Sabato, 25 Settembre 2021
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Il 28enne italiano che ha creato il primo sistema di sanificazione anti-Covid per i treni

Intervista a Mattia Paolo Aliano, giovane ricercatore dell'Università di Urbino che grazie alla collaborazione con un’azienda modenese e ai fondi Ue ha progettato il Continuous Sanitization Air System: garantisce il ricambio dell’aria dove è più difficile. E per metterlo a punto ha fatto anche da cavia

I mezzi di trasporto, soprattutto treni e metropolitane, sono sempre stati veicolo di contagio da Covid19. E prima ancora, al loro interno circolavano altri virus, ma anche aria inquinata proveniente da fuori e che per minuti od ore rimaneva intrappolata all’interno. Il problema era uno scarso ricambio dell’aria: per rispondere a questo problema è nato il sistema di sanificazione CSA, Continuous Sanitization Air System. 

Laurea Magistrale in Biologia Molecolare e dottorato di ricerca in Scienze della vita, salute e biotecnologie: ora Mattia Paolo Aliano ha 28 anni da compiere a maggio ed è un ricercatore dell’Università degli Studi di Urbino. Si occupa di malattie genetiche e intanto ha trovato il tempo di inventare il CSA.

Cos'è e come funziona il CSA?

Si tratta di un sistema di sanificazione dell’aria a ciclo continuo che si mette negli impianti di condizionamento dei treni e sfrutta diverse tecnologie combinate: raggi UV, ionizzazione e filtrazione. A gestirle c’è un’intelligenza artificiale che garantisce l’efficienza del sistema grazie ad alcuni sensori: in particolare monitora le sostanze dannose presenti nell’aria e regola la potenza del sistema in base al numero di persone presenti sulla carrozza. Così l’efficienza energetica è sempre garantita.

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Su quali sostanze dannose agisce?

Il sistema ha una doppia funzione: da un lato sanifica a livello microbiologico, e quindi parliamo di virus. Dall’altro garantisce la qualità dell’aria eliminando gli inquinanti atmosferici come il Pm10 o il Pm2,5 così dannosi per gli abitanti delle grandi città. E in più ricordiamoci che il particolato stesso è un vettore di microbi e di virus.

Perché proprio un treno e non, per esempio, un ufficio? State riflettendo anche su usi diversi da quello previsto?

Come ogni idea, anche il CSA nasce per rispondere a una problematica. I treni sfruttano in gran parte aria di ricircolo, che trasporta i virus e mette a rischio la salute dei passeggeri e dei lavoratori. Bisognava quindi trovare una soluzione efficiente e a lunga durata per rendere sana l’aria che respiriamo su questi mezzi di trasporto. Per gli aerei è diverso, perché sfruttano aria da fuori che mantiene pressurizzata la cabina. Per gli autobus il problema è minore, perché sono più piccoli e perché passa meno tempo tra una fermata e l’altra con il conseguente ricambio d’aria. Problema simile ai treni lo hanno le metropolitane, per cui il ricambio d’aria è ancora più difficile perché sono sottoterra e che aumentano la produzione di particolato perché frenano in un ambiente chiuso. Stiamo valutando applicazioni più ampie e diverse del CSA: per esempio i poli industriali, i centri commerciali, le palestre. Sono tutte situazioni al limite in cui il ricircolo dell’aria è più difficile.

Il sistema è già in uso, o deve ancora essere brevettato? Quali sono a grandi linee le tempistiche?

Il sistema è stato brevettato con una richiesta di brevetto internazionale. A oggi abbiamo condotto i test necessari per la validazione dell’efficacia: abbiamo provato il CSA nella sede manutentiva di Voghera delle Ferrovie dello Stato, che ci hanno dato in prestito un treno regionale Vivalto vuoto dove abbiamo immesso i microrganismi. Siamo stati i primi al mondo a fare un test simile: e le cavie siamo stati noi, i ricercatori che lavorano sul progetto. 

Chi sono i finanziatori del progetto?

L’azienda finanziatrice è la AF Frigo Clima Impianti, emiliana e leader in Italia per la manutenzione degli impianti di aerazione di treni e metropolitane. I finanziamenti grazie a cui l’azienda è riuscita a mettere in piedi un sistema così complesso e dotato di un’intelligenza artificiale sono quelli europei, del Fondo di Sviluppo Regionale.  E poi ovviamente c’è stata la collaborazione dell’Università di Urbino.

Secondo la sua esperienza, quanto è sottovalutata la ricerca tecnica e scientifica in Italia, in termini di fondi e di interesse? 

Abbastanza! L’Italia e le sue università fanno ricerca ad altissimi livelli, spesso con pochissimi fondi. Questo purtroppo è uno spreco, perché il coinvolgimento di enti di ricerca e di aziende può fare la differenza in termini di sviluppo nazionale sia per l’accesso al mercato internazionale. Tante aziende fanno molta ricerca in Italia e poi sono costrette a spostarsi o a cercare all’estero. Sicuramente bisognerebbe sensibilizzare da questo punto di vista, e aprire il dialogo tra il mondo industriale e la ricerca. Cosa che in altri Paesi già avviene.

Per l'Unione Europea è lo stesso?

Sicuramente l’Europa investe molto con i bandi di ricerca, che però spesso sono legati alla salute in senso più clinico o di sperimentazione su farmaci. E poi purtroppo noi italiani non attingiamo a questi fondi e non partecipiamo ai bandi. L’effetto di questo è per esempio l’assenza di un vaccino contro il Covid19 che sia completamente europeo: questo dice tanto, che l’Europa finora non è stato in grado di buttarsi al 100% sulla ricerca. Prima o poi un vaccino europeo arriverà, ma quando saremo già quasi tutti vaccinati.

Quanto sono importanti la ricerca e l'inventiva per la ripresa dell'Italia dopo il Covid? 

Dovrebbero essere centrali per ridare slancio e credibilità al nostro paese. Sarà compito della politica ma anche di tutti noi, dai cittadini ai ricercatori. Parte dei fondi del PNRR devono essere investiti in ricerca applicativa, non solo teorica. 

Sei ottimista? Pensi che succederà?

Mi auguro che avvenga!

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