paternità o della maternità (del bambino nato da maternità surrogata, ndr), un automatismo che nel nostro ordinamento è impedito dalla contrarietà all’ordine pubblico. Il divieto non fa differenze: riguarda tanto le coppie omoaffettive quanto quelle eteroaffettive". Semmai, il regolamento europeo è in linea con quanto "è stato affermato dalla giurisprudenza (italiana, ndr), compresa quella costituzionale, allo scopo di garantire comunque la tutela del minore nato da maternità surrogata. La giurisprudenza prevede infatti il ricorso all’istituto dell’‘adozione in casi particolari che attualmente, secondo la Corte costituzionale e la Suprema Corte, è in grado di offrire un’adeguata tutela al minore. Minore sul quale – è bene ricordarlo – non devono ricadere le conseguenze delle scelte dei genitori", ha concluso Garlatti.

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