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Sabato, 24 Febbraio 2024
Fact check / Ucraina

Gas, alimentari e migranti: cosa rischiano l'Ue e l'Italia con la guerra in Ucraina

Gli Usa chiedono il pugno duro contro Mosca. I principali Paesi europei finora hanno frenato per proteggere le loro economie

Che le forniture di gas russo all'Europa siano tra i fattori centrali nei rapporti sempre più tesi tra Occidente e Mosca, è cosa ormai nota. Ma non c'è solo la questione energetica ad agitare i Paesi dell'Ue: i contraccolpi di un eventuale conflitto tra Russia e Ucraina potrebbero allargarsi ad altri campi, da quelli economici (produzione alimentare e materie prime) a una nuova ondata di migranti.

Certo, molto dipenderà dalla forma che assumerà il conflitto, ossia se Mosca si limiterà a quella che il Cremlino definisce un'operazione di peacekeeping (ossia sostegno ai separatisti del Donbass con riconoscimento delle repubbliche autoproclamate di Dontesk e Luhansk), oppure se l'eventuale invasione russa minaccerà il resto dell'Ucraina. Dalla "forma" dipenderanno le sanzioni Ue. E da queste, anche le contromosse di Vladimir Putin. Ma vediamo caso per caso i rischi.

Il gas (ma anche il petrolio)

Secondo la maggior parte degli analisti, tra le cause della crisi energetica che l'Europa sta vivendo negli ultimi mesi ci sarebbero le operazioni di Gazprom, il gigante del gas russo, che, nonostante le sue disponibilità, non avrebbe aumentato le forniture verso i Paesi Ue per coprire l'aumento del fabbisogno. Come ha sottolineato la presidente dellla Commissione europea, Ursula von der Leyen, l'atteggiamento della società, di fatto il braccio armato energetico del Cremlino, è sospetto, visto che avrebbe avuto tutto l'interesse economico a sfruttare la maggiore domanda. Per molti, Mosca ha razionato i rifornimenti come arma di ricatto geopolitica, prima per fare pressioni su Berlino (e l'Ue) affinché desse il via libera definitivo al nuovo maxi gasdotto, il Nord Stream 2, e poi per difendersi dalle sanzioni per le sue mosse in Ucraina. 

Non è la prima volta che Putin usa l'arma del gas per dirimere i suoi bracci di ferro sullo scacchiere internazionale, in particolare contro Russia e Nato. Era successo nel 2014, nel primo conflitto con Kiev sfociato nell'invasione della Crimea, e all'epoca l'Ue avea giurato che avrebbe ridotto la sua dipendenza dalle riserve di Mosca per ridurre il peso di future minacce geopolitiche. Ma di fatto, se nel 2010 la quota russa sulle importazioni totali di gas nell'Ue era del 26%, esattamente dieci anni dopo questa quota era salita al 35% (più o meno la stessa del mix energetico italiano), e nel 2021 addirittura ha toccato punte del 42%. A queste forniture va aggiunto anche l'import di petrolio e di gnl, gas naturale liquefatto.

Proprio al gnl si è affidata finora la risposta dell'Ue per controbbattere a Gazprom e Putin. Gli altri gasdotti esistenti, come il Tap che arriva dall'Azerbaigian, non sembrano capaci di sopperire a un eventuale stop nel breve termine delle forniture russe. La presidente von der Leyen si è impegnata con gli Stati Uniti per provare a dirottare verso i terminali europei le navi di gnl in giro per il mondo. Ci sono gli stessi Usa, ma anche il Qatar, il Giappone, la Corea del Sud e la Nigeria tra i Paesi "amici" indicati da von der Leyen, la quale ha annunciato che circa 200 navi di gnl si stanno dirigendo verso l'Europa, dopo le 120 già sbarcate a gennaio. Diversi analisti, però, come spiegato da EuropaToday, nutrono dubbi sul fatto che le cisterne di gnl possano compensare uno stop totale delle forniture russe, segnalando le carenze infrastrutturali di cui soffre tale tipo di rete: in sostanza, possiamo anche riempire i porti di navi, ma non è detto che poi il gnl arrivi tutto ai Paesi più esposti ai gasdotti di Gazprom, che sarebbero ben più efficienti sotto questo profilo. Non è un caso che venerdì il premier Mario Draghi abbia sottolineato che le sanzioni Ue contro la Russia non dovrebbero includere l'energia. "Le sanzioni dovrebbero essere efficaci, ma anche sostenibili", ha affermato.

Cibo e fertilizzanti

C'è un'altra questione che agita l'Europa in caso di muro contro muro con Mosca: i fertilizzanti. È notizia di queste settimane l'annuncio del gruppo EuroChem, con sede principale in Russia, di voler allungare le sue mani sui fertilizzanti azotati e le attività chimiche di Borealis, oggi detenuta dalla società austriaca Omv.  "Questo renderà EuroChem la seconda più grande azienda di fertilizzanti in Europa, dopo Yara", segnala il Financial Times. Yara, che è norvegese, e altri fornitori storici degli agricoltori europei si trovano d'altra parte in una situazione di difficoltà: il costo del gas necessario alle loro produzioni è ben più alto di quello pagato da EuroChem in Russia, e così i loro prezzi sono sempre meno concorrenziali, e sempre più pesanti per le imprese Ue. Non a caso, l'anno scorso, il costo dei fertilizzanti azotati per gli agricoltori europei è aumentato del 263%. Le mosse di EuroChem, che ha chiuso i rubinetti dell'export fino ad aprile, non stanno facendo altro che complicare il quadro. E gli analisti temono per il 2021 un calo della produzione alimentare nell'Ue fino al 10%, oltre agli inevitabili rincari dei prezzi dei beni. 

Ma non finisce qui: ci sono anche le esportazione di grano, per esempio, non sono quelle russe. Se la Russia è diventato il primo esportatore mondiale di grano, l'Ucraina è al terzo posto. Dall’Ucraina, per esempio, "arriva in Italia anche grano tenero per la produzione di pane e biscotti per una quota pari al 5% dell'import totale nazionale e una quantitativo di 107mila tonnellate nei primi dieci mesi del 2021. Un valore quasi doppio rispetto a quello proveniente dalla Russia (44mila tonnellate) dalla quale arriva anche il grano duro per la pasta (36mila tonnellate)", scrive Coldiretti. I prezzi del grano e di altri cereali nell'Ue sono già aumentati tra il 38 e il 59% su base annua. Nella quota cereali, c'è per esempio il mais. E chi è il secondo fornitore di mais dell'Italia? L'Ucraina, le cui esportazioni nel nostro Paese coprono circa un quarto del fabbisogno di mais destinato agli allevamenti. 

Migranti

I contraccolpi economici non si esauriscono certo al capitolo dell'import. L'Italia, per esempio, esporta ogni anno in Russia beni per un valore complessivo di 7 miliardi di euro, in particolare macchinari, apparecchiature e prodotti chimici, farmaceutici, alimentari e tessili. È chiaro che Mosca reagirebbe a eventuali sanzioni Ue attuando contro mosse sui suoi acquisti dall'estero. Ma c'è un altro fattore da tenere in considerazione tra i rischi di un conflitto aperto con Kiev: la potenziale fuga di cittadini ucraini dalla guerra.

Il governo di Varsavia ha valutato che un eventuale conflitto provocherebbe un flusso di almeno 1 milione di migranti, principalmente verso la Polonia. Il premier Mateusz Morawiecki ha promesso che il suo Paese è pronto all'accoglienza, e che farà di tutto perché queste persone “abbiano accesso alle infrastrutture di base, ai mezzi di trasporto, all'istruzione e all'assistenza medica” oltre che a "supporto per i bambini e assistenza psicologica”. Tutto ciò che Varsavia ha negato appena pochi mesi a circa 5mila migranti lasciati al gelo (e alla morte) al confine con la Bielorussia.

All'epoca, le autorità polacche sostennero che una nuova ondata migratoria sarebbe stata devastante per la loro economia, che in realtà si regge molto sull'apporto della forza lavoro migrante (nel Paese ci sono già 1 milione di ucraini, per fare un esempio). È evidente che l'allarmismo di allora (a dirla tutto riecheggiato in altri Stati Ue, come la Germania e l'Italia) fosse dovuto a ragioni geopolitiche (le pressioni della Bielorussia sostenuta da Mosca). Ma diversi esperti, sottolineano che Varsavia non è attrezzata per gestire un flusso migratorio di centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini. 

Di sicuro, avrà bisogno del sostegno economico dell'Ue. Ma appare altrettanto certo che il governo polacco dovrà chiedere ai Paesi membri di attivare quel meccanismo di ripartizione dei migranti che finora proprio Varsavia ha osteggiato nei negoziati a Bruxelles. Una situazione già vista con il conflitto in Siria. E che potrebbe dividere ancora di più l'Ue dinanzi alla Russia. Putin lo sa bene, così come sa che nell'immediato difficilmente le imprese europee potranno fare a meno del suo gas o dei fertilizzanti a buon prezzo. Il gioco del Cremlino è noto, e rodato. Ma non è detto che funzioni del tutto anche stavolta. Dipenderà da quanto profonda sarà la penetrazione russa in Ucraina. La sensazione a Bruxelles è che i Paesi Ue meno propensi al pugno duro contro Mosca abbiano tracciato una linea rossa: se Putin non la supererà, ci saranno sanzioni, ma non tali da cambiare sostanzialmente i rapporti commerciali tra Ue e Russia. Un po' come accadde nel 2014 con l'invasione della Crimea. 

Ma se lo zar dovesse superare la linea, allora stavolta la reazione potrebbe essere ben diversa. Un segnale in tal senso potrebbe arrivare dal Nord Stream 2: alcuni esponenti del governo tedesco hanno già detto apertamente di essere favorevoli a far naufragare il progetto. Anche, il neo cancelliere Olaf Scholz, finora il più cauto su questa ipotesi, ha annunciato che la Germania sospenderà il via libera al nuovo gasdotto. Per ora, è solo una sospensione. Ma non è detto che Scholz possa o voglia ancora salvare il Nord Stream 2 a tutti i costi.  

  

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