Perché parlare di immunità di gregge nel Regno Unito è sbagliato (e pericoloso)

L'idea che Londra pensi di affidarsi solo a questa strategia, con la disastrosa conseguenza in termini di morti, semplicemente è una convinzione smentita dai fatti e dalle dichiarazioni degli esperti del governo

Johnson e il chief scientific adviser Vallance - foto Ansa EPA/MATT DUNHAM / POOL

Un articolo del Times ieri ha riaperto la discussione sull'immunità di gregge nel Regno Unito. Si tratta di un'intervista ad un autorevole consulente del governo, Graham Medley, che afferma che la cosa deve essere presa in considerazione. Il professore afferma che, lo si voglia o no, per uscire dalla quarantena questa estate necessariamente una parte della popolazione dovrà essere immune, altrimenti c'è il rischio che il contagio torni (qui l'articolo completo).

Lasciare morire centinaia di migliaia di persone?

Ma questo non vuol dire suggerire di far ammalare tutti e lasciare morire i più deboli senza pietà. Nella stampa britannica l'intervista è passata quasi sotto traccia ed è stata interpretata per quello che è, un punto di vista in un dibattito, niente più. Nessuna testata oggi riprende la cosa, se non forse in qualche articolo interno e in taglio basso, e ieri stesso la cosa è stata smentita dalle chiare parole del capo dell'Nhs, il sistema sanitario nazionale, Simon Stevens. Una parte della stampa italiana ci si è invece di nuovo fiondata sopra, sparando titoli a effetto (come già erroneamente fatto in passato) in cui si afferma che sarebbe il governo di Boris Johnson a pensarla così e lasciando intendere quindi che Londra sarebbe disposta a far morire centinaia di migliaia di persone (roba che neanche Pol Pot).

Messaggi sbagliati diffondono paura

Questa cosa è pericolosa e sbagliata (come pericoloso e sbagliato è scrivere che il contagio si diffonde nell'aria prima ancora che ci siano evidenze scientifiche). Pericolosa perché fa passare un messaggio che diffonde paura tra gli italiani nel Regno Unito, migliaia dei quali sono già scappati in Italia. Sbagliata perché tutto fa capire che le cose stanno in maniera diversa, e che l'immunità di gregge è solo una parte di una strategia molto più complessa e che, soprattutto, è in divenire ed in continuo aggiornamento grazie alle scoperte che si fanno ogni giorno su questa malattia. Ma andiamo per ordine.

I primi accenni all'immunità di gregge

La prima volta che si è parlato di “immunità di gregge” è stato il 12 marzo scorso quando il premier annunciò il passaggio dalla fase uno (contenimento) alla 2, quella del ritardo del picco. Fu allora che il chief scientific adviser, Sir Patrick Vallance, (che a differenza di Medley lavora per il governo e sta gestendo direttamente la risposta alla pandemia, e non è un consulente esterno), affermò che sarebbe stata necessaria “una certa” immunità di gregge, come per tutte le epidemie, per creare un muro protettivo nella società. Ma nello stesso tempo parlò della necessità di prendere “misure draconiane” per evitare morti e il sovraccarico dell'Nhs (cosa che il governo ha fatto poi dopo due settimane).

L'intervista a Sky

Il giorno dopo Vallace andò oltre e parlando con Sky e la Bbc (qui il video completo). “Il nostro obiettivo è cercare di ridurre il picco, allargare il picco, non sopprimerlo completamente, cosa che anche volendo non sarebbe possibile”, questo perché “se anche chiudessimo tutto per quattro mesi o più, questo fermerebbe il virus, ma tutte le evidenze scientifiche mostrano che poi tornerebbe”, appena si lasceranno tornare le persone per strada e “non vogliamo un altro picco nel prossimo inverno”, che sarebbe anche peggio. Per questo visto che “la stragrande maggioranza delle persone viene contagiata in maniera lieve”, questi casi sono utili a “sviluppare una sorta di immunità da gregge in modo che più persone siano protette da questa malattia”, e permettano di “ridurre la trasmissione, proteggendo così coloro che sono più vulnerabili ad essa”. Anche qui, le parole sono importanti, si parla ancora di “una sorta” di immunità di gregge che, senza i vaccini, di certo non può essere considerata l'unica strategia, anche perché per arrivare a raggiungerla serve contagiare almeno il 60% della popolazione, ma anche più.

Lo studio dell'Imperial College

A lanciare l'allarme su una strategia basata solo sull'immunità di gregge è stato uno studio dell'Imperial College London, il cui autore principale era il professore Neil Ferguson, altro consulente esterno del governo. Lo studio è stato ritenuto uno dei motivi di un cambio di passo da parte del governo di Johnson perché ha quantificato che in tre mesi una strategia basata solo sull'immunità di gregge avrebbe causato la morte di 550mila persone nel Regno Unito. Ma lo stesso studio però riconosceva che l'eventualità che Londra non avrebbe preso alcuna misura era "unlikely", cioè improbabile.

La chiara smentita del capo dell'Nhs

Il perché il Regno Unito non può (e non vuole) affidarsi solo all'immunità di gregge (che in parte, che ci piaccia o no, è non solo necessaria ma inevitabile visto che è impossibile azzerare il contagio dall'oggi al domani) lo ha spiegato ancora meglio ieri, il capo dell'Nhs (quelli che le vite le stanno salvando e non sacrificando) Stevens (qui il video della conferenza stampa, la questione dell'immunità è trattata dal minuto 31:40). L'immunità di gregge “è una parte” della risposta a una epidemia “ma non la sola parte”. Per contrastare il coronavirus, una malattia che conosciamo solo da tre mesi e che stiamo studiando giorno dopo giorno, ha ribadito più volte, “serve un approccio di successo con medicine, il reclutamento di pazienti per studi clinici e l'uso di vaccini”, cose che “sono tutte parti di una strategia per maneggiare ogni epidemia”. Ovviamente al momento non ci sono medicine o vaccini, e tutto è in fase di studio e di test. Stiamo “imparando sull'uso di varie medicine e vedremo quali vaccini saranno scoperti”, ha affermato il medico.

Non ci sono certezze sull'immunità

L'immunità, ha ribadito ancora, “è una sola parte” della strategia, questo perché ancora non sappiamo “quando arriva, ed è troppo presto per dire che sorta di immunità si genera nella popolazione e quanto dura”, e queste “saranno importanti informazioni”, da capire “mentre sviluppiamo la strategia nei prossimi mesi”. Per farlo il governo di Londra, come anche quello tedesco, sta investendo molto nello sviluppo di test antivirali, quelli che scoprono se il virus lo hai contratto e sei guarito e quindi, almeno teoricamente, immune. E a chi gli chiedeva se quindi per forza la stragrande maggioranza della popolazione dovrà contrarre il Covid-19, Stevens ha risposto, “non necessariamente”, perché "dipende da tutte le cose che ho detto", cioè da quanti medicinali verranno scoperti, da quando un vaccino sarò disponibile e tutto il resto.

Gli sforzi per attrezzare gli ospedali

In ultimo, ma non ultimo, va sottolineato l'enorme sforzo che il governo di Londra sta mettendo in campo per attrezzare i suoi ospedali (messi in difficoltà, occorre sempre ricordarlo, proprio dai tagli voluti dagli stessi conservatori negli anni passati). Interi reparti riconvertiti per i pazienti Covid-19, cinque nuovi ospedali costruiti nel giro di poche settimane, il primo inaugurato a Londra pochi giorni fa e che avrà una capienza di 4mila posti, lo sforzo per ottenere migliaia di nuovi respiratori e per aumentare la capacità di test (quella sì, al momento, a livelli vergognosamente bassi), e per distribuire Dpi al suo staff (altra falla gravissima al momento nel sistema britannico). Per non parlare delle iniziative di solidarietà per i senzatetto e per le persone più vulnerabili della società. Tutte cose di cui vale la pena di parlare, anche se magari fanno fare meno click.

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