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Immagini tratte da Facebook/Olivart

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"Prima consegne a domicilio, ora nei nostri uliveti lavorano ragazzi down e autistici. Così abbiamo sfidato la crisi"

Olive, sostenibilità e inclusione sociale: è la ricetta con cui Andrea Pagliai e la sua azienda agricola hanno affrontato quest'anno di pandemia. Una ricetta portata avanti anche con i fondi europei. E che si sta rivelando vincente

“Sognavo questo lavoro da quando avevo otto anni”: sono le parole di Andrea Pagliai, titolare dell’impresa agricola Olivart, di Bagno a Ripoli. “Perché noi crediamo davvero la coltura dell’oliva sia un’arte”. Un’azienda molto attiva sul suo territorio, che in un anno di pandemia si è reinventata con la consegna a domicilio e ha dato un lavoro a ragazzi in difficoltà.

Andrea, ci parli della sua azienda.
Siamo un’azienda agricola di due persone, i nostri terreni sono a Bagno a Ripoli, in provincia di Firenze. Ci occupiamo prevalentemente di olivi e ortaggi, e in più abbiamo un piccolo allevamento di galline. I terreni sono tutti in affitto, noi non possediamo niente per scelta: sul territorio di Bagno a Ripoli e un po’ ovunque ci sono tanti appezzamenti in stato di abbandono, e abbiamo deciso di ridare vita a uno di questi piuttosto che comprarne uno nuovo. Siamo dei custodi temporanei, ecco. Abbiamo iniziato nel 2008 con una compagine sociale, prevalentemente perché eravamo innamorati degli olivi e ne vedevamo tanti lasciati a se stessi. Abbiamo trasformato la nostra passione in un’impresa. La parte più impegnativa è stata trovare un frantoio che ci permettesse di creare un prodotto con una marcia in più, ce l’abbiamo fatta dopo un paio d’anni. Grazie all’aiuto dei fondi europei attraverso i finanziamenti del Piano di Sviluppo Regionale abbiamo potuto acquistare alcuni mezzi e strumenti che ci hanno permesso di velocizzare molto il processo di raccolta delle olive.

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Dove vendete quello che producete?
Prevalentemente in vendita diretta, in ogni sua forma: sia al consumatore finale che ai circuiti vendita anche nei mercati della zona.

Com’è la vostra giornata tipo?
Ci si alza sempre molto preso la mattina, poi dipende dal periodo: quando le olive sono mature si fa la raccolta, poi il trasporto al frantoio, quindi sono giornate più lunghe. La prima cosa che si fa al mattino è portare i prodotti ai punti vendita, per il rifornimento. Poi bisogna curare l’orto. La frangitura è l’ultima cosa che si fa, di sera e alle volte di notte. Nei periodi più intensi, quelli della raccolta delle olive, abbiamo tra le 10 e le 13 persone a lavorare con noi.

Chi sono queste persone?
Sono lavoratori qualificati e stipendiati. Tra di loro però ci sono anche alcuni ragazzi fragili, che da noi fanno un primo progetto di inserimento lavorativo. È un progetto molto bello, finanziato dall’Unione europea attraverso la Città Metropolitana di Firenze. Si tratta di quell’agricoltura sociale che è sulla bocca di tutti. Sono coinvolti dodici ragazzi, che vengono da noi per sei mesi. Poi, con il coordinamento degli assistenti sociali e degli educatori, viene deciso se sono in grado di lavorare senza tutor e in caso di entrare nelle aziende partner del progetto. È bello vedere in loro il progresso, i ragazzi sono molto contenti. Sono ragazzi con sindrome di Down, disturbi dello spettro dell’autismo, difficoltà relazionali. 

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Cosa fanno durante le loro giornate lavorative?
Accompagnano in tutti i lavori nell’orto e nella raccolta delle olive i nostri dipendenti: stanno con loro, lavorano con loro, e giorno dopo giorno assumono delle competenze. Raccolgono le olive, caricano i camion, sistemano gli scaffali della nostra bottega, puliscono l’aia delle galline, concimano. In questo modo sviluppano un certo grado di autonomia: dovete capire che sono ragazzi che magari hanno difficoltà a rispettare gli orari, lavorare con altre persone, presentarsi tutti i giorni. Da noi, che siamo in un certo senso l’azienda “vivaio”, si mettono alla prova e imparano. Poi tornano a casa e lo raccontano, si vede che sono davvero felici.

Quali sono le difficoltà di fare impresa agricola in Italia nel 2021, pandemia a parte?
Sicuramente la difficoltà maggiore è la concorrenza dei prodotti a basso costo. La meccanizzazione ha portato dei benefici, che sfruttiamo anche noi. Ma si è meccanizzato anche quello che non doveva esserlo. È difficile far arrivare alle persone il significato di temi come la filiera corta, la stagionalità, o il fatto che un prodotto non può costare poco, se fatto nel modo giusto. Mi dicono che il mio prodotto è caro, ma io chiedo sempre rispetto a cosa: il mio olio e quello della grande distribuzione sono due prodotti completamente diversi. Ma nonostante questo ci sono anche molto persone che hanno capito quello che stiamo facendo e che ci valorizzano. Altri invece ci chiedono le banane, o le zucchine a dicembre. Poi va da sé che il meteo è un forte fattore di rischio: lavori un anno per una coltura, viene una grandinata e hai chiuso. È successo anche a me, spesso. E poi le malattie delle piante, che sono esposte agli attacchi di insetti e patogeni sempre nuovi. La cimice asiatica in Emilia Romagna ha fatto disastri.

Filiera corta, stagionalità, ma anche clima e patogeni nuovi: sono tutti temi legati alla sostenibilità ambientale. Qual è il vostro approccio da questo punto di vista?
Noi facciamo agricoltura integrata, una via di mezzo tra biologico e convenzionale. Qualsiasi operazione che facciamo, dal trattamento alla lavorazione del terreno alla concimazione, sono fatti dopo analisi attente di tutti in fattori ambientale. Per esempio usiamo il più possibile degli insetti antagonisti soprattutto nella parte orticola per evitare di usare prodotti chimici. Cerchiamo di applicare i temi della sostenibilità, anche se non è per niente semplice: alla fine dell’anno c’è da scrivere un bilancio, c’è da far lavorare e pagare delle persone. Bisogna trovare un equilibrio tra questi due elementi, quello ambientale e quello economico.

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E quest’anno di pandemia, che impatto ha avuto su di voi?
La pandemia ha picchiato più duro sugli altri che su di noi: abbiamo perso però dei clienti, soprattutto ristoranti e agriturismi del nostro territorio. Ma ci siamo tirati su le maniche, e abbiamo incrementato quella che già era l’80% del nostro bilancio, quindi la vendita diretta. All’inizio del primo lockdown infatti abbiamo iniziato un servizio di consegna a domicilio, senza spese di consegna né spesa minima per il servizio. Ci eravamo accorti che le persone venivano meno nei nostri punti vendita, perché se fai un’ora di coda per entrare al supermercato poi non hai voglia di rifarla solo per l’olio e la verdura in un altro negozio. E quindi ci siamo detti di provare con le consegne a domicilio, che hanno avuto un grande successo: dalle quaranta alle cinquanta al giorno, nel periodo tra marzo e aprile del 2020. Le persone prenotavano quello di cui avevano bisogno con un WhatsApp, io salivo sul furgone tutte le mattine e cominciavo a girare. Poi abbiamo smesso con le prime riaperture, anche perché è aumentato il traffico per le strade, e quello che prima facevo in una mattinata era arrivato a prendermi tutta la giornata.

Quando finirà la pandemia, quali sono gli investimenti che l’Italia e l’Europa dovrebbero fare in campo agricolo?
Sicuramente bisogna pensare bene cosa intendiamo per “meccanizzazione” dei processi. E poi bisogna investire nella formazione del personale. Noi possiamo farlo fare solo ai migranti sfruttati o a chi riceve il reddito di cittadinanza “giusto per far fare loro qualcosa”, come ho sentito spesso. E poi servono incentivi e risorse, anche per rendere questo lavoro appetibile come è per me: ora mi trovo sul cestello con cui si raccolgono le olive. Per farmi scendere da qua servono le cannonate. Vorrei che la passione che ho io arrivasse anche agli altri.

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