Perché Polonia e Ungheria bloccano il Recovery fund (e i fondi per l'Italia). E cosa c'entrano i migranti

Varsavia e Budapest hanno confermato il veto sul bilancio Ue, che di fatto stoppo la prima tranche da 20 miliardi destinata al nostro Paese. Pd e M5s accusano Meloni e Salvini per le loro alleanze con Orban e i polacchi del Pis. Lega e FdI replicano: "Difendono sovranità e confinu, Europa vuole punirli". Chi ha ragione?

aDa sinistra, il premier polacco Mateusz Morawiecki e quello ungherese Viktor Orban

La riunione con i colleghi europei non ha fatto cambiare idea al leader ungherese Viktor Orban e al premier polacco Mateusz Morawiecki, che hanno confermato il loro veto al bilancio Ue. Bloccando di fatto anche il Recovery fund e l'avvio della prima tranche da 20 miliardi per l'Italia, che ne è, come noto, il maggiore beneficiario. La motivazione è semplice: con il nuovo bilancio è stato introdotto un meccanismo grazie al quale la Commissione potrà bloccare l'erogazione dei fondi Ue a quei Paesi che non rispettano lo stato di diritto. E tanto Budapest, quanto Varsavia, hanno già la "fedina" sporca.

La loro mossa ha scatenato una ridda di polemiche nel nostro Paese, con Pd e M5s ad attaccare Lega e Fratelli d'Italia, rei di essere alleati in Europa di Fidesz e Pis, i partiti che guidano i governi di Budapest e Varsavia. Di contro, Matteo Salvini (che in realtà non ha alleanze con tali partiti) e Giorgia Meloni (che invece guida l'Ecr, il partito europeo di cui il Pis è il maggiore azionista) hanno replicato che la colpa dello stallo sul Recovery fund va cercata nel tentativo dell'Ue di limitare la sovranità di ungheresi e polacchi e di "punire" le loro politiche anti-immigrazione. Che è poi la tesi portata avanti da Orban e Morawiecki per replicare alle diverse accuse mosse da Bruxelles in questi anni, e in buona parte confermate da sentenze di condanna della Corte Ue. Ma come stanno realmente le cose? 

Il meccanismo sullo stato di diritto

Partiamo dall'oggetto del contendere, ossia il meccanismo sullo stato di diritto. A proporlo la prima volta è stato il Parlamento europeo nell'ottobre 2016 dopo una serie di risoluzioni in cui si denunciava il deterioramento della situazione democratica in Polonia. Secondo l'Eurocamera, l'Ue non ha strumenti efficaci per impedire che un suo Stato membro violi lo stato di diritto, ossia principi come la libertà di stampa, l'indipendenza dei giudici e i diritti delle minoranze. L'unico strumento previsto dal Trattato sul funzionamento dell'Unione europea è l'attivazione dell'Articolo 7, una procedura che può portare a sanzionare un Paese membro negandogli il voto al Consiglio Ue, ossia laddove si dà il via libera definitivo a bilanci e politiche europee.

Sarebbe un'arma deterrente, se non fosse che la procedura prevede che la richiesta di sanzione parta sì dalla Commissione, ma venga approvata dallo stesso Consiglio degli Stati membri con una maggioranza qualificata. Grazie al gioco delle alleanze, Polonia e Ungheria sono riuscite a schivare le sanzioni dell'Articolo 7 nonostante le richieste di Commissione e Parlamento risalenti al 2018. Da qui, la necessità di dar vita a un meccanismo più efficace, quello sullo stato di diritto per l'appunto, che l'Eurocamera è riuscita a inserire nelle more dell'accordo sul bilancio. Secondo quanto dichiarato dai negoziatori del Parlamento, tale meccanismo scatterà non "solo in caso di corruzione e frode ma anche per violazioni di valori fondamentali come la libertà, la democrazia, l'uguaglianza e il rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle minoranze".

Perché Polonia e Ungheria sono sotto accusa

Le tensioni tra Bruxelles e i due Paesi non nascono per diatribe legate alle politiche sull'immigrazione, ma per le leggi sulla giustizia. Il primo caso riguarda l'Ungheria e risale al 2012: la Commissione aprì una procedura d'infrazione sulla legge, voluta da Orban (già al suo secondo mandato da premier), che abbassava l'età pensionabile dei giudici da 70 a 62 anni. Secondo l'opposizione, in questo modo Orban voleva promuovere un turn over nella giustizia per inserire uomini fidati nei posti chiave. Secondo Bruxelles, la legge introduceva una discriminazione tra giudici e altre categorie di lavoratori contraria alle norme Ue. La Corte europea diede ragione alla Commissione e condannò l'Ungheria.

I giudici europei fecero la stessa cosa nel 2018, quando hanno condannato la Polonia per la legge che prevede la possibilità per i giudici di continuare ad esercitare – raggiunto un certo limite di età – le proprie funzioni presso il Sąd Najwyższy (la Corte suprema), solo ottenendo una previa autorizzazione, assolutamente discrezionale, da parte del presidente della Repubblica. Una chiara violazione del principio di inamovibilità e indipendenza dei magistrati, secondo l'accusa della Commissione, confermata dalla Corte con una sentenza di condanna. Manca ancora una sentenza definitiva, invece, per altre due procedure d'infrazione lanciate da Bruxelles contro la Polonia e riguardanti un nuovo, e più duro, procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati e un nuovo meccanismo di selezione e nomina dei giudici. In entrambi i casi, la Commissione ritiene che si tratti di norme che favorirebbero l'ingerenza del potere politico sulla giustizia. Ci sono poi tutta una serie di altri casi pendenti alla Corte Ue e riguardanti presunte violazioni dell'indipendenza dei giudici in Polonia e Ungheria.  

La legge anti-Soros e le politiche sull'immigrazione

Al fianco del tema giustizia, i governi di Varsavia e Budapest sono accusati di diverse violazioni di diritti e libertà fondamentali. Accuse per lo più politiche, sia chiaro, che solo in alcuni casi hanno portato a porcedure d'infrazione e sentenze di condanna. Come la condanna ricevuta dall'Ungheria per la cosiddetta "legislazione anti-Soros", che ha introdotto una serie di restrizione alle università straniere in Ungheria, come quella fondata per l'appunto dal magnate George Soros (statunitense di orgine ungherese e spina nel fianco del leader di Fidesz). Il governo di Orban è stato condannato dalla Corte anche per le sue leggi sulle ong, che prevedono il carcere per chi assiste i migranti arrivati illegalmente in Ungheria, e sulle procedure per i richiedenti asilo.  

Secondo il meccanismo sullo stato di diritto presente nell'accordo tra Parlamento e Consiglio, l'Ungheria potrebbe venire sanzionata anche per queste violazioni. Ecco perché l'affermazione di Giorgia Meloni, secondo cui tale strumento sia un tentativo di "punire" questo tipo di politiche sull'immigrazione, si basa su un dato reale. Certo, la leader di Fratelli d'Italia ne fa una questione politica, quando fin qui abbiamo visto che ci sono sentenze della Corte Ue (quindi di un organo terzo rispetto alla Commissione e al Parlamento) che avvalorano le tesi degli oppositori di Orban e del Pis polacco. 

Tra queste sentenze, ce n'è un'altra, che riguarda sia Polonia che l'Ungheria: i giudici europei hanno condannato i due Paesi per non aver daro seguito  all'accordo sottoscritto nel 2015, nel pieno dell'ultima grande crisi migratoria, quando tutti i governi Ue (compresi quelli di Budapest e Varsavia) si impegnarono a ricollocare 160mila richiedenti asilo sbarcati in Italia e Grecia. Tutti i governi rispettarono il patto. Tutti tranne 3: Repubblica ceca, Polonia e Ungheria. 

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