Mercoledì, 28 Luglio 2021
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“Troppe persone o troppo pochi metri quadri?”, e l’impresa apre un nuovo bar 'sociale' in piena pandemia

A Palermo un gruppo di giovani provenienti da 10 Paesi diversi ha deciso di raddoppiare gli sforzi creando un nuovo locale. Nonostante la crisi

Due luoghi a Palermo: Discesa dei Giudici, vicino al Palazzo del Comune, tra le vie dello shopping e del commercio, e Ballarò, quartiere multietnico con il grande mercato. Due locali, uno nato sette anni fa, uno poche settimane fa, ancora in piena pandemia. Due gruppi di persone uniti da un filo che si chiama Moltivolti, impresa sociale che parla la lingua dell’inclusione con l’alfabeto della cucina. Un realtà nata grazie a un finanziamento di Banca Etica, con un mutuo erogato con la garanzia e le risorse del fondo europeo Jeremie Sicilia: si tratta di un progetto pensato proprio per le PMI siciliane che operano con finalità sociale. 

“Noi cuciniamo, e con il cibo cerchiamo di trasmettere la nostra passione e il nostro impegno” racconta Claudio Arestivo, tra i fondatori di Moltivolti. “Il locale nuovo si chiama Altrove perché gioca sul tema del viaggio, dell’allontanarsi ma del riavvicinarsi, in un momento come questo è in un quartiere per noi nuovo, che non è la nostra Ballarò”. 

Claudio, raccontaci cos’è Moltivolti.
Noi siamo un’impresa sociale, quindi un’impresa che sceglie di destinare i suoi utili ad attività sociali. Siamo nati nel 2014, per dare spazio ad alcuni temi per noi importanti: tutela dei diritti umani, soprattutto quello della mobilità e della migrazione per ogni individuo. Ma anche del diritto di restare in una regione come la Sicilia, da cui i giovani scappano in cerca di fortuna. L’idea quindi era quella di aprire uno spazio di lavoro con un bar e un ristorante, per dimostrare che qui si può fare impresa, soprattutto con uno scopo sociale. Le persone con cui è nata Moltivolti sono sempre state di origine diversa: oggi siamo in 28, da 10 paesi diversi, tra cui molti rifugiati. Quindi un contesto molto multiculturale, che per noi rappresenta uno spaccato di società moderna. Tutto questo nel quartiere Ballarò di Palermo, che a sua volta è estremamente variegato: si parlano 25 lingue, ci sono 15 comunità diverse e tanti mix inaspettati.

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Come vi ha accolto il quartiere?
Sicuramente bene, anche perché noi ci poniamo in una logica comune: la nostra crescita passa per la crescita del contesto in cui ci troviamo. Facciamo parte di reti di quartiere che vogliono rilanciare Ballarò con attività culturali, artistiche ma anche imprenditoriali. Insieme agli altri abbiamo provato a sperimentare, mantenendo anche un forte radicamento qui, in queste strade.

Che tipo di ristorante siete?
Cerchiamo come prima cosa di essere un posto accogliente: da noi le persone vengono per il piacere di incontrare gente nuova, di condividere un pasto ma anche una storia. La nostra è una cucina che definiamo “internazionale”. Abbiamo cinque chef, di cinque nazionalità diverse: afgana, senegalese, gambiana, marocchina e italiana. Il menu è espressione di tutte queste contaminazioni territoriali. Cerchiamo di evitare il termine “etnico”, perché in un locale come il nostro, in un quartiere come Ballarò, in una città come Palermo, cosa è più etnico ormai? Il cibo è per noi uno strumento per raccontare il valore positivo della diversità. Cerchiamo di usare prodotti il più locali possibile. Tra le associazioni che ospitiamo nel nostro coworking c’è anche Libera, con cui facciamo un grande lavoro sui prodotti di Libera Terra, coltivati nei beni confiscati. L’80% dei vini che vendiamo sono di Libera Terra. Abbiamo creato anche una sorta di bottega: mettiamo in vendita i prodotti con cui realizziamo i piatti che serviamo. In tanti anni il ricambio di persone che lavoravano con noi è stato minimo, quindi si sono create alchimie che abbiamo cercato di mettere anche nei piatti e nel servizio che offriamo. Certo, sono aumentate le persone: da 14 che eravamo, oggi siamo 28. 

Come è stato per voi quest’anno di pandemia?
Ci siamo trovati ad affrontare la grande sfida di salvaguardare le persone che lavorano con noi e i loro progetti di vita, soprattutto quelle di origine straniera: per loro un contratto di lavoro è il gancio più forte che hanno con un territorio e con le persone che lo abitano. Per non parlare poi dei documenti e del permesso di soggiorno. Noi siamo principalmente un ristorante e un bar, settori sui cui la crisi di quest’anno ha picchiato duro. Ma abbiamo deciso di rischiare, che l’esperienza di Moltivolti era da preservare, e abbiamo aperto un secondo locale, che si chiama Altrove e si trova nel centro storico di Palermo.

Cosa vi ha spinto ad aprire un nuovo bar mentre intorno a voi tanti chiudevano?
Ci siamo posti una domanda: cosa abbiamo, troppo personale o troppo pochi metri quadrati? Abbiamo deciso che il problema erano i metri quadri e quindi li abbiamo aumentati. E così quattro delle nostre dipendenti sono finite alla Discesa dei Giudici. A loro abbiamo dato anche una maggiore responsabilità e una nuova vita professionale, come responsabili di un locale. Con Altrove abbiamo deciso di uscire da Ballarò, per portare i temi che per noi sono importanti in un quartiere più commerciale: abbiamo scommesso su questo, anche in centro si può parlare di argomenti sociali. Per questo gli abbiamo dato il nome di “Altrove”, ma anche per studiare attraverso la ristorazione, il cibo e le bevande il concetto di viaggio e di migrazione.

Cosa ne è stato del primo locale, a Ballarò?
Niente, è ancora lì. Durante il primo lockdown lo abbiamo convertito in mensa per chi aveva bisogno, sempre per la prospettiva che ci vuole punto di riferimento per il quartiere. Abbiamo provato a fare consegne a domicilio, ma ci siamo resi conto che il tipo di cibo che cuciniamo non si presta bene. La mensa però è rimasta, con picchi di 150 pasti preparati al giorno. Cibo gratuito per tutti, e siamo riusciti a farlo grazie alle tante persone che in tutta Europa hanno risposto ai nostri appelli acquistando i pasti che poi venivano donati alle chi ne avevano bisogno: una sorta di “pasto sospeso”. Una mano che le persone ci possono ancora dare, tramite il nostro sito. Tra poco ci sarà il Ramadan, e nel quartiere un gruppo di ragazzi ci ha chiesto se possiamo dare loro una mano con pasti da consumare quando si rompe il digiuno.

Concludiamo l’intervista con Claudio Arestivo parlando del grande valore che hanno le piccole imprese quando si mettono al servizio di una comunità, soprattutto in periodi di grande difficoltà collettiva come questo. Un valore riconosciuto anche dal Parlamento europeo, che ha deciso di destinare alle piccole e medie imprese europee 400 miliardi di euro con il programma InvestEU. “La pandemia ha insegnato a tutti una grande verità” dice Claudio, “che le relazioni e le comunità che abbiamo creato negli anni sono state la nostra ancora di salvezza. Un’impresa sociale oggi è molto più importante di un’impresa che basa tutto sul profitto”.

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