Giovedì, 29 Luglio 2021
EU4Future

"Così stiamo salvando i senzatetto dalla pandemia, anche grazie all'Europa"

Alice Giannitrapani coordina le squadre dei volontari di Progetto Arca. Che dall'inizio della crisi hanno adattato i loro interventi su strada per non lasciare soli i clochard di Milano: "Sono centinaia, e il coronavirus li ha resi ancora più invisibili"

Foto gentilmente concesse da Fondazione Progetto Arca

Sono quasi le 19, siamo nei tunnel sotto la Stazione Centrale di Milano. Tre persone stanno caricando un furgone bianco, che pochi minuti dopo parte verso il centro della città. Duomo, Via Dante, Missori, Melchiorre Gioia: luoghi che pian piano si svuotano, perché fa freddo, Milano è in zona rossa e c’è il coprifuoco. Il furgone si ferma in San Babila, alle spalle della Madonnina, e le tre persone scendono. Hanno in mano grandi pacchi, addosso una mascherina e sanno già dove andare. Vanno verso i portici colonnati della galleria, dove in tempi diversi ci sarebbe stata folla in attesa di entrare al Teatro Nuovo. Questa volta si avvicina una figura sola, un po’ malconcia. “Ciao, come stai?”, chiedono le tre persone, con una pettorina bianca e azzurra addosso. “Stasera c’è molto vento. Avete una coperta?”, risponde. 

Sono i volontari dell’Unità di strada di Progetto Arca, che tutte le sere dal lunedì al venerdì caricano il furgone con sacchi a pelo, coperte, vestiti, beni di prima necessità e battono le vie di Milano, dalle 19 alla mezzanotte. Spesso in strada, la notte, ci sono solo loro e i 500 senzatetto che vivono nella metropoli lombarda. È un numero molto alto: “È vero, è difficile immaginarlo”, commenta Alice Giannitrapani, che coordina le squadre dei volontari di Progetto Arca “soprattutto perché sono invisibili. Voi li avete mai visti i 100 clochard che vivono in centro a Milano? No, esatto. La maggior parte di loro si nasconde, passa la giornata in giro. E poi vive qui di notte”.

Progetto Arca_Unità di strada_covid_02_@DanieleLazzaretto-2

Alice spiega anche che da un anno a questa parte fa ancora più impressione, perché con i lockdown e i coprifuochi le nostre città si sono svuotate, soprattutto la sera. “Questo ha privato i senzatetto di un altro tassello di aderenza alla socialità” spiega. E sono cambiate anche le loro necessità: nelle uscite quotidiane, i volontari portano anche scatole con mascherine, guanti e gel disinfettante. “Un anno fa, quando mancavano le mascherine, abbiamo svuotato i nostri magazzini e abbiamo fatto mille telefonate”, ricorda Alice, “e quando ne trovavamo qualcuna la portavamo in strada ai senzatetto”.

Serve anche spiegare loro quali sono le misure igieniche e le norme da rispettare, cosa fare in caso di sintomi e a chi rivolgersi. L’anno scorso, a inizio lockdown, vigili e polizia milanesi hanno multato alcune persone senza fissa dimora che stazionavano nei parchi, prive di un domicilio in cui fare la quarantena. Molti di loro non avevano spazi dove lavarsi o fare i bisogni, con le docce e i bar chiusi: alcune associazioni avevano chiesto a Rete Ferroviaria Italiana di aprire i bagni delle stazioni. Le chiusure sono state uno shock violento per i dormitori e i luoghi di rifugio. “Noi operiamo in strada”, spiega Alice. “diamo ai senzatetto un primo conforto, e indirizziamo chi vuole ai servizi comunali”.

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Questo è il lavoro dell’Unità di strada di Progetto Arca, finanziato dall’Unione europea con un bando del Piano operativo Nazionale (PON) Inclusione del Comune di Milano: quindi è il Comune che riceve i fondi, e li eroga ad Arca. La maggior parte di chi opera per l’Unità di strada è volontario, 300 persone a Milano. Si muovono in gruppi di tre: prima della pandemia erano in sei, troppi per un furgone solo. In accordo con le altre associazioni escono su uno spicchio della città, per un intervento più intensivo. Sanno già chi incontreranno e dove, sanno in quali vie secondarie entrare, in quale portone troveranno il signore con il pastore tedesco e dietro quale colonna la donna con la coperta a scacchi. E così, sono gli stessi senzatetto ad andare incontro ai volontari di Progetto Arca, che diventano un punto di attrazione.

Progetto Arca_Unità di strada_covid_07_@DanieleLazzaretto-2

Insieme a sacchi a pelo, mascherine e indumenti, i volontari scaricano dal furgone casse di panini, brioche, torte e thermos di tè caldo. Accendono la cucina mobile, che hanno da poco installato. Intorno a loro si crea un capannello di persone affamate, che scartano il panino su due piedi, e poi ringraziano: “Senza questo oggi non avrei mangiato”. È uno dei lasciti più pesanti del Covid. “La fame”, risponde su due piedi Alice, quando chiediamo che impatto ha avuto la pandemia su chi vive in strada. Tante mense hanno chiuso, piegate dalla domanda, dall’assenza di volontari che spesso sono anziani, e dalle regole sul distanziamento sociale. Anche l’aiuto di prossimità, quello della persona che vive vicino e che scende a lasciare un pasto caldo, si è rarefatto. Per i senzatetto trovare qualcosa da mangiare è diventato molto più difficile. 

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Ma chi sono le persone che vivono in strada? Secondo il censimento racCONTAMI2018 sulle persone senza fissa dimora di Milano, si tratta per la maggior parte di uomini (88%), l’età media è di 45 anni e una grande percentuale è fatta da stranieri. Le persone che vivono in dormitori sono il 77% del totale, il resto è suddiviso tra strada, stazioni, ospedali, veicoli privati o mezzi ATM notturni, soprattutto le due circolari 90 e 91. Il 28% vive nel Municipio 1, quello centrale. “Ci sono sicuramente gli stranieri, gli anziani e i tossicodipendenti”, spiega Alice. “Ma è importante sapere che non si sta in strada per un motivo solo, i fattori sono tanti e si intersecano”. Si tratta spesso di eventi traumatici che non permettono più alle persone di tenere insieme la propria vita, come lutti o separazioni. C’è poi una perdita progressiva delle relazioni. Ci sono le dipendenze. Ci sono le difficoltà psichiatriche, poco indagate e conosciute tra i senzatetto. C’è l’allontanamento o la sconfitta del sistema di accoglienza per gli stranieri.

Unità di strada sanitaria_Progetto Arca_@DanieleLazzaretto_2-2

Durante il giro nel centro di Milano, i volontari ricevono una segnalazione: viene dal numero di telefono aperto alla cittadinanza, che può riportare casi di emarginazione o di persone in difficoltà che vivono in strada. Salutano, salgono sul furgone e si allontanano dal centro, oltre la Darsena, da dove viene la segnalazione. Probabilmente incontreranno qualcuno che non avevano mai visto prima, che vive in strada da poco, e che riceverà un primo orientamento all’aiuto e al supporto. È uno degli aspetti più importanti del lavoro dell’Unità di strada: le persone in condizioni di emarginazione grave o gravissima vengono indirizzate verso il centro di via Sammartini, a Milano. Un ufficio dove lavorano gli assistenti sociali del Comune e da cui parte l’accoglienza verso i dormitori.

Gli assistenti sociali spiegano alla persona che può avere un posto letto. Ma anche per quanto tempo e seguendo quali regole. Poi la orientano verso il dormitorio più adatto e gli altri servizi. “Nei primi mesi della pandemia”, spiega Alice, “durante il turno usciva con noi un’infermiera, per sensibilizzare ed educare i senzatetto ai rischi sanitari”. Ma anche per spiegare, soprattutto agli stranieri, come accedere al sistema sanitario. “Spesso incontriamo persone che non sono in grado di valutare la gravità della loro condizione medica o non vogliono farlo”, aggiunge la responsabile. In questi casi si chiama l’ambulanza se il caso è gravissimo, oppure si chiede l’intervento dell’unità mobile di un’associazione che abbia personale medico.

Le segnalazioni infatti non arrivano solo dalla cittadinanza, ma anche dalla rete di supporto milanese. È una delle innovazioni finanziate con i fondi europei: una piattaforma che coordina le uscite delle associazioni che si occupano di senzatetto, suddivide la città in aree di intervento, mette in comune le informazioni e quindi permette un’azione più efficace. Una piattaforma che ha quindi permesso la costruzione di percorsi, via dopo via, per mappare non solo dove vivono i senzatetto, ma anche chi sono, con una piccola pagina personale con lo storico degli interventi fatti. Uno strumento che viene usato anche dagli assistenti sociali del centro di via Sammartini, per monitorare la situazione anche dei dormitori e dei posti letto. 

Progetto Arca_Unità di strada_covid_12_@DanieleLazzaretto-2

I dormitori sono comunali, ma Progetto Arca ha attivato anche altri 20 posti letto per casi di accoglienza la notte stessa in emergenza. Chi ha bisogno viene accompagnato al Piccolo Rifugio – così è stato chiamato – con un servizio di navetta. Il mattino dopo le persone ospitate hanno già un appuntamento prenotato al centro Sammartini. “Sono posti che vengono dati con molto scrupolo”, spiega Alice. “Spesso a persone che conosciamo già, e che magari per anni hanno rifiutato il posto letto in dormitorio. Convincerli a passare la notte da noi e poi ad andare al centro Sammartini è una grande vittoria”. Un altro intervento che è stato possibile far partire grazie ai fondi del PON Inclusione.

Il Parlamento europeo nel novembre 2020 ha approvato una risoluzione non legislativa in cui chiedeva un’azione più forte alla Commissione e ai Paesi membri per mettere fine al fenomeno dei senzatetto entro il 2030. Ne abbiamo parlato con Alice Giannitrapani: “Mi sembra un obiettivo molto ambizioso”, dice. “Sicuramente servono più risorse, ma dobbiamo anche cambiare il nostro approccio al fenomeno, e smettere di trattarlo come se fosse un’emergenza a cui dare risposte emergenziali”. Parla dei Piani Freddo, che molte città italiane ed europee mettono in campo nei mesi invernali: dormitori e alloggi che aprono solo quando fa freddo, e poi a marzo chiudono, ributtando in strada centinaia di persone. “Non serve solo una casa, le persone che incontriamo hanno una dignità e una storia”, aggiunge Alice, “e devono tornare a essere cittadini a tutti gli effetti, reinseriti nella loro comunità”. Quindi medico di base, diritto alla pensione se hai lavorato, indipendenza economica e sostegno psicologico o psichiatrico.

Il turno è finito, il furgone rientra al deposito. I volontari alla prima uscita ora vedono la città con uno sguardo diverso. Alice ricorda uno dei casi che l’hanno segnata di più, quello di un uomo che per anni ha vissuto in modo stanziale in Melchiorre Gioia: “A un certo punto hanno iniziato a costruirgli intorno un cantiere, ma lui non si è mai mosso. Lui e la sua bottiglia di vino, con cui condivideva la vita in strada. Aveva anche un problema alle gambe, per cui quasi non si muoveva più. Quella era davvero casa sua”. Quell’uomo poi è stato portato in ospedale, e con Progetto Arca ha iniziato un percorso di riabilitazione fisica, ma anche mentale. “Per questo dico che la risposta emergenziale serve fino a un certo punto” conclude Alice: “Servono più risposte precise”.

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