Rifugiati e migranti, davvero l’Italia è stata lasciata sola dall’Europa? Tutti i numeri dell’accoglienza

La ripartizione tra gli Stati membri, i fondi Ue per l’assistenza al nostro Paese, gli aiuti “a casa loro”. Cifre e fatti dietro la coltre di dichiarazioni, annunci e prese di posizione

Dalla cancelliera tedesca Angela Merkel al presidente francese Emmanuel Macron, passando per il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, sono tutti d’accordo: l’Italia è stata lasciata solo dinanzi alla crisi dei migranti di questi ultimi anni. Ma quando si tratta di “quantificare” il peso dell’isolamento del nostro Paese, sia sotto il profilo dei numeri di rifugiati che degli aiuti economici, le cifre sono spesso ballerine e piegate di volta in volta alle necessità di consenso di una o dell’altra parte. Allora vediamo, documenti ufficiali alla mano, di cosa stiamo parlando.

La ripartizione dei rifugiati

In tanti, in queste ore di crisi diplomatica tra Italia e Francia, accusano Parigi di essere venuta meno ai suoi obblighi di accoglienza dei rifugiati presenti nel nostro Paese e in Grecia: secondo gli accordi che i leader Ue avrebbero preso a metà 2015, nel pieno dell’emergenza immigrazione con i flussi dal Nord Africa da un lato e quelli dalla Siria dall’altro, ogni Stato membro avrebbe dovuto farsi carico di una quota di rifugiati (attenzione, rifugiati e non migranti). La Francia ne avrebbe dovuti accogliere 20mila, ma finora la sua quota si sarebbe fermata a poco più di 4mila. E’ davvero così? A quanto ammontano queste quote?

Ebbene, le cifre fornite dai media in questi giorni sono ballerine perché ballerine sono state le cifre di volta in volta fornite dai responsabili della comunicazione delle varie istituzioni europee e dei vari Paesi membri in questi anni. Per fare un esempio, la Commissione Ue parla, nel settembre 2015, di una “proposta” di 160mila rifugiati da ricollocare da Italia, Grecia e Ungheria, sostengono che gli accordi prevedessero l’obiettivo di ricollocare 98.255 migranti entro il 2018 dalle sole Italia e Grecia. Numeri comunque alti, che di hanno fatto comodo non solo a chi li ha “comunicati” da Bruxelles, ma anche a chi li ha riportati come verità assoluta a Roma e ad Atene.

La “verità” (almeno quella che a Bruxelles viene fuori scavando nei documenti ufficiali), lo si può evincere dal comunicato finale (e dalla risoluzione) della riunione dei ministri degli Interni del luglio 2015: “Italia e Grecia hanno garantito l'identificazione, la registrazione e il rilevamento delle impronte digitali dei richiedenti asilo che giungono nei loro territori. Gli Stati membri, riuniti in sede di Consiglio, hanno convenuto per consenso sulla distribuzione di 32.256 persone che devono essere ricollocate e hanno adottato una risoluzione a tal fine”. Ecco: 32.256. E non 160 o 90 e passa mila. E a quanto ammontano a oggi i rifugiati ricollocati da Italia e Grecia (l’Ungheria fu presto dimenticata anche perché il flusso di disperati dalla Siria e dalla rotta balcanica fu “bloccato” con l’accordo con la Turchia): secondo i dati ufficiali della Commissione, al 31 maggio 2018 sono 34.689 mila. Ecco perché il commissario Ue Dimitri Avramopoulos ha più volte detto che gli accordi presi nel 2015 sono stati rispettati. 

Inoltre, l’accordo prevedeva “condizioni stringenti per i ricollocamenti – ricorda l’Ispi - Si sarebbero potuti ricollocare solo i migranti appartenenti a nazionalità con un tasso di riconoscimento di protezione internazionale superiore al 75%, il che per l’Italia equivale soltanto a eritrei, somali e siriani. Tra settembre 2015 e settembre 2017 hanno fatto richiesta d’asilo in Italia meno di 21.000 persone provenienti da questi paesi, restringendo ulteriormente il numero di persone ricollocabili”. A ogni modo, dall’Italia sono partiti verso altri paesi Ue 12.690 rifugiati. Briciole rispetto agli oltre 350mila sbarchi di migranti registrati dal 2015 a oggi. Mentre le richieste d’asilo trattate dall’Italia, nel triennio 2015-2017, al netto dei dinieghi, sono state circa 244mila. 

Il sostegno economico all’Italia

Ci sarebbe da chiedere come mai i governi Renzi e Gentiloni non abbiano chiesto in questi anni di rivedere l’accordo sulla redistribuzione dei rifugiati per includere tutti quelli che, in base ai criteri stabiliti nel 2015 in via eccezionale (ossia al di là di quanto previsto dal regolamento di Dublino), risultano richiedenti asilo. Del resto, di ricollocamenti non ne parla neppure l’attuale governo Lega-M5s, forse per non incrinare i rapporti con l’Ungheria di Viktor Orban che di rifugiati “italiani” e “greci”, in barba agli accordi, non ne ha accolto neppure uno (mentre la tanto contestata Malta ha superato la sua quota). A ogni modo, visto che al di là di tutto, il grosso degli arrivi resta sulle spalle del nostro Paese, ci si aspetterebbe dall’Europa almeno un aiuto economico.   
Stando ai dati forniti dalla Commissione Ue, tra il 2014 e il 2020 all’Italia sono stati destinati finora 847 milioni di euro, di cui 653 provengono dal Fondo per l’asilo e 193 come assistenza d’emergenza. Cifre comunque contenute rispetto a quanto il nostro Paese dichiara di spendere in questo settore tra accoglienza e assistenza: nel 2017, il ministero dell’Economia ha certificato spese per 4,3 miliardi. Il contributo Ue, secondo i calcoli dello stesso ministero, ammonta a 77 milioni. Anche qui, parliamo di briciole.

Perché il nostro Paese si è accontentato di così poco rispetto agli enormi costi sostenuti? L’ex ministro  Emma Bonino lo ha detto chiaramente: in cambio, l’Italia ha ottenuto la flessibilità sui conti. Ossia, ha potuto non conteggiare i miliardi spesi per i migranti nel calcolo del deficit di bilancio, avendo così maggiori margini di manovra per altri investimenti senza venire meno alle regole del  “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance” meglio conosciuto con il nome di Fiscal Compact.

Aiutiamoli a casa loro

Quando si parla di sostegno dell’Europa all’Italia, come ha fatto di recente il Movimento 5 stelle, si chiede all’Ue e ai suoi Paesi membri un’azione politica efficace verso gli Stati di provenienza dei migranti al fine di ridurre le partenze. Aiutiamoli a casa loro, insomma. Ebbene, nel nome della cooperazione allo sviluppo, l’Unione europea ha adottato il Trust Fund per l’Africa, che è l’altro pilastro dell’Agenda per le migrazioni dell’Ue (gli altri sono i ricollocamenti, i rimpatri e la gestione delle frontiere). Negli anni, si sono rincorse cifre roboanti sull’entità di questo fondo: nel 2017, al vertice Ue-Africa di Abidjal, si parlava di impegni per 3 miliardi di euro che avrebbero mobilitato altri 44 miliardi. Finora, sono stati raccolti 344 milioni di euro. Di questi 139,5 li ha messi la Germania e 102 l’Italia. Dalla Francia sono arrivati appena 9 milioni. 

Sempre in tema di “aiutiamoli a casa loro”, l’eurodeputata M5s Laura Ferrara (tanto per citare una voce governativa) ha puntato il dito contro l’Europa per la mancanza di canali sicuri per l’arrivo dei rifugiati. In realtà, più che di mancanza, si dovrebbe parlare di carenza: dei canali sicuri sono stati istituiti nel 2015 insieme ai famosi ricollocamenti interni. Secondo l’accordo, dovevano essere trasferiti da paesi terzi nell’Ue circa 22mila rifugiati. A oggi, sono stati 29.314 (un terzo solo dalla Turchia), più di quanto concordato. Germania e Francia sono i paesi che se sono fatti il maggior carico, mentre l’Italia ne ha accolti 1.618. 
 

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