Lunedì, 25 Ottobre 2021
Fake & Fact

Lavoro al Sud, riforma delle pensioni e crescita: cosa vuole l’Europa in cambio del Recovery

Le regole approvate dalla 'maggioranza Draghi' permettono a Bruxelles di bloccare i fondi se non vengono raggiunti gli obiettivi del piano di ripresa. Ma l'Ue raccomanda da anni all'Italia le stesse cose che i partiti scrivono nei loro programmi elettorali

Il testo votato mercoledì dalla neonata maggioranza Draghi in Parlamento europeo ribadisce che il Recovery Fund non sarà un assegno in bianco per l’Italia. Il regolamento approvato disciplina la Recovery and Resilience Facility, ovvero lo strumento che erogherà agli Stati membri i 672,5 miliardi di euro in sovvenzioni e prestiti inclusi nel piano Next Generation EU. A dispetto del nome, il fondo potrà essere usato anche per finanziare le spese passate e sostenute a partire dal primo febbraio 2020. Per ottenere i finanziamenti, gli Stati dovranno presentare i loro piani di ripresa e resilienza entro fine aprile, per poi dare circa tre mesi di tempo per analizzarli alla Commissione europea e al Consiglio, che devono dare il loro via libera prima ancora che venga sborsato il lauto prefinanziamento, che rappresenta il 13% dell’importo totale per ciascun Paese. Ciò significa che entro l’estate potrebbero arrivare in Italia circa 21 miliardi di euro. Ma il condizionale è d’obbligo. 

Le condizionalità

A prescindere da chi sarà l’inquilino di palazzo Chigi, la Commissione europea si dice pronta ad applicare tutte le condizionalità previste dal regolamento che in Italia ha fatto discutere più per la maggioranza che l’ha sostenuto che per il contenuto delle sue disposizioni. Una di queste precisa che “i piani per la ripresa e la resilienza” devono contribuire “ad affrontare efficacemente le sfide individuate nelle raccomandazioni specifiche” o “in altri documenti pertinenti adottati ufficialmente dalla Commissione” incluse le “raccomandazioni per la zona euro”. Tale disposizione rievoca, secondo alcuni, lo spettro delle temute condizionalità e dei famigerati memorandum lacrime e sangue. Ma è bene ricordare che le raccomandazioni specifiche per l’Italia includono misure e obiettivi spesso evocati nei programmi elettorali dei partiti più rappresentati nel Parlamento italiano. 

Mezzogiorno e pensioni

Le ‘temute’ raccomandazioni del 2019, ad esempio, chiedono al Belpaese di colmare il divario tra Mezzogiorno e Nord Italia, rilevando che “il lavoro sommerso è diffuso in Italia, in particolare nelle regioni meridionali” e che “al Sud vengono fatti pochi investimenti efficaci nelle infrastrutture per la gestione dei rifiuti e nelle infrastrutture idriche, a fronte di persistenti rischi di scarsità di acqua e di siccità”. La Commissione raccomanda dunque da anni di “migliorare la qualità delle infrastrutture, tenendo conto delle disparità regionali”. Forse meno popolari, ma comunque ritenuti necessari da tanti osservatori italiani, sono i ritocchi alle norme pensionistiche. Bruxelles raccomandava nel luglio del 2019 all’allora Governo giallo-verde di invertire la rotta rispetto a quota 100 e di “attuare pienamente le riforme pensionistiche precedenti per ridurre la quota delle pensioni nella spesa pubblica e creare spazio per altre spese sociali e di crescita”.

Scuola e crescita

Sempre nel 2019, quindi da prima della pandemia, la Commissione faceva notare che “gli investimenti nell'istruzione e nelle competenze sono fondamentali per promuovere una crescita intelligente, inclusiva e sostenibile”. “La produttività tendenzialmente stagnante dell'Italia è dovuta alle debolezze del sistema di istruzione e formazione e alla scarsità della domanda di competenze elevate”, sottolineava l’esecutivo Ue. “Migliorare la qualità del sistema di istruzione e formazione rappresenta una sfida importante”, raccomandava Bruxelles. Insomma, quanto chiesto dalla Commissione per avere accesso ai fondi di ripresa non è un programma così lontano da quello che tanti politici italiani dicono di voler attuare da anni. L’unica differenza col passato è che oggi Bruxelles non chiede più mere promesse o dichiarazioni d’intenti, ma un vero e proprio crono-programma con scadenze e target oggettivi da raggiungere.

Chi sgarra paga

Come prevede il regolamento approvato al Parlamento europeo col sostegno compatto di Lega, Partito democratico, Movimento 5 stelle, Forza Italia e Italia Viva, “i pagamenti dovrebbero essere erogati a rate ed essere basati su una valutazione positiva della Commissione quanto all'attuazione del piano per la ripresa e la resilienza da parte dello Stato membro”. E “laddove il piano per la ripresa e la resilienza non sia stato attuato in misura soddisfacente dallo Stato membro, o in caso di gravi irregolarità, fra cui la frode, la corruzione e il conflitto di interessi, dovrebbe essere possibile procedere alla sospensione e all'annullamento, così come a una riduzione e a un recupero, del contributo finanziario”. In altre parole: se il Governo sbaglia, paga tutto il Paese. 

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