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Perché Draghi vuole cooperare con Erdogan anche se lo considera un "dittatore"

Dalle auto alle armi, passando per plastica e Nutella: dietro le polemiche e le prese di posizioni politiche, gli affari tra Italia e Turchia vanno a gonfie vele

Hanno creato un incidente diplomatico le parole pronunciate da Mario Draghi nei confronti del presidente turco Recep Erdogan: rispondendo a una domanda sul cosiddetto "sofagate", il premier italiano ha definito il leader di Ankara "un dittatore". Ma ha aggiunto anche, e su questo il dibattito politico si è concentrato poco, che con Erdogan “si deve cooperare”. Come dire: sarà pure un dittatore, ma bisogna lavorarci insieme. Per quale motivo? Le ragioni sono diverse, e possono essere riassunte in due categorie: gli interessi economici e le strategie geopolitiche.

I legami economici con la Turchia

L'Italia è uno dei principali partner commerciali della Turchia, e viceversa. Stando ai dati dell'Ocse, nel 2019 le imprese turche hanno esportato in Italia beni pari a 10,1 miliardi di dollari. In compenso, le nostre imprese hanno inviato ai porti turchi un export da 9,4 miliardi di dollari. L'Italia è il quarto Paese al mondo per export in Turchia, il secondo tra quelli Ue dopo la Germania. Verso Ankara esportiamo soprattutto macchinari e componenti per auto (che tornano indietro sotto forma di veicoli belli e pronti per il commercio, che rappresentano circa un terzo dell'export turco in Italia). La Turchia è anche un ottimo acquirente del nostro acciaio, dei nostri prodotti petroliferi, ma anche di tessili, scarpe e gioielli. In compenso, diversi nostri settori industriali fanno buoni affari con gli esportatori turchi: per esempio, dalla Turchia importiamo grosse quantità di nocciole (che finiscono in uno dei prodotti di punta del made in Italy agroalimentare, la Nutella).

Statistic: Distribution of Italian companies operating in Turkey in 2019, by sector | Statista
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La dipendenza della plastica

Un mercato molto importante (e in crescita) è rappresentato dalla plastica. Come ha sottolineato una inchiesta di Greenpeace, nel 2019 la Turchia è stato il primo acquirente della plastica italiana che categorizziamo come "riciclata", ma che non riusciamo a riciclare nei nostri impianti. Un tempo, il primo partner di questo export era la Cina, ma con la decisione di Pechino di chiudere le porte alla plastica europea, Ankara è diventata strategica (e non solo per noi). Secondo i dati raccolti da Greenpeace, almeno un decimo della nostra plastica da riciclare finisce in Turchia, per un giro d'affari annuale di circa 1 miliardo di euro. Peccato che, come rivelato da una inchiesta della Bbc, buona parte di questo export non finisca in un giro virtuoso di riciclo e riuso, ma venga mandata in discarica e bruciata.

Il business delle armi

Quello della plastica non è l'unico scambio commerciale tra Italia e Turchia finito nel mirino delle polemiche. Per il nostro Paese, infatti, il "dittatore" Erdogan rappresenta anche il primo acquirente di armi made in Italy. Secondo l'ultimo rapporto del Sipri di Stoccolma, il 18% del nostro export di materiale bellico tra il 2016 e il 2020 è finito in Turchia. Non è un caso che l'Italia, insieme a Germania e Spagna, si sia opposta lo scorso dicembre alle richieste di alcuni Paesi Ue (Grecia in testa, con la Francia sullo sfondo) di sanzionare Ankara con un embargo sulle armi. Ora,  è vero che l'esercito turco è nostro alleato nella Nato, ma è anche vero che la Turchia sta usando il suo potenziale bellico per guadagnare sempre più spazio di manovra nei fragli equilibri geopolitici internazionali, in particolare nel Mediterraneo e in Libia. E a discapito, pare, dell'Italia.

La questione libica

E qui arriviamo ai rapporti geopolitici con Ankara. Come è noto, la Turchia è in pieno braccio di ferro con l'Europa per lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi nel Mediterraneo. E per rafforzare la sua posizione, ha da tempo allacciato ottimi rapporti con il governo libico. Sulla carta, il governo di Tripoli è l'unico riconosciuto a livello internazionale ed è il principale interlocutore nel Paese nordafricano per l'Italia (mentre altri Paesi come Francia, Russia ed Egitto coltivano rapporti più stretti con l'esercito del generale Haftar, che controlla il sud-est della Libia).

Ora, la mossa di Erdogan pare aver messo a rischio il ruolo di Roma quale partner privilegiato di Tripoli, e non a caso il nostro governo ha sostenuto l'operazione Irini targata Ue volta a bloccare l'export di armi dalla turchia verso la Libia. In altre parole, abbiamo investito risorse economiche e umane per fermare le stesse armi che, sotto altre rotte, abbiamo venduto ad Ankara. Uno dei tanti paradossi dei rapporti tra l'Italia e il dittatore Erdogan. Con cui, ha detto Draghi, dobbiamo comunque cooperare.    

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