"Migranti, Ue ha abolito Dublino", M5s esulta. Ma la riforma è ancora un miraggio

L'europarlamentare Giarrusso pubblica un post salutando come un successo l'abolizione del regolamento europeo che i Paesi del Mediterraneo, tra cui l'Italia, chiedono da tempo di cambiare. Solo che la legge è ancora in vigore e per cambiarla occorrerà convincere Orban e Rutte. E non sarà facile

"Migranti, vittoria storica! Abolito Dublino!". Così l'ex giornalista delle Iene e oggi eurodeputato del Movimento 5 stelle, Dino Giarrusso, scrive nel suo post pubblicato all'indomani del primo discorso sullo stato dell’Unione europea della presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen. Il riferimento è al passaggio dell'intervento all'Eurocamera in cui la leader tedesca ha annunciato l'intenzione di abolire il regolamento di Dublino, il pacchetto di norme che regola la gestione dei migranti in Ue e che l'Italia critica da tempo perché comporta oneri eccessivi sui Paesi di primo ingresso, tra cui il nostro. Per intenderci, quando sentiamo frasi del tipo "Lampedusa al collasso" o "l'Europa ci ha lasciato soli", sullo sfondo c'è proprio questo regolamento. Che dall'ex premier Renzi fino a Conte, passando per l'ex ministro Salvini, tutta la politica italiana vorrebbe riformare. Ecco perché la sua abolizione sarebbe un successo per il nostro Paese, o meglio per il governo in carica. Peccato che la realtà, almeno per ora, sia ben diversa.

Gli annunci del passato

Innanzitutto, trattandosi di un annuncio, è chiaro che dare per scontato l'abolizione di Dublino, come Giarrusso pare fare almeno nel titolo del suo post, è un eccesso di ottimismo, quantomeno. Di sicuro, non è quello che è avvenuto. Anche che sia una "vittoria storica" è un'affermazione forse troppo entusiastica (o celebrativa del partito di governo di cui fa parte): già nel 2015, l'allora presidente della Commissione Juncker, tra l'altro proprio in occasione del discorso annuale sullo stato dell'Unione, aveva annunciato una riforma del regolamento di Dublino che poi non vi è stata. Così, sempre nel 2015, la cancelliera Angela Merkel e l'allora presidente francese François Hollande avevano descritto come "obsoleto" il sistema. Sembrava che ormai la riforma fosse a un passo. Sono trascorsi 5 anni da allora, ma di cambiamenti al testo neppure l'ombra. 

Il nodo della ripartizione

Oggi come allora, il nodo critico del regolamento è quello sulla ripartizione dell'accoglienza dei migranti. Le norme attuali prevedono che a farsi carico dei migranti sia, in una prima fase, il Paese di primo approdo, che quasi sempre nell'Ue è un Paese del Sud (Italia, Spagna, Grecia e Malta). Per semplificare, il meccanismo è questo: il migrante arriva a Lampedusa o in un'isola greca, fa richiesta d'asilo anche se non ne ha diritto e nell'attesa che la richiesta venga valutata dalle autorità competenti, resta in un centro d'accoglienza.

Se la richiesta d'asilo viene accolta, il migrante avrà un permesso di soggiorno e potrà raggiungere il Paese Ue per cui ha fatto richiesta d'asilo (che molto spesso è un Paese del Nord Europa, come la Germania). Se la richiesta viene respinta, deve fare ritorno in Patria, con rimpatri volontari o forzati. Quello che accade nella realtà (tanto più nei casi di picchi di migrazione come nel 2015) è che i centri d'accoglienza scoppiano e i migranti fuggono facendo perdere le loro tracce. Se arrivano in Germania, per esempio, Berlino ha tutto il diritto di rispedirli nel Paese di primo approdo, Italia o Grecia che sia. 

Ecco perché il nostro Paese, insieme a Madrid, Atene e La Valletta, ha proposto un meccanismo di ripartizione dei migranti, equo e obbligatorio, tra tutti gli Stati Ue a prescindere dal luogo di primo approdo. Un po' quello che è stato applicato in via emergenziale per far fronte alla crisi migratoria del 2015 che colpì l'Italia e la Grecia (un patto che quasi tutti rispettarono, a eccezione, tra gli altri, dell'Ungheria di Viktor Orban). L'ex presidente della Commissione Juncker ha sostenuto a più riprese questo meccanismo, e il Parlamento europeo, nella scorsa legislatura, ha votato a larga maggioranza una risoluzione in cui si chiede una ripartizione obbligatoria dei richiedenti asilo.  

Il caso di Moria  

Per usare le parole di Giarrusso, anche quelle erano state salutate dalle parti dell'Italia (anche se non da tutti) come una vittoria. La realtà, purtroppo, è stata ben diversa: le proposte delle istituzioni Ue, come quella che dovrebbe avanzare la prossima settimana la Commissione von der Leyen, devono fare i conti con il voto finale degli Stati membri. E sono proprio i Paesi europei che continuano a non trovare una posizione comune. Lo si è visto di recente con la crisi umanitaria nelle isole greche, dove sono ammassate decine di migliaia di migranti (tra cui molti bambini) in condizioni igieniche e sanitarie più che precarie (se non disumane): dopo l'incendio che ha devastato parte della baraccopoli di Moria (centro per 3mila profughi dove ne vivono 14mila), un gruppo di Paesi Ue ha annunciato di farsi carico di circa mille minori, che andranno quasi tutti in Germania. Altri gesti di solidarietà (compresi dall'Italia) non pervenuti.

La riforma di VDL

Stando a quanto circola in questi giorni a Bruxelles, la riforma di Dublino di von der Leyen dovrebbe ripartire dal principio della "solidarietà obbligatoria". Solo che non è chiaro ancora come funzionerà nella pratica. I Paesi di Visegrad, tra cui Ungheria e Polonia, si oppongono con forza a tale principio. E anche altri Stati ricchi come l'Olanda non sembrano disposti a concessioni in tal senso. Ecco perché la Commissione starebbe lavorando a una sorta di compromesso: chi non accoglie la sua quota di migranti, si occuperà degli oneri relativi ai rimpatri di chi non ha il diritto all'asilo (o un permesso di soggiorno regolare). Basterà questo a trovare un accordo tra i Paesi Ue? Si vedrà.

Giarrusso, dal canto suo, è ottimista, anche se nel prosieguo del post corregge il tiro sulla 'storica vittoria': "Come MoVimento 5 Stelle vigileremo adesso sulla effettiva realizzazione di questi annunci perché l’Europa cambierà davvero solo se queste sfide verranno affrontate con determinazione, coraggio e, soprattutto, con concretezza, fatti, cambiamento effettivo e completo", scrive. Un po' meno fiduciosa appare invece Laura Ferrara, anche lei del M5s e collega di Giarrusso al Parlamento: "Sui migranti basta annunci, serve coraggio! La Commissione vuole abolire il Regolamento di Dublino? Bene, ma ci aspettiamo ricollocamenti automatici e obbligatori, come abbiamo sempre chiesto. L'Italia pretende solidarietà'', ha scritto su Twitter. 

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